Quando compro un’azione

Posto che secondo me non esiste un metodo perfetto per capire quando acquistare un strumento finanziario. e tantomeno quando venderlo, ecco come mi comporto personalmente quando si tratta di comprare azioni, quello che qualcuno chiama con termine molto “oh yeah” lo “stock picking”. Fondamentalmente, compro un’azione in due casi:

  1. Vado sul listino, e vedo che il titolo Tizio segna una variazione negativa consistente. Cosa vuol dire consistente? Dipende. In genere, più capitale ho investito, maggiore deve essere la variazione perché la ritenga interessante. In genere si va dal 2% in su. Il calcolo è semplice: dal momento che opero quasi solo su titoli dei listini principali (Ftse Mib in Italia, talvolta Londra, Madrid e New York) è probabile che questa oscillazione sia provocata da fattori che poco hanno a che vedere con i fondamentali dell’azienda, e che quindi il titolo ritorni, presto o tardi al suo prezzo naturale, che in genere è la media tra il massimo e il minimo
  1. Quando sui media appare la notizia che il titolo Caio “crolla”. In particolare quando l’azienda Caio ha dei buoni fondamentali (ad esempio, possiede molti immobili, molti brevetti etc.). E’ molto probabile, in quel caso, che l’azienda si riprenda più o meno velocemente dall’evento che ha provocato il crollo (e dal conseguente clamore mediatico). Il calcolo in questo secondo caso è: molti avranno venduto spinti dal panico, il prezzo sarà dunque sceso. Io nel frattempo ho comprato. Poi, quando (fatalmente) il clamore mediatico si placa, e il pubblico (altrettanto fatalmente) si sarà dimenticato dell’accaduto, l’azione tornerà a risalire.

Goldoni e la motivazione

Alessandro Longhi – Ritratto di Carlo Goldoni (c 1757) Ca Goldoni Venezia – Close-up

A volte si trovano spunti nei posti più impensati. Di solito siamo convinti che lo studio sul pensiero umano sia iniziato solo di recente, e invece… Vi propongo un estratto da una commedia di Carlo Goldoni, Il ritorno dalla villeggiatura.

ATTO SECONDO, SCENA SETTIMA

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

BRIGIDA: No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

GIACINTA: E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?

BRIGIDA: Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.

GIACINTA: Ed io ne son sicurissima.

BRIGIDA: E donde può ella trarre una tal sicurezza?

GIACINTA: Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nell’agitazione in cui era, per cercare di divertirmi ho preso un libro. L’ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito. Fra le altre cose ho imparato questa: Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra. Per esempio, s’apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de’ cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell’onestà, della buona fama; oppure se questi non s’incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire d’abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finché la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s’apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.

BRIGIDA: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch’io leggere un poco su questo libro.

GIACINTA: Hai tu pure de’ pensieri che ti molestano?

BRIGIDA: Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, né men quando dormo.

GIACINTA: Dimmi qual è, che può essere ch’io t’insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.

BRIGIDA: Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch’io sono innamoratissima di Paolino, ch’ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.

GIACINTA: Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, né può essere sì molesto, che tu abbia d’affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene né a te, né a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell’amore, tu apra quella della speranza.

BRIGIDA: Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.

SERVITORE: Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.

GIACINTA: (Oimè!). Niente, niente, vengano. Son padroni.

SERVITORE (parte.)

BRIGIDA: Eccoci al caso, signora padrona.

GIACINTA: Sì, ho piacere di trovarmi nell’occasione.

BRIGIDA: Si ricordi della lezione.

GIACINTA: L’ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l’ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.

BRIGIDA: Rida e scuota la macchina, e si diverta.

Il testo è del tardo Settecento. Eppure Giacinta ha nella sua biblioteca un libro che si intitola Rimedi per la malattia dello spirito. Wow! Siamo di fronte, né più né meno, a un testo che parla di motivazione. Non sappiamo se sia vero o inventato da Goldoni, ma se l’autore lo ha inserito, è evidente che si tratta di un tipo di testo che circolava largamente tra coloro che sapevano leggere. Che cosa insegna questo testo? A contrastare i pensieri negativi.

Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.

Ovvero: quando ci passa della spazzatura nella testa, occorre creare il pensiero esattamente opposto. Nella nostra mente si trovano “infinite cellule, dove stan preparati più e diversi pensieri”. A questo punto ” la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.”. Ovvero, quando ci passa per la testa qualcosa che ci toglie energia, si può imparare ad allontanare quel tipo di pensiero, rivolgendo la mente ad un altro tipo di dialogo interiore più costruttivo.

A quanto pare, già nel Settecento avevano le idee abbastanza chiare in proposito.

Comprare o non comprare? Valore e prezzo, assoluti e relativi.

Viviamo immersi in un contesto in cui tutto ci spinge a comprare. E’ normale: le aziende puntano a vendere il più possibile, e si badi bene, non c’è niente di scandaloso in questo. Fanno soltanto il loro lavoro, che consiste nel comprendere la psicologia del cliente e muovere le leve giuste affinché acquisti.

Anche nello shopping non c’è assolutamente alcunché di male. Se ci dà piacere l’acquisto di un determinato oggetto, ben venga. L’importante è che quell’acquisto avvenga quando la disponibilità economica ce lo consente, e che in seguito non si creino ristrettezze di mezzi per i bisogni basilari. La domanda cruciale è: quando ce lo consente?

In realtà, la risposta è abbastanza semplice. Le domande che dovremmo sempre farci prima di un acquisto sono essenzialmente due:

  1. Abbiamo davvero bisogno di quel dato oggetto?
  2. Quell’oggetto, per noi, vale più del prezzo a cui lo compreremo?
  3. Se sì, il suo prezzo quanto pesa sul denaro che abbiamo a disposizione in quel dato momento?

Dobbiamo quindi andare oltre l’impulso all’acquisto, per valutare quello che davvero ci serve. Capire quindi, più che il prezzo in sé, il valore dell’oggetto che stiamo per acquistare. E una volta compreso il valore, che potremmo chiamare assoluto, dovremmo considerare il valore relativo ai mezzi che abbiamo a disposizione in quel momento.

Chiaramente, è un gioco che non sempre riesce. Siamo umani, e anche facendoci queste domande potrà capitare di ritrovarci con oggetti che non aggiungono alcun valore alla nostra vita. Nessun problema: il potere della pubblicità è notevole, e dobbiamo sentirci in colpa fino a un certo punto. L’importante è iniziare ad esercitare i nostri muscoli decisionali. Fin dall’inizio, il beneficio sarà notevole.

E’ ora di crescere?

I due lettori che mi seguono con una certa costanza (e li ringrazio per la sopportazione) sanno bene che sono un po’ fissato con il concetto di respons-abilità. Ovvero: il nostro scopo nella vita dovrebbe essere imparare sempre meglio ad essere “capaci di rispondere”. Invece di sprofondare nei problemi, dovremmo vivere cercando soluzioni.

A prima vista sembrerebbe facile. Nei fatti, sembra difficilissimo. E’ infatti palese che viviamo in un’ambiente che non facilita per nulla la presa di responsabilità da parte delle singole persone. La prima cosa che ci viene in mente quando ci troviamo in difficoltà è chiedere qualcosa a qualcuno. Che poi magari troviamo soluzioni anche da noi è un altro paio di maniche, ma il primo pensiero comunque è quello di andare da qualcuno con il cappello in mano.

Forse è ora di abbandonare atteggiamenti di questo tipo. Rendersi conto che. in definitiva, prima di prendere (o di pretendere) dobbiamo dare. Piuttosto che essere parte del problema. dovremmo essere parte della soluzione. Controintuitivo? Certamente. Mediamente, siamo abituati ad avere la pappa scodellata. E ci piace. Il piccolo problema è che in questo modo i nostri muscoli proattivi si atrofizzano. E quando poi. come a volte capita. la pappa scodellata viene a mancare, son dolori.

Dunque? Dunque, quando la pappa scodellata c’è. godiamocela pure. Ma intanto, facciamo dei piccoli passi avanti. Cominciamo ad allenarci- Ogni tanto, soffermiamoci a considerare chi siamo e cosa vogliamo veramente. A immaginare come risolvere quel problemino da soli invece di appoggiarci a qualcun altro. Sono sforzi che alla lunga ripagano parecchio. e migliorano la qualità della vita. nostra e degli altri.