Esplorare possibili universi…

Ritengo che alla fin fine il nostro lavoro dovrebbe essere quello di esplorare possibili universi. Partiamo da un concetto: l’universo in cui viviamo non è altro che il frutto delle scelte che abbiamo fatto fino a questo momento. Se ci piace, grandioso: non dobbiamo fare altro che godercelo. Nel caso in cui invece, come spesso capita, riteniamo che non sia esattamente il massimo della vita, forse è opportuno metterci una pezza.

Quale può essere questa pezza? Ecco la mia modesta opinione: di solito ragioniamo come se la situazione in cui ci troviamo dovesse continuare identica, sugli stessi binari attuali, “per sempre”, o, per essere più precisi, fino alla fine dei nostri giorni. Ma si tratta semplicemente di una nostra costruzione mentale. Mai come oggi il mondo attorno a noi tende a cambiare molto velocemente. Quindi, mai come oggi esistono delle possibilità che prima non c’erano.

A questo punto, ecco la pezza. Durante la nostra corsa del criceto, prendiamoci di tanto in tanto cinque minuti per considerare la situazione, la nostra opinione circa la possibile evoluzione della situazione e, se questa non ci piace, le possibili evoluzioni alternative, che diventano automaticamente e a tutti gli effetti nuovi universi possibili.

Questo esercizio avrà intanto come primo effetto quello di renderci decisamente più sereni, consentendoci di recuperare energie, sempre più energie, che potremo destinare a scopi costruttivi come, per esempio, capire cosa vogliamo davvero, e a fare leva, cominciare cioè a realizzarlo anche, e direi soprattutto, nella situazione in cui ci troviamo.

Sbloggarsi…

Questa citazione è tratta dal libro di John Gray, Come avere quello che vuoi e volere quello che hai. Si tratta di uno di quei libri che compri, magari rimane su un tavolo per un tempo indefinito, e poi riprendi in mano scoprendo che si tratta di un vero e proprio tesoro. Magari prima o poi ci scriverò sopra una recensione. Adesso però vorrei concentrarmi su questa citazione.

In genere, scrivo quando ho un’idea. Avere un’idea significa che un concetto comincia a bussare con insistenza alle porte della tua mente. E questa è la creatività che viene da dentro, spontanea, ed è un po’ come il Natale, che quando arriva arriva. E’ anche vero però che non sempre si può aspettare l’ispirazione.

Ad esempio, nel mio lavoro di giornalista è necessario “stare nei tempi”. Ovvero: il servizio deve essere montato ad un’ora ben precisa, e deve durare un tot, in genere dal minuto e mezzo ai due minuti. Di conseguenza, la creatività deve essere adeguatamente stimolata, in modo da avere ben chiaro quanto prima il testo, le porzioni di intervista che vuoi inserire, e un”idea delle immagini da utilizzare.

Quindi, ti organizzi e cerchi di accelerare un po’ il processo. Ad esempio, già quando ti viene assegnato il tema del servizio cerchi di farti un’idea della struttura del prodotto finale. Magari abbozzi il testo. Quando sei sul posto, riprese ed interviste sono già mirate. Si mette insomma in moto un processo che stimola molto la creatività. La scadenza impellente aiuta a concentrare le risorse, dando come risultato una produttività che dal di fuori può sembrare quasi prodigiosa.

Ho imparato ad usare un metodo simile anche per gli articoli questo blog. In questo caso non si tratta di lavoro, dal momento che non lo monetizzo. Si tratta in realtà di una sorta di diario, dove annoto degli spunti che poi, se mi sembrano utili anche a qualcun altro, rendo pubblici. Una sorta di palestra che serve principalmente a me per “solidificare” alcuni concetti mettendoli in parole.

Anche qui, però, a un certo punto ho dovuto darmi un minimo di metodo. Infatti, se dovessi aspettare l’ispirazione, l’idea compiuta, il blog rimarrebbe derelitto e abbandonato per periodi anche molto lunghi. Di conseguenza, mi sono posto l’obiettivo di smanacciarlo tutti i giorni. Quando metto solamente un titolo, quando invece scrivo qualche riga. Di tanto in tanto, poi, esprimo l’intenzione di concludere un post.

Naturalmente, non è detto che questa intenzione giunga a compimento. Quello che conta è che io abbia fatto, tanto per cambiare, un passo avanti. Spesso, da queste decisioni scaturiscono risultati interessanti. Per fare questo passo avanti, però, come scrive Gray, occorre non porsi il problema se siamo o meno in grado di scrivere qualcosa che abbia un senso. Questo, come dice il poeta, lo scopriremo solo vivendo.

Una sana Perplessità

Sto pensando sempre più spesso che essere in un costante stato di perplessità sia un’ottima idea. La perplessità ci aiuta a distaccarci un momento dallo status quo, ma non giudica. Non esclude che la situazione attuale sia buona, ma nemmeno che sia pessima. Costringe ad articolare il pensiero, a non seguire sempre le vie più battute, l’opinione media. E alla fine diventa un motore di conoscenza, uno stato d’animo che ci invita, ci incentiva ad allargare i nostri orizzonti.

Perché alla fine è di questo che si tratta. Spesso veniamo letteralmente risucchiati nel tran tran quotidano, una vera e propria corsa del criceto che in un certo qual modo ci spegne il cervello, portandoci a pensare che lo status quo, la situazione in cui viviamo, sia l’unica possibile. Qualche autore arriva a parlare di “prigione vibratoria”, come David Icke, o di “psicopenitenzario”, come Salvatore Brizzi.

A mio parere, si tratta di una metafora molto interessante. Sia Icke che Brizzi, con sfumatoure diverse, sostengono che esistano gruppi interessati a mantenere l’umanità in uno stato semi-.ipnotico o comunque depotenziato allo scopo di controllarla meglio. Senza arrivare a tanto, secondo me è vero che siamo noi stessi a volte a costruirci la nostra celletta.

Per carità, se ci stiamo bene nessun problema. Se invece abbiamo l’impressione che, come dire, ci vada un tantinello stretta, ecco che la perplessità, senza demolire nulla di quello che abbiamo costruito finora e a cui teniamo tanto, può aiutarci a coltivare un distacco sufficiente per vedere la situazione da una prospettiva nuova e auspicabilmente più ampia.

La Revisione della Routine

C’è chi quando vuole cambiare annuncia che esce a comprare le sigarette e non torna più. Non sempre è una buona idea. Anzi, quasi mai. Dovunque andiamo, porteremo con noi quello che siamo, e tenderemo a creare una situazione per la quale un bel giorno annunceremo di nuovo che usciamo a comprare le sigarette.

Può essere utile una procedura meno drastica. La mia personalissima esperienza mi dice che è possibile essere più graduali, passando dall’identificarsi con una situazione al comprendere che la situazione che stiamo vivendo è soltanto una delle situazioni possibili. E’ un concetto che somiglia un po’ a quello di Reality Transurfing coniato da Vadim Zeland.

In pratica, si tratta di distaccarsi un attimo da quello che sta succedendo. Revisionare la nostra routine mentre sta girando. Sì perché quello che stiamo vivendo alla fine non è altro dei pensieri e delle azioni che abbiamo prodotto finora. Se vogliamo cambiare, è evidente che dobbiamo cambiare i nostri pensieri e di conseguenza le nostre azioni, e ancora di conseguenza i nostri risultati. Occorre allargare la nostra mente, imparare qualcosa di nuovo.

Non si tratta, chiaramente, di premere un interruttore e via, come siamo abituati a fare nella nostra civiltà fast-food. Torniamo sempre al concetto di respons-abilità. Distaccarsi dalla situazione è un’abitudine, e come tutte le abitudini si acquisisce nel tempo, e applicando la consapevolezza. Esattamente come quando si vuole sviluppare la “tartaruga”. In quel caso, occorre decidere di andare in palestra, e andarci regolarmente per qualche mesetto, e in alcuni casi anche per qualche annetto.

Oppure, vogliamo parlare della dieta? Voglio qui menzionare Anna Menasci, una bravissima nutrizionista che a suo tempo mi aiutò a perdere una decina di chili in tempi ragionevoli. Mi disse, papale papale, che non serve “fare una dieta”, ma applicare la nostra consapevolezza per cambiare regime alimentare. Un consiglio che adopero ancora oggi, a quasi vent’anni di distanza.

Allo stesso modo, rivedere la nostra routine deve diventare una buona abitudine. E’ utile capire come non buttare il bambino con l’acqua sporca. Capire cioè quali aspetti della nostra routine è bene cambiare e quali invece, nonostante siano anch’essi pezzi di routine, rappresentino un aspetto vitale e costruttivo.

Così facendo, senza traumi eccessivi, la nostra vita inizierà a cambiare in meglio, perché diventeremo più respons-abili, cioè più abili a rispondere. Ci sentiremo più capaci, e questo ci porterà a vivere con sempre maggiore soddisfazione ogni aspetto della nostra vita.

Una spruzzata di gioia

E’ abbastanza controproducente vivere con una vibrazione negativa, ad esempio essere di “cattivo umore“. In questo modo, infatti, continuiamo ad attirare situazioni che ci confermano l’idea che il mondo è un postaccio, e rimaniamo presi nella spirale negativa, nel cane o nel serpente che si morde la coda.

In questo senso, ci possono essere utili tutte le tecniche che ci aiutano ad alzare il livello della nostra vibrazione, del nostro umore, se vogliamo chiamarlo così. In particolare, trovo molto utili le metafore. Oggi voglio parlarvi della “spruzzatina di gioia”.

Alla parola “spruzzatina”, almeno per me, corrisponde abbastanza immediatamente l’immagine della bomboletta spray. Probabilmente, per una persona vissuta nell’Ottocento, sarebbe stata più attinente una pompetta, ma tant’è. Nel tempo, anche le metafore si trasformano.

Dicevamo dunque della metafora della bomboletta spray. Il meccanismo è abbastanza semplice. Quando sentiamo che il senso di sfiga si impossessa di noi, immaginiamo di prendere una bomboletta spray etichettata “GIOIA” e….. pssssss! diamo una spruzzatina.

Naturalmente, non è che tutti i nostri problemi si risolvano come per incanto. Il mondo materiale è denso, e ci mette un tantino a cambiare. Però sarete d’accordo con me che utilizzando questa semplice immagine, per quanto strano possa sembrare, cambiano, e non di poco, le nostre prospettive, le premesse di quello che accadrà di lì in avanti.

Perché di questo alla fine si tratta. Se manteniamo il nostro cattivo umore, continueremo a notare aspetti negativi della realtà, con il rischio di attivare o proseguire una spirale negativa. Se invece sviluppiamo la respons-abilità, cambiando il nostro umore, il nostro livello di vibrazione, allarghiamo la nostra percezione, possiamo vedere ulteriori soluzioni ai nostri problemi, alle nostre sfide, e ci mettiamo in grado di ottenere risultati molto, molto interessanti.

Quando il lavoro non ci piace

In linea di massima, non dovremmo fare un lavoro che non ci piace. So che come affermazione è un po’ forte, ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, converrete con me che è vera. Un lavoro che non ci piace ci condanna a una vita di infelicità.

Semplicemente, la maggior parte delle nostre energie se ne va nel sopportare il lavoro quando ci siamo, e nel pensare a quanto è pesante il lavoro quando non ci siamo. Il che è molto ma molto peggio che passare un periodo di relativa ristrettezza economica mentre ci impegniamo affinché la nostra passione produca reddito.

Esiste naturalmente un’altra possibilità, meno drastica. Farci piacere il lavoro che stiamo facendo. Ovvero, concentrarsi sugli aspetti più interessanti e diventarne esperti. Insomma, prendersi la “respons-abilità” della nostra vita.

Questo può essere fatto in qualsiasi lavoro, per quanto lo consideriamo “disgraziato” e “umile”. Concentrarsi sugli aspetti interessanti del proprio lavoro, approfondirli e diventare sempre più abili migliora la qualità della nostra vibrazione. Siamo più energici in tutti gli ambiti della nostra esistenza.E questo ci aiuta ad avere chiarezza di intenti, e di conseguenza ad essere felici.

A volte capita che anche il lavoro che in genere ci piace, non ci piaccia. Succede in genere quando arriviamo a un pelo da un traguardo importante, tipo una promozione, e per qualche motivo lo manchiamo. Mediamente, in queste situazioni viene spontaneo covare del risentimento. La mia esperienza però mi dice che, ahimè, non è la soluzione più efficace, perché ci priva di energia, mentre per raggiungere l’obiettivo ci occorre tutta l’energia di cui possiamo disporre.

Posso dirti come reagisco io in simili situazioni.. Continuo a lavorare con il massimo dell’entusiasmo possibile, concentrandomi sul fare il lavoro meglio che posso. e staccandomi quanto posso dal risentimento che prova il mio ego, il mio bambino imbronciato perché gli hanno rubato le caramelle. Statisticamente, questo mi è sempre servito per sbloccare la situazione.

La premessa nel mio caso è che il mio lavoro mi piace a prescindere, e vedo promozioni et similia solo come un’eventuale conseguenza piuttosto che come una meta in sé e per sé.

In un punto dello spaziotempo…

Sto trovando molto utile una strategia che sto mettendo in atto da un po’ di tempo. Sono sempre più convinto che vivere bene consista nel mettere in ordine le cose da fare, mettendo in equilibrio quelle che dobbiamo fare con quelle che vogliamo fare.

Il che non è semplice, come ben sappiamo. Nella nostra società siamo costantemente bombardati dagli stimoli più svariati. Il che fa si che più spesso che no perdiamo di vista cosa vogliamo veramente.

Ebbene, la tecnica che sto usando in questo periodo – e che mi sta dando discrete soddisfazioni – può essere usata quando ci viene in mente qualcosa di importante ma non urgente, a cui in quel momento non possiamo prestare la dovuta attenzione.

Si tratta di una tecnica un po’ paradossale, nel senso che di solito la cultura dominante ci impone di fare tutto subito. Magari le prime volte che la adopereremo potrà accadere di sentirsi un po’ a disagio. Questa sensazione però verrà più che compensata dall’energia che andremo a recuperare.

Qual è dunque questa tecnica? Dato un qualsiasi obiettivo che non è possibile raggiungere in quel preciso momento, o al quale per i motivi più svariati non posso prestare attenzione, uso la mia immaginazione per figurarmi che sicuramente, in un dato punto dello spazio-tempo, verrà sicuramente realizzato.

Naturalmente, si tratta di un’opinione come un’altra, di un giudizio esattamente uguale agli altri che siamo abituati a dare nel corso della nostra vita. La differenza sta nel fatto che un giudizio, un’opinione di questo tipo attiva risorse molto più potenzianti. Aumentano infatti di parecchio le possibilità che dapprima troviamo i pezzi del puzzle, e poi che i pezzi del puzzle si incastrino a formare un’immagine chiara e definita della nostra meta.

Goldoni e la motivazione

Alessandro Longhi – Ritratto di Carlo Goldoni (c 1757) Ca Goldoni Venezia – Close-up

A volte si trovano spunti nei posti più impensati. Di solito siamo convinti che lo studio sul pensiero umano sia iniziato solo di recente, e invece… Vi propongo un estratto da una commedia di Carlo Goldoni, Il ritorno dalla villeggiatura.

ATTO SECONDO, SCENA SETTIMA

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

BRIGIDA: No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

GIACINTA: E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?

BRIGIDA: Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.

GIACINTA: Ed io ne son sicurissima.

BRIGIDA: E donde può ella trarre una tal sicurezza?

GIACINTA: Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nell’agitazione in cui era, per cercare di divertirmi ho preso un libro. L’ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito. Fra le altre cose ho imparato questa: Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra. Per esempio, s’apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de’ cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell’onestà, della buona fama; oppure se questi non s’incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire d’abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finché la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s’apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.

BRIGIDA: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch’io leggere un poco su questo libro.

GIACINTA: Hai tu pure de’ pensieri che ti molestano?

BRIGIDA: Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, né men quando dormo.

GIACINTA: Dimmi qual è, che può essere ch’io t’insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.

BRIGIDA: Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch’io sono innamoratissima di Paolino, ch’ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.

GIACINTA: Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, né può essere sì molesto, che tu abbia d’affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene né a te, né a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell’amore, tu apra quella della speranza.

BRIGIDA: Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.

SERVITORE: Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.

GIACINTA: (Oimè!). Niente, niente, vengano. Son padroni.

SERVITORE (parte.)

BRIGIDA: Eccoci al caso, signora padrona.

GIACINTA: Sì, ho piacere di trovarmi nell’occasione.

BRIGIDA: Si ricordi della lezione.

GIACINTA: L’ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l’ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.

BRIGIDA: Rida e scuota la macchina, e si diverta.

Il testo è del tardo Settecento. Eppure Giacinta ha nella sua biblioteca un libro che si intitola Rimedi per la malattia dello spirito. Wow! Siamo di fronte, né più né meno, a un testo che parla di motivazione. Non sappiamo se sia vero o inventato da Goldoni, ma se l’autore lo ha inserito, è evidente che si tratta di un tipo di testo che circolava largamente tra coloro che sapevano leggere. Che cosa insegna questo testo? A contrastare i pensieri negativi.

Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.

Ovvero: quando ci passa della spazzatura nella testa, occorre creare il pensiero esattamente opposto. Nella nostra mente si trovano “infinite cellule, dove stan preparati più e diversi pensieri”. A questo punto ” la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.”. Ovvero, quando ci passa per la testa qualcosa che ci toglie energia, si può imparare ad allontanare quel tipo di pensiero, rivolgendo la mente ad un altro tipo di dialogo interiore più costruttivo.

A quanto pare, già nel Settecento avevano le idee abbastanza chiare in proposito.

E’ ora di crescere?

I due lettori che mi seguono con una certa costanza (e li ringrazio per la sopportazione) sanno bene che sono un po’ fissato con il concetto di respons-abilità. Ovvero: il nostro scopo nella vita dovrebbe essere imparare sempre meglio ad essere “capaci di rispondere”. Invece di sprofondare nei problemi, dovremmo vivere cercando soluzioni.

A prima vista sembrerebbe facile. Nei fatti, sembra difficilissimo. E’ infatti palese che viviamo in un’ambiente che non facilita per nulla la presa di responsabilità da parte delle singole persone. La prima cosa che ci viene in mente quando ci troviamo in difficoltà è chiedere qualcosa a qualcuno. Che poi magari troviamo soluzioni anche da noi è un altro paio di maniche, ma il primo pensiero comunque è quello di andare da qualcuno con il cappello in mano.

Forse è ora di abbandonare atteggiamenti di questo tipo. Rendersi conto che. in definitiva, prima di prendere (o di pretendere) dobbiamo dare. Piuttosto che essere parte del problema. dovremmo essere parte della soluzione. Controintuitivo? Certamente. Mediamente, siamo abituati ad avere la pappa scodellata. E ci piace. Il piccolo problema è che in questo modo i nostri muscoli proattivi si atrofizzano. E quando poi. come a volte capita. la pappa scodellata viene a mancare, son dolori.

Dunque? Dunque, quando la pappa scodellata c’è. godiamocela pure. Ma intanto, facciamo dei piccoli passi avanti. Cominciamo ad allenarci- Ogni tanto, soffermiamoci a considerare chi siamo e cosa vogliamo veramente. A immaginare come risolvere quel problemino da soli invece di appoggiarci a qualcun altro. Sono sforzi che alla lunga ripagano parecchio. e migliorano la qualità della vita. nostra e degli altri.

Pensieri sulla Paura e sui Fortini

Ritengo che la Paura di qualcosa spesso faccia più danni della cosa in sè. Mettiamo, ad esempio, che ci sia in giro qualcosa, che ne so, un virus, il terrorismo, la prospettiva di un’invasione aliena… Quel che volete. Cominciano a circolare delle notizie, magari contraddittorie. Può anche capitare, che so, che il governo decida, per prudenza, di chiudere la popolazione in casa per un periodo, mettiamo due mesi.

Metttiamo anche che questa “cosa” effettivamente esista, per carità ci mancherebbe, ma che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia veramente idea di come sia fatta, di come funzioni e soprattutto di come affrontarla efficacemente. In scenari come questi, quale sarà mai la strategia migliore? E’ molto probabile che il nostro istinto ci dica che dobbiamo erigere un Fortino.

Sì, esattamente come quelli dei film western, che poi sono la versione moderna delle fortezze medievali. Una struttura chiusa, con delle alte mura e con delle palizzate in alto, dove sono praticate delle feritoie che permettono di sbirciare fuori e, all’occorrenza, infilarci un fucile o altra arma atta alla difesa del Fortino.

Tutto questo serve, almeno nelle intenzioni, a proteggerci. Il concetto è il seguente: se io mi creo un ambiente chiuso, dove nessuno può entrare se non lo invito io, sono protetto e non mi può succedere nulla. Di conseguenza, una volta eretto il Fortino, devo difenderlo dal Nemico. Ovvero, tutto ciò che vuole entrare nel mio Fortino senza essere invitato. O anche, tutto ciò che io penso che voglia entrare senza essere invitato.

A prima vista, la mentalità del Fortino sembra funzionare alla grande. Per un po’, possiamo anche essere convinti che sia la migliore. Se ci pensiamo bene, però, questo rinchiuderci ci porta progressivamente a vivere un po’ come Zio Paperone nel suo deposito. Dormi con un occhio solo con lo spingardino, per paura che arrivi la Banda Bassotti. Come canta il Poeta.

Quindi, come soluzione non sembra particolarmente geniale. Non era quello il tuo obiettivo. Tu volevi sentirti sicuro, ma il risultato è che invece vivi di insicurezza. Non solo. Più ti isoli, più le tue paure aumentano. E più senti la necessità d rinchiuderti nel tuo Fortino. Un enorme cane che si morde la coda, una spirale verso il basso di dimensioni cosmiche.

Purtroppo, o per fortuna, la vita è rischio. Rischio calcolato, progressivo, prudente, certo. Ma pur sempre rischio. Ed è anche un cammino di conoscenza, per allargare la nostra mente e renderci sempre più abili e respons-abili. Sempre più capaci di risolvere problemi e affrontare situazioni. Diversamente, andiamo incontro a quella che si può a buon diritto definire una morte in vita. Più si teme quello che non conosciamo, invece di cercare di conoscerlo, più retrocediamo da esseri umani a bipedi.