RESILIENZA: Quando si rompono… gli occhiali

Ieri mi si sono rotti gli occhiali. Per essere preciso, si è spezzato quello che la signora del negozio di ottica ha chiamato “il ponte” tra le lenti. Mal di poco: alla fine la spesa non sarà drammatica, e anche i tempi per riavere indietro gli occhiali sono abbastanza brevi. Però devo dire che quando è accaduto ci sono rimasto un po’ male.

Già, perché in effetti quegli occhiali erano (sono!) di qualità davvero notevole. Erano costati una cifra non indifferente, e d’altronde sono d’accordo con il concetto che la qualità si paga. Dovendoli portare sempre, ovviamente dovevano essere come minimo dei multigrade, e strutturati con una certa robustezza.

Viaggiando con questa idea, uno si convince che questi occhiali così “strong” non si romperanno mai. Naturalmente, si tratta di una pia illusione. Ogni oggetto nell’universo cambia in continuazione, e questo comporta anche, prima o poi, un cambiamento che interessa l’oggetto occhiali e che la nostra mente interpreta come “rottura inconsulta degli occhiali a mezzo di cedimento del ponte tra le lenti”

Una persona adulta dovrebbe sicuramente prendere la cosa con aplomb. In realtà, in questi casi riemerge il nostro bambino interiore. Un giocattolo si è rotto, e in un certo qual modo ci viene ricordato che tutto passa e va. Passato il momento ed elaborato il lutto, comunque, arriva il momento di attivare le nostre risorse.

Si dà il caso infatti che, per una mente ben organizzata, occasioni del genere rappresentano una possibilità di imparare qualcosa di nuovo. Nello specifico, come affrontare la situazione contingente. Una conoscenza che ci può essere utile anche in futuro.

Lo spirito dei… Natali

Quando, come capita un po’ a tutti prima o poi, mi dissero che Babbo Natale non esisteva, dire che ci Rimasi male sarebbe un puro e semplice eufemismo. Crollava uno dei fondamenti della mia esistenza di bambino. Penso che in realtà, a parte l’abuso fisico, una scoperta del genere si collochi tra i peggiori traumi che si possano infliggere a un bambino.

Con il tempo, poi, sono però guarito da questo trauma. Sono infatti sempre più convinto che Babbo Natale esista. Naturalmente non si tratta del simpatico anziano un po’ cicciottello vestito di rosso. Anzi, per essere precisi questa è una delle infinite forme in cui possiamo concepirlo. Una delle incarnazioni di quello che a buon diritto possiamo chiamare spirito natalizio.

Chi o cosa è lo spirito natalizio? Bisogna innanzitutto considerare che “Natale” significa letteralmente “nascita”, o meglio ancora “rinascita”. La nascita di Gesù, secondo la tradizione cristiana, è la (ri)nascita della speranza. Tutta l’opera di Gesù è volta a rendere consapevole l’uomo, ciascun singolo uomo, delle proprie infinite possibilità, attraverso la fede e la speranza.

Il senso del Natale è precisamente questo. E anche l’albero di Natale conferma questa interpretazione. L’abete, con la sua particolare forma a punta, rappresenta l’uomo che guarda verso l’alto, il cielo, la speranza, lo sviluppo. Ci si eleva al disopra di quello che è per vedere e cominciare a costruire quello che è possibile.

Naturalmente, il fatto che lo si festeggi in una data precisa ha principalmente lo scopo di far ricordare a tutti che il Natale esiste. Di inserirlo, per così dire, in una routine, evitando, come capita spesso a noi umani, di dimenticare quello che conta veramente a favore delle bagatelle quotidiane. Ma niente vieta, e tutto consiglia, che ogni giorno per noi possa essere Natale. Ovvero, che quotidianamente possiamo ritrovare il vero dono, che è quello di darci sempre una possibilità di realizzare quello che vogliano.

La fine dell’incubo

A volta capita di vivere in un incubo. O di essere convinti di viverci, che alla fine è lo stesso. Se vogliamo dare una svolta alla nostra vita, il primo passo è svegliarsi. Se necessario, scrollarsi di brutto.

C’è un episodio di Star Trek – The Next Generation intitolato Il Gioco. Si tratta, secondo me, di uno tra i più claustrofobici e inquietanti, ma anche più stimolanti, della serie. L’equipaggio dell’Enterprise viene soggiogato da una popolazione aliena per mezzo di un congegno da applicare agli occhi che sembra un gioco ma in realtà agisce sul ragionamento profondo di chi lo usa, riprogrammando la sua mente a favore degli alieni e spingendolo a far usare il congegno anche a chi lo circonda.

Nella scena madre dell’episodio, Wesley Crusher è ormai l’unico ancora in possesso delle proprie facoltà mentali.Anche lui sta per soccombere quando interviene il comandante Data. L’androide, disattivato dagli altri membri dell’equipaggio ma riattivato a suo tempo da Crusher, risveglia tutti grazie a un semplice ma efficace mezzo: una luce stroboscopica.

Ritengo che questa sia in definitiva (anche) una metafora di quello che “il mondo” fa a noi tutti giorno dopo giorno. In questo caso “il gioco” non è altro che quello che per altri versi si può definire “tran tran” . Le piccole grandi cose che “dobbiamo” (o “pensiamo di dover”) fare: andare al lavoro (o cercarlo), pagare le bollette, preoccuparsi per il futuro.

Qualcuno potrà dire: David, ma mi stai suggerendo di fregarmene bellamente di tutto ciò? “La vita” è questa!

A parte il fatto che no, “la vita” non è questa, o meglio non solo questa, è anche vero che abbiamo delle responsabilità verso noi stessi, ed eventualmente verso la nostra famiglia. “Il gioco” è coinvolgente, esigente, e spesso “arriviamo a sera che siamo degli stracci”. Quindi, in qualche modo siamo stati “condizionati dagli alieni”. E dunque? Può essere utile, come spesso accade, un mutamento graduale.

Tornando alla trama del telefilm, occorre che il buon Data arrivi in nostro soccorso con la sua luce stroboscopica, svegliandoci dal condizionamento. Il bello è che possiamo essere noi stessi ad incarnare il simpatico androide. Anche qui, come sempre, si tratta di creare un’abitudine nuova, creandoci spiragli sempre più ampi per uscire dall’incubo.

Pensieri sulla Paura e sui Fortini

Ritengo che la Paura di qualcosa spesso faccia più danni della cosa in sè. Mettiamo, ad esempio, che ci sia in giro qualcosa, che ne so, un virus, il terrorismo, la prospettiva di un’invasione aliena… Quel che volete. Cominciano a circolare delle notizie, magari contraddittorie. Può anche capitare, che so, che il governo decida, per prudenza, di chiudere la popolazione in casa per un periodo, mettiamo due mesi.

Metttiamo anche che questa “cosa” effettivamente esista, per carità ci mancherebbe, ma che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia veramente idea di come sia fatta, di come funzioni e soprattutto di come affrontarla efficacemente. In scenari come questi, quale sarà mai la strategia migliore? E’ molto probabile che il nostro istinto ci dica che dobbiamo erigere un Fortino.

Sì, esattamente come quelli dei film western, che poi sono la versione moderna delle fortezze medievali. Una struttura chiusa, con delle alte mura e con delle palizzate in alto, dove sono praticate delle feritoie che permettono di sbirciare fuori e, all’occorrenza, infilarci un fucile o altra arma atta alla difesa del Fortino.

Tutto questo serve, almeno nelle intenzioni, a proteggerci. Il concetto è il seguente: se io mi creo un ambiente chiuso, dove nessuno può entrare se non lo invito io, sono protetto e non mi può succedere nulla. Di conseguenza, una volta eretto il Fortino, devo difenderlo dal Nemico. Ovvero, tutto ciò che vuole entrare nel mio Fortino senza essere invitato. O anche, tutto ciò che io penso che voglia entrare senza essere invitato.

A prima vista, la mentalità del Fortino sembra funzionare alla grande. Per un po’, possiamo anche essere convinti che sia la migliore. Se ci pensiamo bene, però, questo rinchiuderci ci porta progressivamente a vivere un po’ come Zio Paperone nel suo deposito. Dormi con un occhio solo con lo spingardino, per paura che arrivi la Banda Bassotti. Come canta il Poeta.

Quindi, come soluzione non sembra particolarmente geniale. Non era quello il tuo obiettivo. Tu volevi sentirti sicuro, ma il risultato è che invece vivi di insicurezza. Non solo. Più ti isoli, più le tue paure aumentano. E più senti la necessità d rinchiuderti nel tuo Fortino. Un enorme cane che si morde la coda, una spirale verso il basso di dimensioni cosmiche.

Purtroppo, o per fortuna, la vita è rischio. Rischio calcolato, progressivo, prudente, certo. Ma pur sempre rischio. Ed è anche un cammino di conoscenza, per allargare la nostra mente e renderci sempre più abili e respons-abili. Sempre più capaci di risolvere problemi e affrontare situazioni. Diversamente, andiamo incontro a quella che si può a buon diritto definire una morte in vita. Più si teme quello che non conosciamo, invece di cercare di conoscerlo, più retrocediamo da esseri umani a bipedi.