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Riempirsi la fossa

sand-158804_640“Ti sei scavato la fossa”

Stava lí, con l’indice puntato tipo canna di fucile. E in un certo qual modo il colpo era arrivato a segno. per un momento mi sentii completamente smarrito. Ero praticamente certo che sarei morto a breve.

La mia vita era un disastro. Avevo sbagliato tutto, e quando dico tutto intendo veramente  tutto. Niente escluso. E fosse soltanto quello. Il punto era che assolutamente irrimediabile. Ero semplicemente condannato.

O no?

Dopotutto, quello che sentivo era appunto questo, una sensazione. Vale a dire, un ‘opinione.  Una credenza. Una valutazione basata su quello che era successo. Anzi, a voler essere precisi, su quello che pensavo  che fosse successo. Ancora di più: su quello che qualcun altro pensava che fosse successo. 

Quindi, non era detto che la mia interpretazione della realtà fosse corretta. E sorge spontanea la domanda: qual è l’interpretazione corretta della realtà?  Secondo le mia esperienza la risposta è tutte e nessuna.

Dal momento che il mondo è molto più grande di noi, non possiamo concepirlo nella sua interezza. Possiamo solamente focalizzare alcuni aspetti di esso. Ne deriva che ognuno di noi giudica il mondo secondo la sua esperienza, che è parziale.  E che quindi ognuno di noi ha un giudizio diverso della stessa situazione.

Ma se è così, quando un’interpretazione non ci piace ne possiamo sempre scegliere un’altra. E quale ci conviene scegliere? Spesso finiamo per scegliere quella più depotenziante, perché così evitiamo di essere respons-abili. Se ci capita qualcosa che non ci piace, possiamo pensare che la colpa è di Tizio o Caio, o genericamente “del mondo”.

Pensandoci bene, tuttavia, non sarebbe meglio scegliere un’interpretazione più potenziante? Ovvero, una valutazione della realtà che ci fa pensare di poter farei qualcosa?

In apparenza questo sembra faticoso, ma se ci penso bene mi rendo conto che vederla in questo modo costa esattamente tanta fatica quanto sopportare le conseguenze del sentirsi sfigati. Con la differenza che possiamo diventare protagonisti della nostra vita, invece di dipendere sempre da qualcun altro che confermi (o meno) le nostre scelte.

In questo modo, una palata alla volta possiamo riempirci la famosa fossa. Ovvero, ammesso che davvero abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, possiamo cominciare a creare le premesse per rimediare.

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Lavorare per la pagnotta?

kiyosaki_quadrantiNel suo I quadranti del Cashflow Robert Kiyosaki ci parla di diversi atteggiamenti possibili nei confronti del modo in cui ci procuriamo da vivere.

Possiamo avere una mentalità da Dipendente, e quindi cercare uno stipendio sicuro. Possiamo pensare come lavoratori Autonomi, e cercare di massimizzare quello che possiamo incassare con il nostro lavoro, con le nostre capacità.

E’ possibile poi operare invece come Titolari, cioè il nostro lavoro diventa organizzare il lavoro degli altri. Infine possiamo comportarci come investitori, cioè imparare a far lavorare il denaro per noi.  

Ora, ci stavo giusto pensando stamani.  Sono sempre più convinto che si puo’ “cambiare quadrante” in qualsiasi momento. Vale a dire, anche se in un dato momento stiamo lavorando come dipendenti niente ci vieta di pensare come Autonomi, Titolari o Investitori. Anzi, credo che sarebbe auspicabile allenarsi a mantenere attivi tutti e quattro i punti di vista.

Questo può essere fatto, secondo me, anche mentre facciamo un lavoro da dipendenti. Anzi, è auspicabile, perché in  questo modo sviluppiamo quella che gli esperti definiscono intelligenza finanziaria, ovvero la comprensione di come funzionano i meccanismi che regolano l’entrata e l’uscita del denaro dal nostro orizzonte.

Ne deriva che non si dovrebbe mai lavorare per la pagnotta. Ogni nostra occupazione, ma vorrei quasi dire ogni nostro pensiero, dovrebbe essere diretto a incrementare il nostro patrimonio netto, o comunque la nostra capacità di incrementarlo.

Quindi, dovremmo avere sempre in testa una visione complessiva di quello che vogliamo fare. In questo modo possiamo focalizzare meglio le nostre energie.

 

 

L’ammucchiata dei problemi

compass-152121_640Ci sono persone che vivono immerse nei problemi Si alzano pensando ai problemi, vivono la loro giornata in preda ai problemi, vanno a letto e faticano ad addormentarsi perché pensano ai problemi.

Soprattutto, abbiamo spesso la percezione di non avere un solo problema, ma una specie di ammucchiata di problemi che si intorcinano e si avvolgono l’uno sull’altro fino a formare una matassa intricata, che sembra pesare come il piombo.

In alcuni casi si arriva alla “disperazione“, cioè alla non-speranza, ovvero alla sensazione che non ci sia alcuna via d’uscita dai nostri problemi.

La mia esperienza mi suggerisce che hanno ragione quegli autori secondo i quali (a) i “problemi” sono piuttosto delle “sfide” che la vita ci pone (b) le sfide “grosse” possono sempre essere suddivide in sfide più piccole e più maneggevoli.

Risolvere i problemi significa metterli in fila. Possibilmente in ordine di priorità, così da poterli risolvere uno alla volta oppure ridurli in problemi più piccoli.

Ecco che allora la matassa di cui parlavamo diventa decisamente più leggera. E si sperimenta un curioso fenomeno. Laddove prima eravamo in una spirale distruttiva,  verso il basso, adesso imbocchiamo una spirale positiva, verso l’alto.

Man mano che procediamo su questa linea, ecco che i problemi che prima ci sembravano enormi diventano molto più gestibili. Ci avviamo a diventare protagonisti della nostra vita. Il che, secondo me, dovrebbe essere l’obiettivo primario di ciascuno di noi.

Niente di (troppo) importante

scale-311336_640Approfondendo il Reality Transurfing ho notato un concetto molto utile: non si può dare troppa importanza a nulla.

Con questo, non intendo che niente sia importante. Accidenti se ci sono cose importanti nella vita. Per esempio, avere un lavoro o comunque un mezzo di sostentamento è importante.

Così, sempre per esempio, anche il rapporto di coppia. E’ meraviglioso avere una persona speciale con cui condividere i sogni. E’ importante? Ci potete scommettere.

Tuttavia, tutto questo non può essere troppo importante.

E come diamine si fa a distinguere tra importante e troppo importante?

Personalmente, ritengo di essermi fatto un’idea in merito.  Un aspetto della nostra vita diventa troppo importante quando limita le nostre potenzialità. Quando ci fa sentire impotenti, cacciandoci in una situazione sgradevole dalla quale non sembra esserci via d’uscita.

A quel punto, ritengo occorra tornare alla celebre battuta di Einstein per la quale un problema non può essere risolto allo stesso livello di pensiero al quale si era creato. Ovvero, occorre uscire dall’insieme delle soluzioni usato finora per trovarne di nuove.

 

Reality Transurfing

pendulum-242740_640Mi sto interessando al Reality Transurfing,  il modello di realtà sviluppato e promosso da Vadim Zeland e devo dire che lo trovo molto interessante.

Praticamente, si tratta di un’applicazione della fisica quantistica, in particolare del principio di indeterminazione. Ovvero, non possiamo sapere come saranno le cose tra dieci secondi. Il nostro universo non è un meccanismo perfetto, funziona su base probabilistica.

Ne deriva che esistono infinite “versioni” della nostra realtà, tra le quali possiamo scegliere quella che ci dà più soddisfazione, che ci porta a vivere i nostri obiettivi e i nostri valori.

In effetti, se ci si pensa bene, perché dovremmo rimanere in una versione della nostra vita che non ci soddisfa? Se siamo in una determinata situazione, è evidente che ci siamo arrivati in seguito a una serie di scelte.

Magari ci siamo fatti trascinare da quello che il Reality Transurfing chiama pendolo, ovvero delle energie che ci portano fuori strada, ma nessuno ci obbliga a continuare. Possiamo scegliere di imboccare un altro sentiero.

Perché abbiamo sempre il potere di scegliere. Fa parte della nostra respons-abilità. Se non siamo soddisfatti della versione della realtà in cui stiamo vivendo possiamo decidere di dirigerci verso un’altra versione più gratificante.

Questo lo possiamo fare esaminando le caratteristiche della versione della realtà in cui ci troviamo. Probabilmente c’è un aspetto a cui stiamo dando una tale importanza da permettergli di inchiodarci nell’insoddisfazione.

Letture consigliate:
Vadim Zeland ha descritto il suo modello del mondo in tre volumi:
Lo spazio delle varianti, Il fruscio delle stelle del mattino e  Avanti nel passato. I testi sono disponibili in italiano anche in un unico volume. 

Colpa e responsabilità

fear-299679_640Sono sempre più convinto del fatto che dobbiamo imparare a distinguere tra colpa responsabilità. Spesso rifletto sulla differenza tra le due parole, e ne traggo utili indicazione per le mie azioni giorno dopo giorno.

A un certo punto della mia vita ho trovato utile analizzare le sensazioni che mi danno queste due parole. Provate per esempio a ripetervi “colpa, colpa, colpa” un tot di volte. Che sensazione provate?

Personalmente, provo oppressione, l’idea di qualcosa di irrimediabile.  Ciò che è fatto è fatto, e non si può tornare indietro.  Sarete d’accordo con me che tutto questo non è molto in linea con la crescita personale.

Passiamo invece al concetto di responsabilità. Lì per lì può sembrare simile a quello di colpa. Se lo guardiamo da vicino, invece, ecco che ci appare molto diverso. La parola infatti può essere letta come respons-abilità. Cioè, capacità di rispondere.

Rispondere a che cosa? Ovviamente, a qualsiasi tipo di situazione. Spesso, la differenza la fa come ci poniamo di fronte  a quello che ci accade.

Spesso succede che ci poniamo come vittime, cioè pensiamo che quello che ci succede semplicemente ci capita tra capo e collo. In effetti, se ci pensiamo bene, questo pensiero ci arriva quando non abbiamo ben chiaro quello che vogliamo. Ci lasciamo andare con la corrente.

Badate bene, non sto dicendo che sia sempre sbagliato. Se ci rende felici, va benissimo. Abbiamo raggiunto il successo, perché il successo è effettivamente fare quello che vogliamo. Se però sentiamo che la corrente “ci sta travolgendo”, allora forse può essere utile rivedere un attimo i nostri obiettivi.

Appunto. Essere respons-abili, cioè capaci di risposta.

 

Perfezionismo? No grazie

perfectionIl perfezionismo, ovvero la pretesa che tutto vada secondo le proprie aspettative, spesso fa più danni della grandine.

Certo, è cosa buona e giusta avere degli obiettivi. E anche perseguirli con una certa determinazione, in modo da uscire dalla nostra zona di comfort.

Il problema,  a mio parere, sorge quando ci dimentichiamo che il fallimento non esiste. Quando pensiamo che stiamo fallendo, in realtà siamo in una fase di apprendimento. Stiamo imparando.

Spesso non tolleriamo queste lezioni. Vorremmo che il raggiungimento delle nostre mete fosse lineare e senza inciampi. Il che non è possibile. E, se accadesse, non avremo imparato quello che serve. Se per caso raggiungiamo ciò che vogliamo, siamo soggetti a perderlo facilmente perché non sappiamo come mantenerlo

Il perfezionismo, poi,  è nemico giurato della flessibilità, ovvero la capacità di trovare leve positive in qualsiasi situazione. Pretendiamo che le cose vadano in una certa maniera, e solo in quella.

Dal momento che l’esito favorevole è uno solo, e quelli possibili sono molti,  ecco che abbiamo più possibilità di essere delusi che di essere soddisfatti.

Se invece riusciamo ad avere quel tot di flessibilità necessario per trasformare i “fallimenti” in esperienze, ecco che aumentiamo di parecchio le nostre possibilità di riuscita.

L’unica malattia veramente mortale

cerottoQuando capita di avere un congiunto in ospedale si ha l’occasione di riflettere sulla relativa fragilità del nostro corpo. E si imparano moltissime cose.

In ospedale ci si sente sradicati dal proprio ambiente. E questo al di là dell’encomiabile impegno del personale sanitario, che ho avuto modo di riscontrare in più occasioni.

So bene che l‘argomento malattia e morte nella nostra società è un vero e proprio tabù. Ma d’altra parte sono situazioni che fanno parte della nostra condizione umana. Ritengo pertanto che sia meglio conoscerle e gestirle che ignorarle, e lasciare che ci disturbino dal fondo del nostro subconscio, manifestandosi di quando in quando con le simpaticissime crisi di panico, ovvero di paura non si sa di che.

Del resto, abbiamo un corpo, e il corpo si può ammalare. Il lato positivo è che possiamo imparare a conoscerne il funzionamento, e quindi capire come trattarlo meglio.

Questo anche quando, per una serie di circostanze, ci troviamo alle prese con una malattia, ovvero un malfunzionamento di qualche organo del nostro corpo. Anzi, spesso succede che proprio quando ci si ammala si ha l’occasione di imparare qualcosa.

Prendiamo l’infarto. Perfino la parola mette paura. Eppure, quante volte ho sentito di persone che, proprio dopo questo evento ritenuto così spaventoso, hanno imparato a rispettare il proprio corpo, migliorando il loro stile di vita  e quindi, diventando tecnicamente più sani di prima.

Che dire di un tumore? Altra parola terrificante, che suona come una condanna. Tuttavia, anche qui di altro non si tratta che di un malfunzionamento del nostro corpo, che in molti casi può essere gestito piuttosto bene, garantendo a chi si ammala un aspettativa di vita pari a quella di una persona perfettamente sana.

L’unica malattia veramente mortale è arrendersi, ovvero rinunciare a gestire le nostre emozioni, lasciarsi travolgere dal caos. Tutto il resto è fuffa.

Pensiero e memoria, ovvero l’arte del pensare in avanti

freccia_avantiPer procedere nella vita bisogna pensare.

Direte voi, ma io penso continuamente. Il punto è che spesso non si pensa. ma si ricorda. Ovvero, ci rigiriamo nella testa delle situazioni passate, cioè dei ricordi. Preferibilmente, ricordi di momenti in cui abbiamo fallito. Il che, come si comprenderà, non è una buona idea, se vogliamo crescere come persone.

Ma allora, cosa significa pensare? Vuol dire pensare attivamenteovvero immaginare la situazione che vogliamo creare piuttosto che quella in cui ci troviamo.

Non è complicato. Si tratta in definitiva di cambiare abitudini. Infatti, se “pensare all’indietro” è un’abitudine, possiamo invece sviluppare l’abitudine di “pensare in avanti“.

Come sempre, non si tratta di spingere un bottone o ingoiare una pillola. Pensare in avanti presuppone (e aridaje) che uno si prenda la responsabilità della propria vita.  Ovvero, che decida di rispondere in modo costruttivo a quello che ci succede tutti i giorni.  Diversamente, continueremo a generare la realtà in cui viviamo.

La soluzione è là fuori

Sono sempre più convinto che qualsiasi cosa vogliamo esiste già, ed è soltanto questione di raggiungerla. Allo stesso tempo, mi ritorna sempre in mente la famosa frase di Einstein per la quale un problema non può essere risolto allo stesso livello di pensiero  al quale si è creato. insomma, per tirarsi d’impaccio, e magari imparare qualcosina, è opportuno uscire dalla nostra zona di comfort.

In effetti, la zona di comfort può sembrare allettante. Un bozzolo dove riposare tranquilli, evitando ogni difficoltà. Purtroppo, non funziona esattamente in questo modo. Evitare le difficoltà fa sì che si atrofizzino quelli che Stephen Covey chiamava i nostri muscoli proattivi.

E’ da contare anche che quando pensiamo di non avere soluzioni ai nostri problemi stiamo dando un giudizio, vale a dire stiamo esprimendo un’opinione. Come tali, le opinioni spesso non corrispondono alla realtà.

Quindi, il fatto che non vediamo la soluzione al nostro problema non vuol dire che non ci sia. Anzi, è praticamente sicuro che ci aspetta là fuori. Fuori dalla scatola in cui a volte ci rinchiudiamo.