Anatomia della noia

Ci sono momenti in cui siamo disconnessi dalla nostra solita vita. Ad esempio, siamo abituati ad andare molto in giro, e per qualche motivo siamo costretti a casa. Una reazione naturale a questo fatto può essere quella di sentirsi annoiati. Che cos’è in definitiva la noia? Proviamo a portare questo concetto al livello della nostra consapevolezza, per poi analizzarlo e cercare di comprenderlo nelle sue sfumature.

Partiamo dalla definizione di Wikipedia, secondo cui la noia è uno stato psicologico di demotivazione, temporanea o duratura, nata dall’assenza di azione, dall’ozio o dall’essere impegnato in un’attività sostenuta da stimoli che si recepiscono come ripetitivi o monotoni o, comunque, contrari a quelli che si reputano più confacenti alle proprie inclinazioni e capacità. Quando la noia assume le proporzioni di una sensazione più accentuata e dolorosa si parla di tedio (dal latino taedium derivato da taedere, sentire noia).

In buona sostanza, dunque, la noia si verifica quando pensiamo che la nostra vita non ci sta portando da alcuna parte. Non sappiamo più come procedere, non abbiamo idea di quale sia un’eventuale prossima mossa che abbia carattere vitale, che ci porti a crescere. Per usare un’espressione molto popolare, “ci mancano gli stimoli”. Il che ci porta a restringere la nostra mente: non la esercitiamo più.

Si dà il caso però che la mente funzioni esattamente come un muscolo. Si parla infatti di muscoli proattivi, cioè di metaforici muscoli che ci aiutano nello sviluppo personale, spronandoci a prendere l’iniziativa in qualsiasi campo, dalla vita quotidiana al lavoro ai rapporti con noi stessi e con il prossimo. Se prendiamo l’iniziativa rischiamo di sbagliare, è vero, ma è anche e soprattutto dagli errori possiamo imparare molto.

Se invece ci neghiamo la possibilità di prendere l’iniziativa, ecco che, come ogni muscolo, anche quelli proattivi si atrofizzano, si impigriscono. Finiamo per vedere sempre meno possibilità e per scivolare, appunto, nella noia. Ciondoliamo di qua e di là, coltivando pensieri non esattamente costruttivi o usando la tivù o lo smartphone in modo del tutto inconsapevole, cercando qualcosa di simile all’anestesia.

Questa la pars destruens. Adesso, ovviamente, passiamo alla construens. Come possiamo risolvere la noia, e tornare al nostro stato naturale, che è quello di andare verso la gioia e lo sviluppo personale a trecentosessanta gradi? Per quanto riguarda me personalmente, trovo molto efficace pensare che dopotutto la noia non è altro che un’opinione.

Proprio così: quello che pensiamo, non necessariamente è vero. Per esempio, pensare che non ci sia nulla da fare è palesemente falso. Il mondo, ma direi l’universo, è talmente grande e articolato che è materialmente impossibile dire di aver visto e fatto tutto. Per cui, quando mi trovo in uno stato d’animo che somiglia anche vagamente alla noia, penso a quanti aspetti ci siano da approfondire.

Elenco qui alcune cose che mi piacerebbe fare, e che mi impegno ad approfondire quando mi trovo in uno stato d’animo che somiglia anche vagamente alla noia. Sono ovviamente e volutamente in disordine alfabetico e di apparizione:

  • Imparare a suonare uno strumento
  • studiare la fisica
  • leggere finalmente quel libro
  • scrivere una pagina di qualsiasi cosa
  • andare a passeggiare
  • iniziare a progettare un’astronave come l’Enterprise
  • guardare finalmente quel film
  • andare in biblioteca, scorrere gli scaffali e sentire quello che mi attira, oppure scegliere un libro a caso, specialmente uno che mi piace
  • informarmi su un argomento qualsiasi
  • imparare come si cambia il filtro della cappa aspiranteù
  • e chi più ne ha più ne metta

Vedete bene che di cose da fare ce ne sono tantissime, e che la noia non ha luogo a procedere.

L’umanesimo ai tempi dell’emergenza

L’emergenza sanitaria, un po’ come tutte le emergenze, sembra mettere in secondo piano cosucce secondarie come per esempio l’attività intellettuale. Cosa volete, la scala dei bisogni di Maslow è piuttosto perentoria. Prima di tutto la sopravvivenza, poi si può (eventualmente) pensare al superfluo, come appunto l’arte la scienza e la filosofia.

Il punto è che spesso e volentieri sono proprio queste attività “futili” a consentire di trovare soluzioni vitali anche alle emergenze. Sì, perché si da il caso che noi esseri umani sotto pressione possiamo forse anche rendere bene, ma se la pressione diventa panico tendiamo a funzionare male, anzi malissimo. E a prendere decisioni che si rivelano spesso sballate rispetto alla situazione che stiamo affrontando.

E’ una pura e semplice questione di analisi dei dati a disposizione. Sappiamo bene che non percepiamo direttamente la realtà, ma la interpretiamo. Quindi, la nostra “verità” non è altro che un’opinione. Se, in una situazione “negativa” (cioè, che non ci piace) ci convinciamo di non poter trovare una via d’uscita, è molto probabile che non la troveremo, almeno finché non decideremo di impegnarci a cercarla.

L’unico modo per iniziare a cercarla è decidere di allargare la nostra mente, di avere più frecce al nostro arco. L’umanesimo, cioè coltivare l’arte la filosofia e la scienza, ci aiuta precisamente in questo. Ci abitua a riflettere su quello che ci circonda, dandoci nuovi strumenti per comprenderlo e, se vogliamo, per governarlo. Cioè, di utilizzare la distanza tra stimolo e risposta per scegliere quale risposta dare alla situazione in cui ci troviamo.

Il posto giusto dove mettere i guai

Spesso succede che ci si accatastino addosso quantità industriali di guai, piccoli e grandi,  di opinioni e convinzioni depotenzianti che sommandosi possono arrivare a farci sentire un tantinello disorientati. Altrettanto spesso si pensa,  chissà perché, che le tecniche di motivazione e crescita personale debbano per forza essere complicate. 

La mia esperienza mi suggerisce invece che le cose semplici sono le migliori. Anche perché gli obiettivi migliori sono quelli che ci impegnano un po’, ma non troppo. In questa occasione, ho il piacere di condividere con voi una piccola metafora che personalmente sto trovando molto utile, e spero che lo sia anche per voi. 

Immaginiamo quindi di creare una sorta di contenitore al disopra della nostra testa,  tipo a un metro o due di distanza. La cosa importante è che lo percepiamo al di fuori  della nostra vita. Fatto? Bene. Ora, prendiamo tutta la matassa dei nostri guai e…spostiamoli lì dentro.

Semplice? Decisamente. Banale? Certo. Eppure, vi posso garantire che, almeno per quanto mi riguarda, l’effetto è notevole. Il fatto stesso di spostare i guai fuori dalla nostra consapevolezza agisce come una specie di balsamo, che libera le nostre energie consentendoci di vedere il tutto da una prospettiva diversa, portandoci in un certo qual modo all’esterno delle nostre beghe quotidiane.

Si diventa ricchi investendo

Anche il post di oggi prende spunto dal video di Mario Robecchi dedicato alla relazione tra Ricchezza e spiritualità. Nel post precedente, pubblicato qualche giorno fa, ho sottolineato come la ricchezza consista in effetti nel saper governare le risorse. Cioè: non conta quello che abbiamo, ma come lo gestiamo. Chi ha molti soldi o molte proprietà, ma non sa gestirle, non è ricco, o comunque non lo resterà a lungo. L’esempio classico è quello di chi vince una somma ingente alla lotteria: in molti casi finisce non solo per sperperare quello che ha vinto, ma anche per ritrovarsi pieno di debiti,

Si diventa ricchi investendo, non trattenendo. E’ anche vero che nemmeno essere avari paga. Semplicemente ammucchiare il cosiddetto fieno in cascina non ci porta da nessuna parte. Occorre anche qui prendersi la respons-abilità di capire come funzionano gli investimenti, e soprattutto capire quali sono gli investimenti che funzionano meglio per noi.

È bene notare che qui non c’è consulente che tenga. Le mani in pasta dobbiamo mettercele noi. Cominciamo a studiare quali sono gli strumenti di investimento, come funzionano, e naturalmente quali sono quelli più adatti per noi. Prima di mettere denaro vero, facciamo delle simulazioni, sia con penna e calcolatrice che, se mastichiamo un po’ di informatica, con un foglio di calcolo. Alcuni siti di investimento permettono di aprire un conto dimostrativo: approfittiamone. Proprio così: facciamo finta di investire, un po’ come se fossimo dei bambini che giocano a fare i castelli di sabbia.

Naturalmente, ci capiterà di sbagliare. E’ normale. Di solito abbiamo un vero orrore… per l’errore. Tuttavia, imparare dagli errori fa parte della vita, che, non fa male ricordarlo, è sempre più o meno rischiosa. La contropartita del prendersi dei rischi è che si imparano sempre cose molto interessanti. Soprattutto quando si “sbaglia” o si “perde”. Cioè, gli eventi seguono un corso che non rispecchia le nostre aspettative.

Una domanda potentissima: Cosa posso fare?

Secondo gli esperti, la nostra mente e il nostro cervello sono delle vere e proprie macchine per rispondere a delle domande. Ne deriva che, a seconda delle domande che ci facciamo, la nostra mente si focalizza su aspetti diversi della realtà.

Naturalmente, ci sono domande e domande: per esempio, cominciamo a chiederci in tono lamentoso: ma perché, perché capitano tutte a me? E’ evidente che come domanda non è molto potenziante. Il nostro cervello, prontamente, risponderà: succedono tutte a te perché sei uno sfigato. Converrete con me che in questo modo non si va da nessuna parte. O, per essere più precisi, si va generalmente dalla parte sbagliata, non vitale. Si tratta di domande che tendono a portarci ancora di più dentro la nebbia dell’incertezza, dell’imprecisione e soprattutto dell’impotenza.

Ci sono invece domande vitali, che ci aiutano ad ottenere risultati. E mio modesto avviso sono quelle che ci dovremmo fare più spesso. Sono le domande che ci fanno uscire dalla confusione, che precisano il più possibile gli aspetti della realtà che ci troviamo davanti. In generale, questo tipo di domande tendono a smontare gli aspetti della realtà che percepiamo come critici, a suddividerli in aspetti sempre più piccoli che possiamo gestire meglio.

Una delle mie domande preferite, quella che mi porta più risultati, è “Cosa posso fare?” A mio avviso, si tratta di una domanda potentissima, che ci porta a focalizzarci sulle soluzioni anziché sui problemi. Al suo interno troviamo infatti sia il verbo potere che un altro verbo molto interessante: fare. Prima di tutto, quindi, ci si focalizza sulla possibilità.

Per ogni questione infatti non c’è un’unica soluzione. In genere ce ne sono moltissime, potenzialmente infinite. Il verbo potere ha come principale effetto quello di allargare la nostra mente. Infatti, quando riteniamo di non avere soluzioni al nostro problema, principalmente accade perché la nostra mente si è ristretta, e si focalizza su un insieme ridotto di possibili soluzioni, quelle che non funzionano.

Usando il verbo potere, invece, usciamo dalla scatola e cominciamo a vedere soluzioni alternative, sempre più soluzioni alternative, fino a trovare quelle che funzionano, o comunque funzionano meglio di quelle di prima.

Quanto al verbo fare, ci porta dal mondo mentale a quello fisico. Attenzione, però. Non sempre il fare è fisico. Non sempre si tratta di manipolare oggetti. Anzi, molto spesso il fare si riferisce al cambiare qualcosa dentro di noi, piuttosto che fuori.

Infatti, quando troviamo una soluzione che possiamo definire creativa, la realtà “là fuori” è rimasta esattamente quello che era. Quello che cambia è la nostra percezione della realtà. Si tratta comunque di un’azione, sia pure a livello di pensiero, che certamente porterà a delle azioni fisiche, questa volta però molto più funzionali.

Una piccola nota a margine. Personalmente, trovo che anche questa domanda, pur potentissima, vada pronunciata o comunque pensata con il tono giusto. Vale a dire, un tono di certezza e, se vogliamo, se siamo credenti, di fede.

Se non lo siamo, possiamo comunque avere fede nel fatto che l’Universo è molto, molto grande, e che da qualche parte si trova sicuramente la risposta giusta alla nostra domanda. Trovare questa risposta è semplicemente questione di fede e di tempo. Con la fede che riduce il tempo necessario.

Dalla frustrazione alla decodifica

La frustrazione insorge quando abbiamo la sensazione che non ci siano vie di uscita da una situazione “negativa”, cioè, che non ci piace o comunque molto diversa da come la vorremmo. In un certo qual modo, è come se la nostra mente si restringesse. Le soluzioni ai nostri problemi sono ancora là fuori, ma noi siamo in uno stato vibratorio di qualità talmente scarsa che non riusciremmo a vederla nemmeno se ce la sbattessero sotto il naso.

La prima cosa da fare, dunque, è recuperare una visione più ampia. Questo si può fare considerando che, in genere, quando ci si sente “impantanati” è perché mancano dei dati essenziali per risolvere la questione. Bisogna considerare, quindi, che ogni oggetto o situazione, per quanto complessi possano apparire a prima vista, sono in ultima analisi composti di elementi più semplici, e questi ultimi possono essere suddivisi a loro volta, fino a trovare aspetti ed elementi che possono essere controllati immediatamente o a breve termine.

Quando seguiamo questo procedimento, è un po’ come se “decodificassimo” la realtà che ci circonda. Anziché farci trascinare dagli eventi, cerchiamo di comprendere tutti i loro possibili significati e soprattutto ci sforziamo di cogliere il significato che, tra quelli possibili, ci rende più respons-abili. Ecco che a questo punto la frustrazione si dissolve, e riprendiamo in mano la nostra vita.

L’apprezzamento degli altri…

Se aspettiamo che siano gli altri ad apprezzare quello che siamo e quello che facciamo, potremmo attendere a lungo. Gli altri generalmente sono presi dai loro affari e, con tutta la buona volontà, semplicemente potrebbero non avere tempo di occuparsi di noi. Come del resto anche noi a nostra volta potremmo essere presi dai nostri affari e non avere modo di occuparci di loro.

Naturalmente, è vero che a volte le pacche sulle spalle arrivano. Ci mancherebbe. Sprazzi di empatia e di gentilezza ce ne sono in giro. Soltanto che, converrete con me, non sono sotto il nostro controllo. Non sappiamo se e quando arriveranno. Quindi, aspettandoceli da fuori rischiamo di non avere più controllo sulla nostra vita.

Diversamente, dobbiamo imparare ad apprezzarci per quello che siamo e per quello che facciamo da noi stessi. Non è semplice all’inizio, perché viviamo in un ambiente che, per ragioni che qui non ci interessano, tende a riempirci di dubbi. Personalmente, il modo migliore di gestire è mettere in campo un pensiero più strutturato, vale a dire una sana perplessità.

Proprio così: impariamo a mettere in dubbio il dubbio. Per dirne una: è proprio vero che sono così debole incapace sbagliato? Sempre e del tutto? Già facendosi una domanda del genere vedrete che la risposta quasi sicuramente sarà molto articolata, perché si passa da un pensiero generico a uno molto più specifico. Vi risponderete magari come a suo tempo ho fatto io: è vero che ogni tanto faccio o dico delle cazzate, nonostante la mia buona volontà, ma è anche vero che (a) ho fatto qualcosa che ha un senso (b) posso comunque migliorare (c) gli altri sono fatti esattamente come me, quindi è difficile che io sia il peggio in circolazione.

Vedete bene che le cose cambiano di parecchio.

Distanti ma vicini

In questo periodo storico (Ottobre 2020) ci viene consigliato di “mantenere il distanziamento” dai nostri simili. Niente baci, niente abbracci, insomma niente contatto fisico tra persone che non siano congiunti. Sui social è tutto un fiorire di lamentatio e miserere sul fatto che “così si perde il contatto umano”.

C’è chi arriva a sostenere che ci sia anche un “piano occulto” da parte di una qualche Spectre che punta a dividere tra loro gli esseri umani perché si sa… Divide et impera. Ovvero: più “noi” siamo divisi, meglio “loro” comandano.

Se sia vero o meno, in questa sede non ci interessa. Quello che conta è che a mio modesto parere si può essere vicini in tanti modi. E’ vero che la vicinanza fisica è quella più immediata e palpabile. Quando facciamo il bagno di folla all’ora dell’apericena mescoliamo la nostra aura con quella di un sacco di altra gente, e acquisiamo energia da tutti Il gruppo ci rende indubbiamente più forti.

A volte però mi viene da pensare che la facilità con cui finora è stato possibile ottenere questi “bagni di folla” ci abbia un po’ disabituati a sviluppare la capacità di stare vicini alle persone anche quando sono lontane dal punto di vista fisico. A voler bene, cioè, a qualcuno che in quel momento non è lì fisicamente, magari perché il suo corpo è in cenere o sepolto da qualche parte, e la sua anima non raggiungibile con i nostri sensi.

In questo periodo così particolare, secondo me, potrebbe essere interessante riprendere a coltivare questa “vicinanza spirituale”, compensando il “distanziamento fisico”. Di certo, lo trovo un modo per passare il tempo molto più produttivo che preoccuparsi del fatto che non possiamo scendere a far serata.

Tra stimolo e risposta

Quante volte ci hanno consigliato di contare fino a dieci prima di reagire a qualsiasi situazione? Il consiglio, apparentemente banale, nasconde in realtà una saggezza profondissima.

Esiste infatti un’intercapedine, uno spazio tra stimolo e risposta, una distanza che finisce per fare tutta la differenza del mondo. Usando questa intercapedine, siamo in grado di dare risposte di qualità molto migliore a quello che ci succede. E di conseguenza, di migliorare la qualità della nostra vita, e di quella degli altri.

Tutto questo ha molto a che fare con la crescita personale e lo sviluppo della consapevolezza. Molto comodo lasciare che gli impulsi ci dominino, reagire senza por tempo in mezzo, facendo immediatamente seguire un pugno ad uno schiaffo, un colpo di pistola a uno schiaffo, una bomba a un colpo di pistola. E così via con l’escalation.

Comodo, ma decisamente non produttivo, come si intuisce anche dall’escalation descritta sopra. Si tratta in realtà di un dispendio di energia di dimensioni apocalittiche. Energia che invece potrebbe essere impiegata per costruire una vita ricca di soddisfazioni.

Come sempre, si tratta anche qui di decidere, iniziare e praticare. Ogni volta che ci arriva uno stimolo, specie se di pancia, e iniziamo a sentire la reazione, prima di seguirla domandiamoci se sia costruttiva o meno. Con il tempo, riusciremo a smorzare parecchie delle nostre reazioni “di pancia”, e la nostra vita diventerà molto più serena e piacevole.

Scuola ovunque

Fonte: Mezzopieno.Org

Secondo un articolo dell’Hindustan Times, di cui ho avuto contezza attraverso la newsletter di Mezzopieno una coppia di pensionati indiani ha attivato una scuola sul marciapiede di una delle strade di New Delhi. E’ un bel commento al motto del mio professore di spagnolo del liceo.

In tempi di lockdown, in India le scuole, in quanto edifici, sono chiuse. Certo, rimane l’alternativa delle lezioni a distanza, ma non tutte le scuole, almeno quelle pubbliche, hanno le risorse per attivarle, e del resto non tutti gli studenti hanno accesso alla Rete, quantomeno quella informatica. Così, Veena e Virendra Gupta hanno improvvisato quella che possiamo a buon diritto chiamare “scuola di strada”, mettendo a disposizione un spazio, le proprie competenze, il materiale didattico e perfino una merenda.

Le lezioni, che si tengono tre giorni a settimana, sono rivolte a bambini e ragazzi dai 4 ai 14 anni, e riguardano materie come matematica, scienze, inglese ed educazione fisica. Adesso, i coniugi stanno cercando volontari che donino il loro tempo e le loro competenze per consentire di espandere questa iniziativa.

A dimostrazione che, quando c’è la volontà, è possibile diffondere ed acquisire conoscenza.