Il Pistola

D’improvviso l’altro giorno mentre scorrevo i social mi è apparsa una visione alquanto strana. In un video c’era un tipo con la faccia truce, l’occhio grifagno, e soprattutto con in mano una pistola, brandita in direzione della webcam.

Dopo aver fatto il debito salto all’indietro davanti allo schermo, spaventato q.b. da questa immagine che si è materializzata sullo schermo del mio computer, ho avuto modo anche di ascoltare cosa questo signore avesse da dire. Il messaggio era semplice: c’è la crisi, dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è andare al supermercato a fare la spesa con la pistola in mano.

Mi sono detto: geniale. Questo signore è davvero un fulgido esempio di respons-abilità. Se lui sta male, è colpa del supermercato, mi pare ovvio. Anzi, siamo più precisi: se sta male, è colpa della cassiera del supermercato che si troverà piantato in faccia il revolver e che, io credo, non abbia la minima voglia di sperimentare se questo Passator Cortese dei tempi del Coronavirus sparerà davvero o meno.

Soprattutto, una soluzione del genere mi sembra molto vitale. Questo tipo di persone vorrebbe che “gli altri” risolvessero i “loro” problemi. E certamente si tratterà anche di problemi molto, molto seri. Ne sono sicuro: su di loro si è abbattuto tutto il campionario delle disgrazie, e ormai è troppo tardi per tutto e non ci si può fare niente.

Tipo, che so io, smetterla di pensare che il problema sono sempre gli altri, e che magari se comincio a far funzionare un attimo la testa non ho più bisogno di andare in giro a prendere il mondo a pistolettate. Tipo, che so ancora io, imparare qualcosa di nuovo, domandarsi di cosa il mondo può avere bisogno e darglielo con slancio e generosità, creando magari imprese miliardarie e posti di lavoro per noi e perché no anche per qualcun altro. Impegnarsi, crescere come persone e sapersi mettere in rete con il prossimo.

Mmmmmh naaaaaa. Troppo faticoso. Molto meglio il pistolone, da piantare in faccia a che ti guarda dai social e alla cassiera del supermercato.

Come attivare la fortuna

Si può “attivare” la fortuna? La mia esperienza dice di sì. Se è vero, come disse Randy Pausch che la fortuna è quando la preparazione incontra l’occasione, allora si tratta molto semplicemente di prepararsi e cercare occasioni.

Detto così sembra facile, e infatti si tratta di un’abitudine esattamente come le altre. Tuttavia, l’osservazione ci dice che, statisticamente, ci sono pochi fortunati in giro, e un veloce sondaggio tra i nostri conoscenti ci renderà edotti che la maggior parte della “gente” si considera sfortunata.

In realtà, in cosa consiste la sfortuna? In ultima analisi, ci consideriamo sfortunati quando “le cose” non vanno come vogliamo noi. Ne deriva che più condizioni poniamo per essere felici, più e probabile che saremo infelici. O che comunque attraverseremo dei periodi di infelicità. Per il semplice motivo che quasi mai tutto, ma proprio tutto, andrà esattamente come vogliamo noi. Ancora una volta, andiamo a sbattere contro il concetto di respons-abilità.

Tornando alla definizione di fortuna fornitaci da Randy Pausch, ecco che siamo in possesso di una sorta di formula della fortuna, che possiamo dividere essenzialmente in due fasi:

(1) Prepararsi. Vale a dire, essere curiosi. Una delle reazioni più tipiche degli “sfortunati” è che si chiudono a riccio, rinunciano a guardarsi intorno, a imparare cose nuove. Si rinchiudono nel cerchio di quello che già conoscono, e in questo modo si limitano, attivando una spirale riduttiva. Se invece si accetta quantomeno di provare ad ampliare le proprie competenze, si “rischia” di innescare una spirale produttiva.

(2) Cercare le occasioni. Un’altra reazione tipica degli sfortunati è quella di non fidarsi di niente e di nessuno. Anche qui, ci si rinchiude a riccio, evitando accuratamente ogni possibilità di nuovi incontri e nuove situazioni. Anche qui, parte la spirale riduttiva. Mentre al contrario, ovviamente, se si accetta l’idea di esplorare nuove situazioni, è ovvio che si incrementa la possibilità di centrare l’occasione giusta per attivare la “fortuna”.

Lettura consigliata: Paolo Iacci, Il fattore C

Di fronte al Cristallo

I sogni non si discutono, e probabilmente è proprio quello il bello della faccenda. Sono tra le poche cose in questo universo che possono e devono essere prese esattamente per quelle che sono. Quindi racconterò tutto esattamente com’è stato, evitando il più possibile ogni tipo di commento.

Sapevo benissimo che era notte. Diamine, si trattava di un sogno, e sapevo di essere andato a letto non molto prima. Eppure, era giorno, un fresco e piacevole giorno pieno di profumi leggeri e appena suggestivi. Ero in montagna, al centro esatto di un verdeggiante altopiano, e molto probabilmente era qualcosa di simile al primo giorno del mondo. Tutto era nuovo e carico di promesse..

C’era silenzio, e allo stesso tempo no: se ascoltavi con attenzione, potevi sentire non tanto un suono, quanto qualcosa di appena precedente: una vibrazione, un’onda che scorreva sotto traccia ma si faceva capire benissimo anche senza parole, anzi, soprattutto senza parole.

Da qui, improvvisamente, ebbi consapevolezza del Cristallo. Non sapevo dove si trovasse esattamente nello spazio fisico, ma compresi immediatamente che era come viola, e che questo non importava. Il Cristallo era percepibile ovunque, e per lui non era necessario spostarsi per farsi percepire. Era la stessa intelligenza della natura che mi circondava. E da lì in avanti sarebbe stato sempre con me, sempre raggiungibile, sempre disponibile, ogni volta che io fossi stato disposto ad ascoltarlo.

E il suo messaggio era semplice, impossibile da fraintendere: TUTTO ESISTE, TUTTO E’ POSSIBILE, IL TEMPO NON ESISTE, POSSIAMO AVERE TUTTO QUI ED ORA, L’AMORE E’ INESAURIBILE. Nessuna separazione, nessuna tristezza, nessun dolore; Siamo indistruttibili, e niente va mai perso.

La Gioia è sempre con noi, e non siamo mai soli. Possiamo svegliarci e rimanere svegli per sempre.

Non è (tutta) colpa tua

Spesso rimaniamo fregati dal fatto che pensiamo di poter controllare tutto. Non è così. Possiamo certamente scegliere come rispondere a quello che ci accade, ma non sempre possiamo controllarlo. Il punto è che spesso questo tipo di pensiero (cioè l’idea che dobbiamo essere in grado di controllare tutto) crea dei sensi di colpa totalmente inutili.

Dico davvero: parliamo di tonnellate e tonnellate di energia che vengono disperse nel nulla nel tentativo di controllare qualcosa che non possiamo controllare. E che invece potremmo usare per raggiungere risultati che neanche ci immaginiamo.

Pensare di poter controllare tutto ci blocca, mentre renderci conto che possiamo controllare alcune cose ma non altre ci facilita ad agire, ad essere respons-abili. Se vogliamo metterla in questi termini, ci toglie un sacco di scuse. Non possiamo cambiare il mondo. ma possiamo cambiare la nostra reazione al mondo, a quello che ci succede.

Non solo: il trucco, quando ci si pensa bene, è avere una vita piena di stimoli. Non sta nell’evitare i problemi. Anzi, è salutare avere qualche problema tutti i giorni, perché in questo modo possiamo esercitare i nostri muscoli proattivi. Quello che conta è saper distinguere i problemi che possiamo risolvere con un po’ di impegno da quelli che (al momento) non possiamo controllare.

Ho messo “al momento” tra parentesi, perché i muscoli proattivi sono esattamente come quelli del corpo. Se iniziamo ad esercitarli con un peso adeguato, né troppo pesante né troppo leggero, la prossima volta quel muscolo sarà in grado di sostenere un peso maggiore. Insomma, saremo diventati più “forti”.

Lo stesso succede con il nostro carattere. Se accettiamo di portare un peso che comporta un po’ di sforzo, la prossima volta saremo ancora più forti, più “respons-abili”.

Ritorno alla gioia

Dalla gioia venni, per la gioia vivo, nella sacra gioia m’immergo. (Paramhansa Yogananda, Autobiografia di uno Yogi)

Stamattina ho avuto come un lampo. una frase che ha cominciato a girarmi nella testa. Mi succedeva al tempo in cui scrivevo principalmente racconti. Un’idea s’insinuava nei miei pensieri, come se bussasse alla porta per chiedere udienza. Allora sapevo che il racconto c’era. che era il momento di mettersi a scrivere.

Lo stesso è accaduto stamattina con questa semplicissima frase: Ritorno alla gioia. Ha cominiciato a bussare, e a un certo punto, sapete com’è, ho aperto. E’ stato come se il mio istinto di conservazione si fosse rotto le scatole, e avesse considerato che fosse ora di uscire da una situazione non particolarmente vitale per tornare a quello che probabilmente è il nostro stato di base, vale a dire la gioia.

Sì, perché dopo tutto anch’io ogni tanto cado nel giochino per cui la gioia risiede nelle conquiste e nei beni materiali. Cioè, alla fin della fiera, in qualcosa che (a) non sappiamo se avremo mai oppure (b) una volta che lo abbiamo rischiamo sempre di perderlo ad ogni istante. Per cui a un certo punto dovrebbe sorgerci il legittimo dubbio che la fonte della gioia non si trova lì. Perché se fosse lì non passeremmo la maggior parte del tempo a cercare la gioia, e ad aver paura di perderla una volta che pensiamo di averla trovata.

Sono sempre più convinto, invece, che la gioia sia la ragione per cui otteniamo le cose belle della vita. Quindi, spesso ci troviamo a ragionare all’incontrario. Decidiamo che proveremo gioia quando avremo un lavoro, una casa una macchina un partner. E fino ad allora? Tensione, perché tendiamo a quelle cose, e paura, perché non abbiamo nessuna garanzia che le raggiungeremo. E una volta che le abbiamo ottenute? Tensione, perché dobbiamo sforzarci di mantenerle, e paura, perché temo di perderle da un momento all’altro.

E dopo, quando le ho perse? Tensione, perché tendo a volerle indietro o a volere comunque qualcosa di simile, un surrogato. Paura, perché temo di non riuscirci, e a questo punto anche rimpianto, perché non sono stato capace di mantenerle.

In tutti questi casi, vediamo bene che la fonte della gioia non è lì. Non è nel desiderio, non è nell’ottenere, e non è certamente nel perdere quello che avevamo ottenuto. Ritorno alla gioia ci suggerisce che ciò che davvero serve raggiungere e mantenere è la stessa gioia. Uno stato di equilibrio e gratitudine che non solo è premio a se stesso, ma se ci pensiamo bene è alla base di qualsiasi aspetto positivo e vitale della nostra vita, piuttosto che effetto di aver ottenuto qualcosa di materiale.

E se l’unico, vero scopo della nostra vita fosse l’impegno costante nel Ritornare alla Gioia?

Superare la stanchezza da Coronavirus

In situazioni come quella che stiamo vivendo, vale a dire l’incertezza indotta dalla situazione legata al Coronavirus, come in ogni situazione inaudita, può capitare di sentirsi molto, molto stanchi. In alcuni casi, si può anche avere la sensazione di non aver più voglia di far niente, di essere arrivati al capolinea. In situazioni come questa, è bene ricordare che molto spesso le nostre sensazioni, specialmente quelle catastrofiche, sono solamente delle opinioni, In quanto tali, hanno carattere del tutto illusorio.

L’esperienza mi dice che questo tipo di stanchezza deriva fondamentalmente dal non saper che fare, dal non avere un’idea chiara sul come muoversi. Non possiamo averla, perché non abbiamo mai affrontato questo tipo di situazione. Quindi, per cominiciare, non dovremmo sentirci sciocchi se non sappiamo che fare, ne sorpresi e tantomeno preoccupati per questa stanchezza, che è del tutto normale, dato che la nostra mente sta facendo del suo meglio per adattarsi a una situazione mai vista né gestita prima.

Può capitarci di sentirci “staccati” dalla realtà, e inizialmente questo può causarci disagio. Ma è perfettamente normale. Il nostro istinto di sopravvivenza sa benissimo che per risolvere un problema dobbiamo renderci capaci di vederlo da fuori, Quindi, fa subito in modo di staccarci dalla situazione il più possibile. Una volta superato questo senso di straniamento, cominceremo a vedere più chiaramente. All’inizio, accettiamo consapevolmente questa condizione simile al vagare nella nebbia, perché è esattamente quello che sta accadendo: stiamo vagando in una nebbia causata dalla mancanza di dati.

Se però ci rendiamo conto di come questa sensazione di straniamento sia del tutto normale, e rappresenti un’opinione piuttosto che una realtà, possiamo accettarla e darci il permesso e il tempo di avere dei dati più attendibili che ci consentano di organizzarci per ottenere ciò che ci mantiene in vita. La nostra mente finirà per elaborare dei percorsi validi per affrontare le nuove esigenze. In questo modo la stanchezza diminuirà e ci renderemo ben conto di come l’essere umano è una specie che sopravvive perché molto abile ad adattarsi.

Quando “ti vogliono male”

Capita a volte che qualcuno “ci vuole male”. Sarà vero? Sarà una percezione nostra? In fondo non c’è questa grande differenza. C’è chi sostiene che non esiste qualcosa che si possa definire “il mondo esterno”, e che tutto quello che passa nel nostro campo di coscienza è in definitiva una nostra creazione. Può darsi. Sta di fatto però che quando qualcuno “ci vuole male”… stiamo male.

In genere arriva improvvisamente. Una persona emerge dal mondo esterno, e ti maltratta. Una volta sola, o più volte. Attacca qualche aspetto della tua persona. Un aspetto che ritieni fondamentale. Spesso non si sa per quale motivo. La reazione più naturale davanti a tutto questo è pensare che quella persona “mi vuole male”. Ma, esattamente, che cosa significa “mi vuole male”? E, soprattutto, si tratta di un pensiero vitale, di un pensiero che ci aiuta ad andare avanti, ad ampliare le nostre possibilità?

Non so quale sia la tua risposta a questa domanda. La mia è che no, non si tratta di una risposta vitale. Quando si pensa che qualcuno “ci vuole male” si rimane in qualche modo ancorati a quella persona. Molta della nostra energia viene spesa per pensare a lei, anziché per vivere la nostra vita e raggiungere i nostri obiettivi.

Quindi, quando qualcuno “mi vuole male” (o magari sono io che penso che me ne voglia) mi sforzo di amarlo io per primo. Il mio obiettivo principale è di non perdere tempo ed energie in emozioni negative.

Il (giusto) distacco

Conviene mantenere il giusto distacco dalle situazioni. Identificarsi completamente con la situazione in cui ci troviamo va bene se la situazione è allineata con i nostri valori, ma non pare un’opzione molto valida se invece ci troviamo a disagio. In quest’ultimo caso a mio parere conviene mettere in campo un po’ di distacco.

Attenzione: ho detto “un po’ “. Infatti, la nostra cultura un tantino manichea, un tantino “tutto o niente” ci porta a pensare che da una situazione di disagio bisogna per forza andarsene e via, come quello che va a comprare le sigarette e non torna più. Una mancanza di sfumature che spesso fa più danni della grandine.

In questi casi, adopero quello che Vadim Zeland ha chiamato “Reality Transurfing“. Ovvero: da una determinata situazione possono scaturire infiniti esiti diversi. In genere noi ne prendiamo in considerazione pochissimi, e chissà perché, quasi sempre sono quelli peggiori per noi. Personalmente, ritengo che non amiamo le respons-abilità, e preferiamo pensare che i nostri problemi siano “là fuori”.

Ma questo è un altro discorso. Tornando al Reality Transurfing, se ogni situazione ha infiniti esiti possibili, chi ci impedisce di prendere in considerazione quelli che possono essere potenzianti per noi? Per fare questo, però, è opportuno, se lo vogliamo, dis-identificarci dalla situazione che stiamo vivendo. Senza “andare a comprare le sigarette”, cominciamo a riflettere sul fatto che “là fuori” c’è un intero universo, pieno di cose e situazioni. Tra le quali quelle che fanno per noi.

Ecco che distaccarci un po’ dalla situazione che stiamo vivendo ci porta a cambiare il nostro atteggiamento, e da qui i nostri risultati e la nostra vita.