L'essenza

A volte occorre passare dal concreto all’astratto per cogliere l’essenza. Succede quando ti senti a disagio perché ti sei attaccato troppo a un obiettivo troppo preciso.

Può sembrare strana come affermazione: di solito infatti nel campo della motivazione gli obiettivi vengono considerati qualcosa di quasi sacro. E anch’io penso che mettersi degli obiettivi precisi, magari con una scadenza, sia un’ottimo modo per incentivarci a muoverci, a imparare magari qualcosa di nuovo.

Tuttavia, càpita a volte che l’obiettivo, pur nella sua natura positiva, diventi per noi un vero e proprio incubo. Succede quando magari le nostre risorse devono ancora essere integrate. Dobbiamo acquisire qualcosa, imparare qualcosa. E noi, invece di prendere coscienza di questo, ci irrigidiamo, diventiamo testardi. Vogliamo quell’obiettivo, lo vogliamo adesso. Facciamo le bizze un po’ come i bambini. Pestiamo i piedi: Vojo, vojo…

E’ un modo più che sicuro per farsi del male. Quantità industriali di energia vengono scialacquate in qualcosa di molto simile a sbattere la testa su un muro. Il muro non se ne preoccupa più di tanto, mentre voi vi fracassate il cranio.

Questi sono i momenti in cui occorre tornare all’essenza, a quello che qualcuno chiama i valori. Perché abbiamo scelto di perseguire quell’obiettivo? Che cosa rappresenta per noi? In base a quale valore l’abbiamo scelto? E’ possibile che ci siano altre strade per raggiungere lo stesso risultato? Come possiamo suddividere quell’obiettivo in modo da trovare un’azione che possiamo fare adesso con un po’ di impegno?

C'è la nebbia? Metti la prima e avanti piano

Nonostante tutta la motivazione, la fede e la buona volontà di questo mondo, càpitano ugualmente dei periodi in cui ci sentiamo smarriti, e abbiamo la sensazione di non andare da nessuna parte. Una situazione che possiamo paragonare al camminare nella nebbia. Cosa possiamo fare in una situazione del genere…

Non sai come procedere? Procedi.

Pensiamo a come ci si comporta in auto quando incontriamo un banco di nebbia. L’autostrada (e la nostra destinazione) sono ancora là fuori, solo che la nebbia ci impedisce di vederle. Possiamo certamente fermarci alla prima stazione di servizio, e poi aspettare che la nebbia si alzi. Oppure semplicemente andare avanti, Ma in ogni caso, eccoci qui: bisogna, per un tratto almeno, avanzare nella nebbia.

E’ evidente che nella nebbia non si può andare a 110 come quando la nebbia non c’è. Dobbiamo adeguare la nostra velocità a quello che riusciamo a vedere (sempre che ci interessi rimanere in sicurezza: c’è chi va lo stesso a 110 nella nebbia, ma questo è un altro discorso). Quindi procediamo a 40/50, aguzzando la vista.

Lo stesso succede nei nostri momenti di smarrimento. Cerchiamo di ricordarci che i nostri obiettivi sono sempre lì, non sono scomparsi. E’ solo che in questo momento non li percepiamo perché per qualche motivo nella nostra mente è calata una sorta di nebbia. In questo caso, procediamo mettendo, classicamente, un piede davanti all’altro. Raccogliamo nuovi dati, e rimaniamo fiduciosi nelle nostre risorse. Aspettiamo che la nebbia, come sempre fa, prima o poi si alzi.

Come una nuvola che passa e va

Molto del nostro disagio deriva dal fatto di pensare che una data situazione “negativa” (cioè, che non ci piace) sia destinata a durare per sempre. Peraltro, sappiamo benissimo come non ci sia nulla che duri “per sempre”. Tutto scorre, diceva il filosofo. Passano le cose “belle” (cioè, che mi piacciono) ma anche le cose “brutte” (cioè, che non mi piacciono). Il che ci da un vantaggio competitivo non da poco.

Infatti, pensando alla realtà come un continuo scorrere di ogni cosa, possiamo concepire gli eventi “negativi” come delle nuvole. Le nuvole appaiono nel cielo, magari diventano anche dense e nere, cariche di pioggia, ma alla fine, con il tempo, sono destinate a dissolversi. Allo stesso modo, anche le situazioni e le emozioni che viviamo, per quanto complicate e pervasive, sono destinate prima o poi a terminare.

Quindi, ecco una metafora che ritengo utile. Quando ci sentiamo un po’ “nuvolosi”, visualizziamo la nostra mente come un cielo ingombro. Adesso, immaginiamo che un gradevole venticello arrivi a spostare i minacciosi cirronembi, dissolvendoli. Rimangono solamente delle piccole, graziose nuvolette nel cielo azzurro.

Non so a voi, ma per quanto mi riguarda questa metafora libera un sacco di energie.

A cosa servono le giornate "No"

Avete presenti le giornate “no”? Quelle dove sembra, e dico sembra, che ogni cosa si diverta ad andare per il verso “sbagliato” (ovvero, diversamente da come vogliamo noi). Bene, ultimamente sto pensando che anche quelle abbiano un senso nell’economia della gestione delle nostre energie,

Qualcuno potrebbe guardarmi storto (o meglio, potrebbe guardare storto il monitor del computer o il display dello smartphone). Che diamine, le giornate no sono giornate no e basta, il mondo è una valle di lacrime e noi dobbiamo soltanto sopportare la sfiga perenne che ci sovrasta.

All’apparenza, tutto molto ragionevole. Se non fosse che accettare, o meglio sopportare, la giornata no ci de-respons-abilizza, ovvero ci toglie la capacità di rispondere. Dal momento che le “giornate no” comunque ci sono, forse è il caso di dare loro un senso.

Ed ecco dunque quale senso sono abituato a dare alle giornate “no”. Se accadono cose “negative” (cioè che non ci piacciono) è essenzialmente perché non siamo (ancora) abili quel tanto che basta per gestirle. Se fossimo abili a gestirle, non le noteremmo neanche. Quindi, in definitiva, la giornata no ci segnala degli aspetti della vita rispetto ai quali possiamo evidentemente diventare più respons-abili.

Facciamo qualche esempio concreto: come definiamo la “giornata no”? La mattina ci alziamo stanchi, con l’impressione di non riuscire ad arrivare a fine giornata. Controparte respons-abile di questo stato d’animo: come posso gestire meglio le mie energie?

Ci sono centinaia di riposte a questa domanda. La mia è che cerco di “amare il mio nemico”. Ovvero, mi sforzo di voler bene anche alle cose e alle persone che non mi piacciono. Questo porta a un minore spreco di energie. Oppure, cerco di capire al meglio come funziona il mio corpo, per fare le cose più importanti quando l’energia è al massimo. Riduciamo così il numero di giornate no.

Altro esempio: dobbiamo andare al lavoro, siamo quasi in ritardo e l’auto non parte. Cominciamo ad elencare tutte le madonne di questo mondo e di quell’altro. Giornata no! Controparte respons-abile: una volta finito di smadonnare ed essere arrivati in qualche modo al lavoro, vediamo qual è stato questo “qualche modo”. La prossima volta che l’auto non parte potremmo saltare la parte dello smadonnamento, utilizzare questo “qualche modo” in automatico e risparmiare tempo ed energia. In sostanza, ridurremo il numero di “giornate no”.

Altro esempio ancora: ci arriva una multa imprevista. Anche qui, cominciamo a importunare la Fortuna e l’Universo, lasciando che questo atto amministrativo ci sottragga un tot di energia e ci negativizzi l’intera giornata. Controparte respons-abile: rendiamoci conto che, nonostante la nostra prudenza, le multe possono arrivare. Anche qui, centinaia di soluzioni. A puro titolo di esempio, vi passo la mia: dopo un minimo sindacale di accenno di smadonnamento, respiro profondamente, sorrido e mi chiedo: come posso serenamente pagare questo insignificante atto amministrativo? Come posso organizzarmi per evitare di prendere questa multa la prossima volta? Riduciamo il numero di giornate no.

Come abbiamo visto, l’utilizzo più proficuo delle giornate-no è l’acquisire nuove abilità che ci rendano più respons-abili, più capaci di rispondere.

Intenzioni ripulite

Se il risultato deriva dall’azione, e l’azione deriva dai pensieri, sembra sensato porre molta attenzione alla qualità dei pensieri che abbiamo in testa. Sarai d’accordo con me che spesso questi pensieri sono un po’ pestiferi e limitanti.

Non approfondiamo il perché sia così. Per il momento prendiamolo come un dato statistico. Pare tuttavia evidente che, con questo tipo di pensieri in testa, le nostre azioni saranno anch’esse un po’ pestifere e limitanti.

E i risultati? Anche quelli probabilmente saranno un tantino limitanti e pestiferi. E a loro volta genereranno pensieri pestiferi e limitanti. Un perfetto esempio di come si può girare in tondo.

Esiste un modo per uscire da questo cerchio? La mia personalissima esperienza dice di sì. La soluzione che ho trovato è la consapevolezza. Ovvero, essere coscienti di quello che facciamo, e prima ancora di quello pensiamo.

Ho anche notato che tra pensiero e azione c’è come un’intercapedine, uno spazio dove possiamo operare. Lo chiamerò intenzione. Cioè, il progetto che portiamo avanti. Studiando le intenzioni, possiamo valutare la loro qualità.

Questa azione, questa cosa che voglio fare, e che nasce dai miei pensieri e dai miei giudizi, mi aiuterà ad aumentare la qualità complessiva della mia vita? Allora la faccio. Se viceversa noto che questa azione nasce da un impulso incontrollato o da una voglia di rivalsa, allora forse sarà meglio lasciar perdere.

Tutto questo, è bene notare, si basa sulla consapevolezza. La consapevolezza è un’abitudine, come un muscolo, che si rafforza con l’uso. Esattamente come si va in palestra ad allenare i bicipiti, si può allenare la consapevolezza. Sviluppando la consapevolezza, si può ripulire l’intenzione. Di conseguenza, otteniamo risultati migliori.

Gestire il lutto, la malattia e la morte

Occorre essere respons-abili anche, direi soprattutto, nella gestione delle cose che non ci piacciono. Se c’è una cosa che non ci piace è la morte, specialmente preceduta dalla malattia. La nostra civiltà, quella occidentale intendo, schifa la morte e la malattia, perché si presume che dobbiamo sempre essere vincenti, performanti, al top. E ovviamente la malattia e la morte sono la negazione di tutto questo.

Nondimeno esistono, e occorre essere respons-abili anche nei loro confronti. Anche per queste circostanze, occorre decidere come comportarsi, perché prendere decisioni fa risparmiare energia, che altrimenti viene dispersa quando si tentenna da un’ipotesi di comportamento all’altra.

Dal momento che la malattie e la morte sono due cose che non ci piacciono, e che anzi ci suscitano terrore, occorre innanzitutto conoscerle meglio. L’unica via d’uscita dalla paura è infatti la conoscenza. Come possiamo fare in modo che anche queste due cose così schifose diventino gestibili?

Qui ognuno ha la sua risposta, e come sempre in questo blog vi do la mia, personalissima. Per gestire in qualche modo il lutto, la malattia e la morte occorre considerarle esattamente come le altre esperienze di noi esseri umani. ovvero delle esplorazioni. Non sappiamo come evolverà la malattia, nostra o di altri. Come funziona? Di cosa è fatta? Cosa possiamo fare noi per aiutare i medici a curarci, e i nostri cari ad avere meno paura insieme a noi? A mio parere, sono queste le parole che dobbiamo farci.

E la morte? Cosa ne sappiamo di quello che viene dopo? La disperazione che proviamo in molti deriva dalla convinzione che dopo non ci sia nulla. O meglio, che ci sia il nulla. Chi muore non c’è più, e non potremo mai relazionarci di nuovo con lui. Ma bisogna convenire che si tratta di un’opinione, che deriva dal fatto che non possiamo vedere e toccare dei corpi.

In effetti noi non sappiamo come siamo fatti davvero. Secondo alcune teorie, l’essere umano è molto più di un corpo. E’ possibile che qualcosa di noi, chiamiamola come vogliamo, sopravviva quando il corpo “muore”.

Anche se così non fosse, mi pare che la nostra vita cambi molto in meglio se decidiamo di adottare questa credenza, che è una credenza esattamente come pensare che dopo la morte non ci sia nulla. Con la differenza che adottando il convincimento che l’esistenza continui dopo che il corpo fisico cessi di funzionare, siamo in grado di aiutare noi stessi e gli altri a vivere con un livello di energia decisamente più costruttivo.

Quando si sbaglia

Nonostante tutto l’impegno e tutta la concentrazione e la buona volontà possibili, a volte capita di sbagliare. Ovvero, di fare qualcosa diversamente da come vorremmo noi o (più spesso) come vorrebbero gli altri.

Quando succede, cioè quando si “sbaglia”, e si notino le virgolette, subentra la vergogna. Ci sentiamo inadeguati, perché fin da quando abbiamo l’uso della ragione (e probabilmente anche prima) ci viene insegnato che sbagliare… è sbagliato. Anzi, peggio ancora: chi sbaglia è sbagliato.

Il piccolo problema è che noi appartenenti alla razza Homo Sapiens apprendiamo proprio sbagliando. Di conseguenza, associare all’errore un senso di vergogna e di inadeguatezza non è un’idea particolarmente geniale.

Eppure, la nostra società è tutta impostata sull’idea che non dobbiamo sbagliare mai. Questo ha almeno due conseguenze: 1.Viviamo una vita estremamente stressante 2. Non impariamo niente, e quindi non cresciamo mai.

La mia esperienza, dunque, dice che l’atteggiamento ottimale è quello di farsi influenzare il meno possibile dalla vergogna quando capita di “sbagliare” e approfittare il più possibile della lezione che il nostro “errore” ci insegna.

Dalla sfiga… alla sfida

Come cambiano le cose a volte cambiando semplicemente una lettera. Capita a volte che la vita ci sembri piena di ostacoli. Nel loro insieme questi ostacoli inducono in noi il senso di sfiga, ovvero di inadeguatezza. Il senso insomma di avere una matassa di problemi talmente intricata da non sapere quale sia la prossima mossa da fare per vedere di cominciare a sbrogliarla.

Non so come succede a voi, ma per me molto cambia quando, invece di vedere degli ostacoli, delle sfighe, comincio a vedere delle sfide. Ovvero, mi rendo conto che i cosiddetti “ostacoli” sono in effetti delle opportunità. Come degli esercizi  da palestra che la vita (l’universo) mi mette davanti affinché io cresca. Se supero l’ostacolo, cresco. Se non lo supero, ma ho imparato qualcosa, sono comunque cresciuto.

Perché, alla fine, sono sempre più convinto che il trucco stia proprio lì. Non si tratta  tanto di non avere alcun tipo di problema, ma di essere bravi a risolverli. Vivendo quindi a nostro agio tanto nella certezza quanto nell’incertezza. Anzi, se vogliamo essere precisi, direi che è meglio saper vivere nell’incertezza. In questo modo si risparmiano energie che possono servire per migliorare la qualità dei nostri pensieri e quindi dei nostri risultati.

Qualità e quantità

La vita dovrebbe essere qualitativa piuttosto che quantitativa. Più che avere, occorrerebbe essere. Anche perché le cose ci possono essere tolte, mentre le nostre qualità no, ed anzi possiamo avere sempre più qualità, e quindi essere sempre di più.

Quindi, in ogni momento la nostra occupazione principale dovrebbe essere mantenere la nostra vibrazione al livello più alto possibile. Anche perché molto del nostro benessere dipende dalla qualità della nostra vibrazione, che non rimane dentro di noi ma si proietta all’esterno, determinando spesso la qualità dei nostri risultati.

Eh sì, cari miei: è un po’ come un cane che si morde la coda. Se è vero che risultati insoddisfacenti fanno scendere la qualità della nostra vibrazione, è anche vero che quella vibrazione qualitativamente bassa si proietta all’esterno, determinando altri risultati insoddisfacenti, con il rischio tra l’altro di innescare una spirale discendente.

Se invece ci prendiamo la (respons)abilità di migliorare la qualità della nostra vibrazione, “rischiamo” di produrre risultati soddisfacenti, che ci danno gioia, e perfino, guarda un po’, di innescare una spirale ascendente che ci può portare a una vita ricca di realizzazioni.

Questo, secondo la mia esperienza, non è complicato da realizzare. Personalmente, quando desidero alzare un po’ d’asticella, rifletto sul fatto che quanto è accaduto finora è frutto della qualità della vibrazione che ho mantenuto fino ad allora. Ma il futuro non deve essere necessariamente uguale al passato. Ecco quindi che mi prendo la (respons)abilità di migliorare la qualità delle mie aspettative.

Anche qui, bisogna togliersi l’eccessiva preoccupazione per il domani. Domani non c’è, non esiste, così come non c’è (più) neanche ieri. Tutto si compie nel presente, ed è lì che possiamo, se vogliamo, migliorare la qualità dei nostri pensieri, e di conseguenza della nostra vita.

La Matassa

Una metafora interessante che ho sviluppato negli ultimi giorni: tra i vari lavori casalinghi, mi è capitato di dover selezionare alcuni cavi elettrici di varia natura. I cavi in questione erano aggrovigliati in una matassa inestricabile, ed è sempre stato per me un mistero come possano crearsi grovigli di questo genere

A parte questo, fatto sta che davanti a questo intrico, lo confesso, la mia motivazione è andata a farsi un po’ benedire. Come potevo mai affrontare un lavoraccio del genere?

Siccome però il nostro cervello è una vera e propria macchina che a domanda risponde, ecco che mi sono ricordato un dettaglio non da poco: cribbio, ma non sono proprio io quello che tiene un blog dove pontifica sull’utilità di dividere un grosso obiettivo in obiettivi più piccoli, fino a trovare qualcosa che si possa fare adesso?

E dunque, non mi rimaneva altro da fare che trovare un modo di rendere gestibile la matassa. Prendo una delle parti terminali di uno dei cavi aggrovigliati e comincio a tirare leggermente… Nulla. Eppure, a questo punto ne sono certo: così come si sono formati, in qualche modo i grovigli dovranno pure sciogliersi.

Mi dico: torniamo ai fondamentali. E’ vero che questo cavo non si districa. Ma se ne provo abbastanza, qualcosa dovrebbe succedere. E infatti. Ecco che dopo un paio di tentativi, qualcosa succede. Un cavo si districa dalla matassa. Wow!

A questo punto, è fatta. Con un po’ di pazienza, la matassa è destinata a scomparire, per lasciare posto a una serie ordinata di cavi. Allo stesso modo, possiamo districare le sfide che ci appaiono un tantino aggrovigliate.