Pensieri sulla Paura e sui Fortini

Ritengo che la Paura di qualcosa spesso faccia più danni della cosa in sè. Mettiamo, ad esempio, che ci sia in giro qualcosa, che ne so, un virus, il terrorismo, la prospettiva di un’invasione aliena… Quel che volete. Cominciano a circolare delle notizie, magari contraddittorie. Può anche capitare, che so, che il governo decida, per prudenza, di chiudere la popolazione in casa per un periodo, mettiamo due mesi.

Metttiamo anche che questa “cosa” effettivamente esista, per carità ci mancherebbe, ma che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia veramente idea di come sia fatta, di come funzioni e soprattutto di come affrontarla efficacemente. In scenari come questi, quale sarà mai la strategia migliore? E’ molto probabile che il nostro istinto ci dica che dobbiamo erigere un Fortino.

Sì, esattamente come quelli dei film western, che poi sono la versione moderna delle fortezze medievali. Una struttura chiusa, con delle alte mura e con delle palizzate in alto, dove sono praticate delle feritoie che permettono di sbirciare fuori e, all’occorrenza, infilarci un fucile o altra arma atta alla difesa del Fortino.

Tutto questo serve, almeno nelle intenzioni, a proteggerci. Il concetto è il seguente: se io mi creo un ambiente chiuso, dove nessuno può entrare se non lo invito io, sono protetto e non mi può succedere nulla. Di conseguenza, una volta eretto il Fortino, devo difenderlo dal Nemico. Ovvero, tutto ciò che vuole entrare nel mio Fortino senza essere invitato. O anche, tutto ciò che io penso che voglia entrare senza essere invitato.

A prima vista, la mentalità del Fortino sembra funzionare alla grande. Per un po’, possiamo anche essere convinti che sia la migliore. Se ci pensiamo bene, però, questo rinchiuderci ci porta progressivamente a vivere un po’ come Zio Paperone nel suo deposito. Dormi con un occhio solo con lo spingardino, per paura che arrivi la Banda Bassotti. Come canta il Poeta.

Quindi, come soluzione non sembra particolarmente geniale. Non era quello il tuo obiettivo. Tu volevi sentirti sicuro, ma il risultato è che invece vivi di insicurezza. Non solo. Più ti isoli, più le tue paure aumentano. E più senti la necessità d rinchiuderti nel tuo Fortino. Un enorme cane che si morde la coda, una spirale verso il basso di dimensioni cosmiche.

Purtroppo, o per fortuna, la vita è rischio. Rischio calcolato, progressivo, prudente, certamente. Ma pur sempre rischio. Ed è anche un cammino di conoscenza, per allargare la nostra mente e renderci sempre più abili e respons-abili. Sempre più capaci di risolvere problemi e affrontare situazioni. Diversamente, andiamo incontro a quella che si può a buon diritto definire una morte in vita. Più si teme quello che non conosciamo, invece di cercare di conoscerlo, più retrocediamo da esseri umani a bipedi.

Il rasoio di Occam nel flusso informativo

L’Universo ci manda continuamente informazioni di ogni tipo. Quelle naturali, ma anche quelle artificiali. Dal cinguettio degli uccellini a quelli di Twitter. In questo marasma, dobbiamo decidere a quali di queste informazioni dedicare la nostra attenzione. Altrimenti rischiamo di essere “tirati per la giacchetta” di qua e di là, senza arrivare mai da nessuna parte.

E qui entra in scena il “Rasoio di Occam” . Ovvero, la necessità di non rendere le cose più complesse del necessario. Troppe volte infatti ci rendiamo le cose inutilmente difficili. Quando questo succede, occorre suddividere il nostro obiettivo in obiettivi sempre stimolanti ma più gestibili.

Il flusso informativo infatti può essere molto utile, perché comunque ci porta anche informazioni che normalmente non prendiamo in considerazione e che invece potrebbero essere fondamentali per il nostro sviluppo. Quindi, è un errore anche chiudersi completamente. Il Rasoio di Occam ci aiuta anche in questo senso. Impariamo a giudicare quali informazioni ci servono per crescere e quali no.

Una volta presa questa decisione, è tutta questione di allenamento. Invece di sentirci sopraffatti, stare nel flusso informativo diventa un fattore di crescita personale. E da un momento all’altro ci può arrivare quell’informazione che ci apre un mondo, o anche semplicemente ci illumina la strada.

Il Pistola

D’improvviso l’altro giorno mentre scorrevo i social mi è apparsa una visione alquanto strana. In un video c’era un tipo con la faccia truce, l’occhio grifagno, e soprattutto con in mano una pistola, brandita in direzione della webcam.

Dopo aver fatto il debito salto all’indietro davanti allo schermo, spaventato q.b. da questa immagine che si è materializzata sullo schermo del mio computer, ho avuto modo anche di ascoltare cosa questo signore avesse da dire. Il messaggio era semplice: c’è la crisi, dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è andare al supermercato a fare la spesa con la pistola in mano.

Mi sono detto: geniale. Questo signore è davvero un fulgido esempio di respons-abilità. Se lui sta male, è colpa del supermercato, mi pare ovvio. Anzi, siamo più precisi: se sta male, è colpa della cassiera del supermercato che si troverà piantato in faccia il revolver e che, io credo, non abbia la minima voglia di sperimentare se questo Passator Cortese dei tempi del Coronavirus sparerà davvero o meno.

Soprattutto, una soluzione del genere mi sembra molto vitale. Questo tipo di persone vorrebbe che “gli altri” risolvessero i “loro” problemi. E certamente si tratterà anche di problemi molto, molto seri. Ne sono sicuro: su di loro si è abbattuto tutto il campionario delle disgrazie, e ormai è troppo tardi per tutto e non ci si può fare niente.

Tipo, che so io, smetterla di pensare che il problema sono sempre gli altri, e che magari se comincio a far funzionare un attimo la testa non ho più bisogno di andare in giro a prendere il mondo a pistolettate. Tipo, che so ancora io, imparare qualcosa di nuovo, domandarsi di cosa il mondo può avere bisogno e darglielo con slancio e generosità, creando magari imprese miliardarie e posti di lavoro per noi e perché no anche per qualcun altro. Impegnarsi, crescere come persone e sapersi mettere in rete con il prossimo.

Mmmmmh naaaaaa. Troppo faticoso. Molto meglio il pistolone, da piantare in faccia a che ti guarda dai social e alla cassiera del supermercato.

Come attivare la fortuna

Si può “attivare” la fortuna? La mia esperienza dice di sì. Se è vero, come disse Randy Pausch che la fortuna è quando la preparazione incontra l’occasione, allora si tratta molto semplicemente di prepararsi e cercare occasioni.

Detto così sembra facile, e infatti si tratta di un’abitudine esattamente come le altre. Tuttavia, l’osservazione ci dice che, statisticamente, ci sono pochi fortunati in giro, e un veloce sondaggio tra i nostri conoscenti ci renderà edotti che la maggior parte della “gente” si considera sfortunata.

In realtà, in cosa consiste la sfortuna? In ultima analisi, ci consideriamo sfortunati quando “le cose” non vanno come vogliamo noi. Ne deriva che più condizioni poniamo per essere felici, più e probabile che saremo infelici. O che comunque attraverseremo dei periodi di infelicità. Per il semplice motivo che quasi mai tutto, ma proprio tutto, andrà esattamente come vogliamo noi. Ancora una volta, andiamo a sbattere contro il concetto di respons-abilità.

Tornando alla definizione di fortuna fornitaci da Randy Pausch, ecco che siamo in possesso di una sorta di formula della fortuna, che possiamo dividere essenzialmente in due fasi:

(1) Prepararsi. Vale a dire, essere curiosi. Una delle reazioni più tipiche degli “sfortunati” è che si chiudono a riccio, rinunciano a guardarsi intorno, a imparare cose nuove. Si rinchiudono nel cerchio di quello che già conoscono, e in questo modo si limitano, attivando una spirale riduttiva. Se invece si accetta quantomeno di provare ad ampliare le proprie competenze, si “rischia” di innescare una spirale produttiva.

(2) Cercare le occasioni. Un’altra reazione tipica degli sfortunati è quella di non fidarsi di niente e di nessuno. Anche qui, ci si rinchiude a riccio, evitando accuratamente ogni possibilità di nuovi incontri e nuove situazioni. Anche qui, parte la spirale riduttiva. Mentre al contrario, ovviamente, se si accetta l’idea di esplorare nuove situazioni, è ovvio che si incrementa la possibilità di centrare l’occasione giusta per attivare la “fortuna”.

Lettura consigliata: Paolo Iacci, Il fattore C

Di fronte al Cristallo

I sogni non si discutono, e probabilmente è proprio quello il bello della faccenda. Sono tra le poche cose in questo universo che possono e devono essere prese esattamente per quelle che sono. Quindi racconterò tutto esattamente com’è stato, evitando il più possibile ogni tipo di commento.

Sapevo benissimo che era notte. Diamine, si trattava di un sogno, e sapevo di essere andato a letto non molto prima. Eppure, era giorno, un fresco e piacevole giorno pieno di profumi leggeri e appena suggestivi. Ero in montagna, al centro esatto di un verdeggiante altopiano, e molto probabilmente era qualcosa di simile al primo giorno del mondo. Tutto era nuovo e carico di promesse..

C’era silenzio, e allo stesso tempo no: se ascoltavi con attenzione, potevi sentire non tanto un suono, quanto qualcosa di appena precedente: una vibrazione, un’onda che scorreva sotto traccia ma si faceva capire benissimo anche senza parole, anzi, soprattutto senza parole.

Da qui, improvvisamente, ebbi consapevolezza del Cristallo. Non sapevo dove si trovasse esattamente nello spazio fisico, ma compresi immediatamente che era come viola, e che questo non importava. Il Cristallo era percepibile ovunque, e per lui non era necessario spostarsi per farsi percepire. Era la stessa intelligenza della natura che mi circondava. E da lì in avanti sarebbe stato sempre con me, sempre raggiungibile, sempre disponibile, ogni volta che io fossi stato disposto ad ascoltarlo.

E il suo messaggio era semplice, impossibile da fraintendere: TUTTO ESISTE, TUTTO E’ POSSIBILE, IL TEMPO NON ESISTE, POSSIAMO AVERE TUTTO QUI ED ORA, L’AMORE E’ INESAURIBILE. Nessuna separazione, nessuna tristezza, nessun dolore; Siamo indistruttibili, e niente va mai perso.

La Gioia è sempre con noi, e non siamo mai soli. Possiamo svegliarci e rimanere svegli per sempre.

Il (giusto) distacco

Conviene mantenere il giusto distacco dalle situazioni. Identificarsi completamente con la situazione in cui ci troviamo va bene se la situazione è allineata con i nostri valori, ma non pare un’opzione molto valida se invece ci troviamo a disagio. In quest’ultimo caso a mio parere conviene mettere in campo un po’ di distacco.

Attenzione: ho detto “un po’ “. Infatti, la nostra cultura un tantino manichea, un tantino “tutto o niente” ci porta a pensare che da una situazione di disagio bisogna per forza andarsene e via, come quello che va a comprare le sigarette e non torna più. Una mancanza di sfumature che spesso fa più danni della grandine.

In questi casi, adopero quello che Vadim Zeland ha chiamato “Reality Transurfing“. Ovvero: da una determinata situazione possono scaturire infiniti esiti diversi. In genere noi ne prendiamo in considerazione pochissimi, e chissà perché, quasi sempre sono quelli peggiori per noi. Personalmente, ritengo che non amiamo le respons-abilità, e preferiamo pensare che i nostri problemi siano “là fuori”.

Ma questo è un altro discorso. Tornando al Reality Transurfing, se ogni situazione ha infiniti esiti possibili, chi ci impedisce di prendere in considerazione quelli che possono essere potenzianti per noi? Per fare questo, però, è opportuno, se lo vogliamo, dis-identificarci dalla situazione che stiamo vivendo. Senza “andare a comprare le sigarette”, cominciamo a riflettere sul fatto che “là fuori” c’è un intero universo, pieno di cose e situazioni. Tra le quali quelle che fanno per noi.

Ecco che distaccarci un po’ dalla situazione che stiamo vivendo ci porta a cambiare il nostro atteggiamento, e da qui i nostri risultati e la nostra vita.

Cambio rullo!

Chi come me è nato prima degli anni novanta ricorderà che un tempo al cinema i film venivano proiettati usando la pellicola di celluloide. La pellicola era avvolta attorno a degli affari circolari di plastica o metallo chiamati “bobine” o “rulli”. Il proiezionista li montava su un proiettore, ed ecco che scattava la magia del cinema.

La nostra mente sembra proprio funzionare come un proiettore. Mettiamo su dei film, che nella maggior parte dei casi appartengono al genere horror, o nel migliore dei casi a quello drammatico. Secondo me, si tratta di un meccanismo tutto sommato positivo. La mente ti sta chiedendo: cosa faresti se?

La vita ha molta più immaginazione di noi. Possono succedere molte cose: cosa faresti se perdessi il lavoro, il partner, la salute? Queste domande sono oziose solamente se non ci decidiamo a darci una risposta. Una volta che abbiamo stabilito una linea d’azione, tutto ci sembrerà decisamente più semplice.

Per fare questo, però, occorre evitare che la nostra energia se ne vada tutta in stress, nel proiettare questi filmini dell’orrore non per capirli, ma per crogiolarcisi dentro. Quando ci cogliamo in situazioni del genere, occorre cambiare rullo.

Non è complicatissimo. Basta usare l’immaginazione. Chi, come me, ha visto e conosciuto i proiettori, immaginerà che venga smontata la bobina del film dell’orrore e ne venga montata un’altra, quella di un film dove siamo capaci di trovare soluzioni creative alle sfide.

Irrimediabile

Sappiatelo: nella vita non esiste niente di irrimediabile. Certo, a momenti può sembrare che sia così. Ma è solamente che veniamo sfidati a diventare più grandi dei nostri “problemi”. E notate che metto questa parola tra virgolette. Perché i problemi, semplicemente, non esistono. Dobbiamo piuttosto etichettarli come sfide, da disassemblare nei loro componenti fino a quando non troviamo qualcosa che possiamo gestire, un obiettivo ben definito che possiamo affrontare con un po’ di buona volontà.

Etichettare qualsivoglia cosa come “irrimediabile” fa immediatamente scattare il comodo ma deleterio meccanismo di “de-respons-abil-izzazione”. Ovvero, decidiamo speciosamente di non diventare respons-abili, abili a rispondere. Scarichiamo tutto su un Qualcosa al di fuori di noi – Dio, Allah, l’Universo – e ci atteggiamo a vittime. Una scelta come un’altra, che però non ci conviene. Già, perché starcene nella nostra zona di confort non solo ci fa rimanere dove siamo – questo sarebbe già qualcosa – ma alla lunga porta all’atrofia i nostri muscoli proattivi. Insomma, non solo rimaniamo dove siamo, ma le nostre possibilità si riducono.

Se invece ci atteggiamo a protagonisti, le cose cambiano parecchio. Superato l’eventuale smarrimento che ci provocano “problemi” nuovi, si cominciano a trovare soluzioni creative. Usciamo, come si dice, dalla scatola. Ampliamo le nostre competenze, impariamo qualcosa di nuovo. Quello che sembrava irrimediabile, non lo è più.

C’è la nebbia? Metti la prima e avanti piano

Nonostante tutta la motivazione, la fede e la buona volontà di questo mondo, càpitano ugualmente dei periodi in cui ci sentiamo smarriti, e abbiamo la sensazione di non andare da nessuna parte. Una situazione che possiamo paragonare al camminare nella nebbia. Cosa possiamo fare in una situazione del genere…

Non sai come procedere? Procedi.

Pensiamo a come ci si comporta in auto quando incontriamo un banco di nebbia. L’autostrada (e la nostra destinazione) sono ancora là fuori, solo che la nebbia ci impedisce di vederle. Possiamo certamente fermarci alla prima stazione di servizio, e poi aspettare che la nebbia si alzi. Oppure semplicemente andare avanti, Ma in ogni caso, eccoci qui: bisogna, per un tratto almeno, avanzare nella nebbia.

E’ evidente che nella nebbia non si può andare a 110 come quando la nebbia non c’è. Dobbiamo adeguare la nostra velocità a quello che riusciamo a vedere (sempre che ci interessi rimanere in sicurezza: c’è chi va lo stesso a 110 nella nebbia, ma questo è un altro discorso). Quindi procediamo a 40/50, aguzzando la vista.

Lo stesso succede nei nostri momenti di smarrimento. Cerchiamo di ricordarci che i nostri obiettivi sono sempre lì, non sono scomparsi. E’ solo che in questo momento non li percepiamo perché per qualche motivo nella nostra mente è calata una sorta di nebbia. In questo caso, procediamo mettendo, classicamente, un piede davanti all’altro. Raccogliamo nuovi dati, e rimaniamo fiduciosi nelle nostre risorse. Aspettiamo che la nebbia, come sempre fa, prima o poi si alzi.