La cultura del lamento

faccina_tristeSpesso e volentieri indulgiamo nella cultura del lamento, ovvero cominciamo a lamentarci di tutto. Ci pensavo giusto l’altro giorno in autobus. Sarà perché ultimamente cerco di alzare la mia vibrazione che, per contrasto, noto di più quando le persone, conversando, si focalizzano come spesso succede su cose che non vanno. L’autista andava troppo piano/troppo forte. Faceva troppo freddo/troppo caldo. Non si arriva a fine mese. E via di questo passo.

Come mai facciamo ciò?. Perché è dannatamente comodo. Ci solleva dalle nostre responsabilità. Se il problema sono sempre “gli altri” o “il mondo”, io sono a posto. Non importa che faccia alcunché. Posso tranquillamente sprofondare nella mia inerzia.

Qualcuno potrebbe dire: ma alla fine mica posso cambiare il mondo. Certo che no. Però possiamo cambiare noi stessi. Prenderci quel minimo di responsabilità sulle cose che possiamo controllare. Difficile? Probabilmente.  Ma essere vivi comporta spesso fare cose complesse.

Film: “Taxi Teheran” di Jafar Panahi

A cura della Redazione Spettacoli 
Chi è il regista se non un trasportatore? Un uomo toccato dalla grazia, in grado di portare altrove uno spettatore, attraverso le sue immagini e le sue storie. La domanda è retorica e non brilla quindi per acume e profondità, ma ben si lega alla bellezza di un film come Taxi Teheran del regista iraniano Jafar Panahi.
Condannato a non girare film per 20 anni, a non scrivere sceneggiature e a non rilasciare interviste, pena una reclusione per 6 anni, l’autore aggira in maniera encomiabile l’ostacolo e, sfruttando la telecamera di un telefonino, accoglie sul suo finto taxi un nutrito gruppo di persone di diversa estrazione sociale e con differenti storie alle spalle.
Così facendo riesce a raccontare l’Iran di oggi attraverso le voci della sua gente. E visto che la meta non è mai importante quanto il percorso che si compie, il tragitto verso le rispettive destinazioni diventa ricco di aneddoti, pensieri e riflessioni sull’etica, sulla libertà di pensiero e di scelta, sulla situazione della donna in Iran e così via.
Emblematico per il modo in cui si fa portatore dei pensieri dell’autore, senza mai risultare aggressivo, Taxi Teheran è un film sul cinema e sulla sua grande capacità di raffigurare la realtà, politica, sociale e soprattutto umana, di un paese, di una cultura.
Sono i giovani i protagonisti “speciali” del lungometraggio, come lo studente di cinema che cerca disperatamente un buon soggetto da filmare – “Non lo troverai mai se stai chiuso in casa”, gli dice Panahi – o come la nipotina del regista che, fotocamera alla mano, si interroga con candore sul senso profondo della settima arte: essa raffigura la realtà, la verità o è completamente fittizia?
E’ proprio sulla piccola che pare concentrarsi l’attenzione di Panahi, sinceramente addolorato nel sentire che la maestra della bambina già pone dei severi divieti su cosa raccontare e come farlo e su quello che invece deve restare fuori dalla scena. Per tutto quello che si è obbligati a non raccontare c’è una bellissima rosa lasciata da una delle “clienti” del taxi, un fiore regalato ad un artista, uno che fa parte della gente del cinema. E su quelli si può sempre contare. Da vedere.

Film: “Bella addormentata” di Marco Bellocchio

A cura della Redazione Spettacoli 

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Ha sconvolto la critica all’ultimo Festival di Venezia con Sangue del mio sangue, chiaro segno che Marco Bellocchio non abbia alcuna intenzione di produrre opere pacificanti e semplici, ma ami anche sperimentare e percorrere territori sconosciuti. Già nel 2012, sempre al Lido e sempre in concorso, spiazzò tutti con Bella addormentata, ricostruzione non cronachistica del caso di Eluana Englaro. Un’opera, questa, discontinua e non perfetta, seppur magistralmente diretta.
Tanti i protagonisti: un senatore (Toni Servillo) prova a dirimersi tra la sua coscienza laica, che gli impone di votare contro la legge sull’alimentazione assistita e la crisi della figlia (Alba Rohrwacher), attivista del movimento per la vita.
La ragazza è innamorata di Roberto (Michele Riondino), il cui fratello, un giovane affetto da disturbi mentali, è invece schierato con il fronte laico. Nel frattempo una famosa attrice (Isabelle Huppert), molto credente, vede nella tragedia di Eluana la stessa sofferenza della figlia. Infine Rossa (Maya Sansa) è una tossicodipendente che cerca di suicidarsi e si scontra con un giovane medico (Piergiorgio Bellocchio).
Film politico per la riflessione che opera su un argomento delicato come il fine vita, Bella addormentata propone temi cari a Bellocchio (la violenza della famiglia, la riflessione sulla religione e sulla malattia mentale), e nonostante la presenza di sequenze molto belle, non riesce a colpire nel profondo, come se l’autore piacentino avesse esaurito la sua capacità di rappresentare in maniera nuova la realtà e fosse alla ricerca di altro.

Film “Gravity”, di Alfonso Cuaròn

A cura della Redazione Spettacoli 
 Presentato in anteprima mondiale nel 2013 a Venezia, Festival la cui giuria è presiduta in questi giorni proprio da Alfonso Cuaròn, Gravity è stato senza dubbio uno dei film di fantascienza più riusciti degli ultimi anni, un tentativo positivo di fondere una storia profondamente umana con una messa in scena avveniristica.
La dottoressa Ryan Stone è un ingegnere biomedico alla prima missione spaziale della carriera sullo Space Shuttle Explorer. Timida e introversa, si affida all’esperienza del veterano Matt Kowalsky, all’ultimo atto della sua grande carriera. L’impatto con i detriti di un satellite colpito da un missile russo distrugge la loro stazione orbitale. Ryan e Matt fluttuano nello spazio da soli cercando di  raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) e di evitare una seconda ondata di detriti.
Ad essere sconvolgente nel film è l’esperienza della protagonista, una bravissima Sandra Bullock, una donna fragile, colpita da un lutto devastante, che si riscopre indomita e coraggiosa e che riesce a trasformare il dolore in una spinta alla rinascita. Per essere più precisi quindi, che sia proprio una donna l’eroina del rinnovamento di un genere “maschile” come la sci-fi è la grande rivoluzione voluta da Cuaròn.
Delle 10 candidature ottenute agli Oscar, Gravity ne ha conquistati ben sette, tra cui Miglior regia ad Alfonso Cuarón.

Microleve

levaegi2Raramente si può cambiare la nostra vita in un colpo solo. Ma si possono fare dei passi avanti. In particolare, si può fare leva. Ovvero, attuare dei piccoli cambiamenti, che funzionano esattamente come leve. Un piccolo cambiamento in un’area qualsiasi del nostro quotidiano può “contagiare” tutto il resto.

Molti si fermano e non sviluppano i loro progetti perché pensano che sia “troppo complicato”. Credo che queste persone pretendano di avere subito risultati eclatanti, di avere successo da un giorno all’altro. Questo anche perché spesso i media ci parlano di storie del genere, facendole passare come colpi di genio. Steve Jobs, Bill Gates….

La realtà è che queste persone avevano certamente dei talenti, ma non sono arrivate al successo all’improvviso. Hanno imparato, riflettuto, fallito, e soprattutto hanno imparato molto dai loro fallimenti. Questo ha consentito loro di capire come potevano commercializzare al meglio i loro prodotti. Senza contare poi che hanno saputo trovare dei manager più bravi di loro.

Anche se poi non vogliamo parlare di questi colossi, ma soltanto di noi gente comune, spesso la fregatura sta nel fatto che non sappiamo suddividere il grande obiettivo in obiettivi più piccoli, fino a trovare qualcosa che possiamo fare adesso. Che sia sfidante e al tempo stesso fattibile con un po’ di buona volontà.

Ad esempio, se ho un fisico lasciato un po’ a se’ stesso,,  il rischio è che io voglia averci la tartaruga domani mattina. E’ palesemente impossibile. E questo mi dà la scusa per lasciar perdere. Continuerò a trascinarmi il mio panzone per il resto della vita, pensando di me cosucce un po’ negativelle ogni volta che mi guardo nello specchio. Oppure?

Oppure posso fare un passo avantiAd esempio, masticare per bene il cibo quando mangio, in modo da percepire prima il senso di sazietà. Infatti, contrariamente a quanto si pensa, il “segnale di pieno” non arriva subito. Ci vuole un po’ di tempo. Fra l’altro, è il motivo per cui quando ci si abbuffa poi ci sentiamo pesanti.

Altro esempio, possiamo fare a piedi le scale o alcune commissioni che magari siamo abituati a fare in macchina. Se usiamo l’autobus, possiamo scendere qualche fermata prima. Possiamo mettere una cyclette in casa e fare una ventina di minuti di pedalata con un po’ di fermo.

Tutte piccole cose che però messe insieme, m hanno per esempio consentito di perdere quindici chili nell’arco di un anno. Certo, ogni caso è unico, quindi non prendete il mio come esempio. Però credo che abbiate capito quello che volevo dire.

Lo stesso per il denaro. Se le mie finanze sono messe un po’ così, posso agire sia sulla leva delle uscite che su quella delle entrate. Come posso risparmiare 5 euro al mese? Come posso guadagnare 5 euro al mese in più? Una volta capito questo, passo a 10 euro, poi 20, poi 50…

Tutto perchè nel processo si imparano cose che non avremmo mai pensato di poter imparare se non avessimo fatto quel primo piccolo passo.