Si diventa ricchi investendo

Anche il post di oggi prende spunto dal video di Mario Robecchi dedicato alla relazione tra Ricchezza e spiritualità. Nel post precedente, pubblicato qualche giorno fa, ho sottolineato come la ricchezza consista in effetti nel saper governare le risorse. Cioè: non conta quello che abbiamo, ma come lo gestiamo. Chi ha molti soldi o molte proprietà, ma non sa gestirle, non è ricco, o comunque non lo resterà a lungo. L’esempio classico è quello di chi vince una somma ingente alla lotteria: in molti casi finisce non solo per sperperare quello che ha vinto, ma anche per ritrovarsi pieno di debiti,

Si diventa ricchi investendo, non trattenendo. E’ anche vero che nemmeno essere avari paga. Semplicemente ammucchiare il cosiddetto fieno in cascina non ci porta da nessuna parte. Occorre anche qui prendersi la respons-abilità di capire come funzionano gli investimenti, e soprattutto capire quali sono gli investimenti che funzionano meglio per noi.

È bene notare che qui non c’è consulente che tenga. Le mani in pasta dobbiamo mettercele noi. Cominciamo a studiare quali sono gli strumenti di investimento, come funzionano, e naturalmente quali sono quelli più adatti per noi. Prima di mettere denaro vero, facciamo delle simulazioni, sia con penna e calcolatrice che, se mastichiamo un po’ di informatica, con un foglio di calcolo. Alcuni siti di investimento permettono di aprire un conto dimostrativo: approfittiamone. Proprio così: facciamo finta di investire, un po’ come se fossimo dei bambini che giocano a fare i castelli di sabbia.

Naturalmente, ci capiterà di sbagliare. E’ normale. Di solito abbiamo un vero orrore… per l’errore. Tuttavia, imparare dagli errori fa parte della vita, che, non fa male ricordarlo, è sempre più o meno rischiosa. La contropartita del prendersi dei rischi è che si imparano sempre cose molto interessanti. Soprattutto quando si “sbaglia” o si “perde”. Cioè, gli eventi seguono un corso che non rispecchia le nostre aspettative.

È ricco chi sa governare

Ormai da diverso tempo seguo il life coach Mario Robecchi, finissimo espositore di concetti spirituali che però, come spesso càpita, finiscono per essere anche molto pratici, perchè forniscono validi spunti sui valori da adottare, valori che ci aiutano a focalizzare le nostre energie e quindi a “fare le cose giuste” nella vita quotidiana. In particolare, in un video intitolato “Ricchezza e spiritualità“, Robecchi fornisce diversi spunti, che mi prendo la briga di commmentare un po’.

E’ ricco chi sa governare. Si intende: governare le risorse a nostra disposizione. Comprese, anzi soprattutto, le risorse mentali e spirituali. Le risorse fisiche, infatti, possono essere gestite e disposte in molti modi diversi, potenzialmente infiniti. Come vengono disposte, dipende da noi. Quindi, a nostra volta, da come disponiamo appunto le nostre risorse mentali e spirituali. Ne deriva che, a seconda di quali sono i nostri valori e le nostre convinzioni, cambiano i nostri stati d’animo e i nostri pensieri, e di conseguenza i nostri risultati. Mettendola terra terra: non conta quanti “soldi” hai, ma come usi le risorse. Non è questione di denaro, ma questione di obiettivi.

La ricchezza è un livello di abilità. Come ripeto spesso, occorre essere respons-abili, cioè, capaci di rispondere. Uno degli scopi della vita, probabilmente il più importante, è avere sempre più frecce al nostro arco. Se sappiamo come affrontare efficacemente le situazioni che ci si presentano, queste ci spaventano meno, e di conseguenza consumano meno energie, energie che possiamo dedicare ad obiettivi vitali.

La causa della ricchezza è la cooperazione. La causa della povertà è l’isolamento. Robecchi a un certo punto del suo video cita un testo, come dice lui stesso, vecchio ormai di trecento anni. Si tratta de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. In particolare, cita l’esempio dello spillo, oggetto all’apparenza banale che però è il risultato di un notevole livello di cooperazione. Se infatti pensiamo per un momento di produrre uno spillo da soli, senza macchinari, ecco che ci si rivela tutta la complessità del processo di produzione. Così come anche comprendiamo il valore della cooperazione.

Lo spillo è frutto di un processo durante il quale intervengono numerosi soggetti. In questo modo è possibile produrre molti più spilli, e ridurre il prezzo di ciascuno spillo. Tutto questi è ovviamente possibile solo in presenza di cooperazione. Se invece gli esseri umani si isolano, si va verso la povertà.

La contropartita per la carità

E’ bello che ci siano enti di vario tipo che aiutano le persone in difficoltà, ma troppo spesso c’è gente che se ne approfitta, non prendendosi alcuna respons-abilità della propria vita, o rinunciando a prendersela. Spesso vedi gente sbattuta sulle panchine nei pressi della sede dell’Ente Assistenziale, lo sguardo vacuo, la barba lunga,una sigaretta dietro l’altra, magari un cartone di vino a portata di mano. Guardandoli, un brivido ti scorre lungo la schiena.

Capisco bene che ci sono momenti in cui la volontà è, come dire, disattivata. La vita può infliggere colpi veramente duri. Il concetto però non cambia. Se rinunciamo alla nostra respons.-abilità, dovremo sempre appoggiarci a qualcosa o qualcuno di esterno. E finiremo per perdere completamente la nostra identità. Andremo, letteralmente, alla deriva, diventando sempre più dipendenti da fattori esterni.

So per certo, d’altronde, che gli Enti Assistenziali spesso hanno dei percorsi per queste persone. Chi vuole, può essere aiutato, prima di tutto, a riprendere in mano nei limiti del possibile le redini della propria vita. Ammesso che lo voglia, certo. Nessuno può essere forzato. Ma quello che non si capisce è perché non dovrebbe volerlo.

Questo è uno studio interessante. Per quale motivo una persona decide che è meglio appoggiarsi agli altri piuttosto che cercare di riprendersi la respons-abilità per la propria vita? Non sarebbe il caso, per usare una metafora, che queste persone decidessero di imparare a pescare, anziché continuare a presentarsi con il cappello in mano per ricevere il pesce?

Arte vs Business

Mi è tornata in mente una bellissima persona, Renato Corrieri, a suo tempo titolare di una galleria d’arte a Livorno a cavallo, se la memoria non mi inganna, tra gli anni Ottanta e i Duemila. Ho avuto con lui diverse gustose conversazioni, e in questa occasione mi piace ricordarne una in particolare.

Il buon Corrieri, va detto, era un piccolo Mecenate, che dava spazio ad artisti giovani, sia di età che di spirito, che sperimentavano come se non ci fosse un domani. Ne venivano fuori anche delle cosine davvero stimolanti. Soltanto, l’anziano gallerista si lamentava del fatto che “il pubblico” (cioè, in definitiva, “il mercato”) voleva opere di altro tipo.

Colsi una simpatica contraddizione in tutto questo. Pensai: ma alla fin fine, che cosa vogliamo? Fare arte o fare business?

Per carità, non che le due cose siano sempre e necessariamente in contraddizione tra di loro. Ci sono casi eclatanti che ce lo confermano. Solo che si tratta di due approcci completamente diversi. Da quel che ne capisco io, fare “arte” vuol dire sperimentare, ricercare. Attività che non prendono in considerazione i gusti di un eventuale “pubblico”, e tantomeno di un’altrettanto eventuale “mercato”.

Il business, invece, vive proprio di “pubblico” e di “mercato”. Ovvero, non puoi (o per essere più precisi non è una buona idea) fare quello che ti pare, o anche semplicemente seguire la tua ispirazione. Devi fare degli studi su quello che vuole il tuo cliente finale… e darglielo come vuole lui, non come vuoi tu.

Le due cose non si inrociano mai? Certo che sì. Ci sono casi di artisti veri che, per diversi motivi, hanno incontrato i gusti di “pubblico” e “mercato”. Penso a Picasso e Dalì, che divennero l’equivalente di quelle che chiamiamo “rockstar”. C’era magari di mezzo un po’ di marketing artigianale anche da parte degli stessi artisti, ma dal momento che anche il marketing è arte, possiamo dire che questi geni hanno usato al meglio le loro capacità comunicative.

C’è poi il business, puro e semplice. Quello dove non c’è “ricerca” nel senso artistica del termine. Il “prodotto”, l’obiettivo non è la sperimentazione, ma il profitto. Un punto di vista assolutamente legittimo, ma che almeno in generale non ha niente a che vedere con l’arte.

Quale dei due approcci deve scegliere un artista?

Prima di tutto, abbiamo visto che esiste anche la possibilità di incrociarli. Cioè: l’artista può fare il suo gioco, e poi trovare il modo di attrarre l’attenzione del pubblico, creando interesse, e possibilmente anche valore, attorno alle loro opere. E probabilmente è questa la situazione più interessante.

Oppure, come a volte succede nel cinema, si producono alcuni film cosiddetti “di cassetta”, e con una parte del ricavato si producono pellicole di spessore, ma che probabilmente non renderanno altrettanto. Così, anche l’artista può produrre opere calibrate sul gusto del pubblico per fare “cassetta”, e poi dedicarsi a quello che veramente vuol fare. Spesso succede anche con i musicisti, che producono canzonette nella prima parte della loro carriera, per poi passare alle sperimentazioni che li interessano veramente.

Possiamo quindi scegliere una delle infinite sfumature tra pura arte e puro business. Come sempre, anche qui scende in campo la respons-abilità dell’artista, unico vero gestore della propria vita e della propria arte.

Quando compro un’azione

Posto che secondo me non esiste un metodo perfetto per capire quando acquistare un strumento finanziario. e tantomeno quando venderlo, ecco come mi comporto personalmente quando si tratta di comprare azioni, quello che qualcuno chiama con termine molto “oh yeah” lo “stock picking”. Fondamentalmente, compro un’azione in due casi:

  1. Vado sul listino, e vedo che il titolo Tizio segna una variazione negativa consistente. Cosa vuol dire consistente? Dipende. In genere, più capitale ho investito, maggiore deve essere la variazione perché la ritenga interessante. In genere si va dal 2% in su. Il calcolo è semplice: dal momento che opero quasi solo su titoli dei listini principali (Ftse Mib in Italia, talvolta Londra, Madrid e New York) è probabile che questa oscillazione sia provocata da fattori che poco hanno a che vedere con i fondamentali dell’azienda, e che quindi il titolo ritorni, presto o tardi al suo prezzo naturale, che in genere è la media tra il massimo e il minimo
  1. Quando sui media appare la notizia che il titolo Caio “crolla”. In particolare quando l’azienda Caio ha dei buoni fondamentali (ad esempio, possiede molti immobili, molti brevetti etc.). E’ molto probabile, in quel caso, che l’azienda si riprenda più o meno velocemente dall’evento che ha provocato il crollo (e dal conseguente clamore mediatico). Il calcolo in questo secondo caso è: molti avranno venduto spinti dal panico, il prezzo sarà dunque sceso. Io nel frattempo ho comprato. Poi, quando (fatalmente) il clamore mediatico si placa, e il pubblico (altrettanto fatalmente) si sarà dimenticato dell’accaduto, l’azione tornerà a risalire.

Comprare o non comprare? Valore e prezzo, assoluti e relativi.

Viviamo immersi in un contesto in cui tutto ci spinge a comprare. E’ normale: le aziende puntano a vendere il più possibile, e si badi bene, non c’è niente di scandaloso in questo. Fanno soltanto il loro lavoro, che consiste nel comprendere la psicologia del cliente e muovere le leve giuste affinché acquisti.

Anche nello shopping non c’è assolutamente alcunché di male. Se ci dà piacere l’acquisto di un determinato oggetto, ben venga. L’importante è che quell’acquisto avvenga quando la disponibilità economica ce lo consente, e che in seguito non si creino ristrettezze di mezzi per i bisogni basilari. La domanda cruciale è: quando ce lo consente?

In realtà, la risposta è abbastanza semplice. Le domande che dovremmo sempre farci prima di un acquisto sono essenzialmente due:

  1. Abbiamo davvero bisogno di quel dato oggetto?
  2. Quell’oggetto, per noi, vale più del prezzo a cui lo compreremo?
  3. Se sì, il suo prezzo quanto pesa sul denaro che abbiamo a disposizione in quel dato momento?

Dobbiamo quindi andare oltre l’impulso all’acquisto, per valutare quello che davvero ci serve. Capire quindi, più che il prezzo in sé, il valore dell’oggetto che stiamo per acquistare. E una volta compreso il valore, che potremmo chiamare assoluto, dovremmo considerare il valore relativo ai mezzi che abbiamo a disposizione in quel momento.

Chiaramente, è un gioco che non sempre riesce. Siamo umani, e anche facendoci queste domande potrà capitare di ritrovarci con oggetti che non aggiungono alcun valore alla nostra vita. Nessun problema: il potere della pubblicità è notevole, e dobbiamo sentirci in colpa fino a un certo punto. L’importante è iniziare ad esercitare i nostri muscoli decisionali. Fin dall’inizio, il beneficio sarà notevole.

Imprenditori o scommettitori?

Non si dovrebbe aprire un negozio se non si sa sorridere, e nemmeno se non si è capaci di fare bene i conti e soprattutto di pianificare a medio-lungo termine, includendo anche le possibili catastrofi, i “cigni neri” che si spera non arrivino, ma poi a volte invece, oplà, si concretizzano.

Con tutta la simpatia e la solidarietà verso chi a causa del lockdown non rialzerà la saracinesca e magari non saprà come campare la famiglia, viene da pensare che situazioni del genere siano anche un po’ dettate dall’abitudine di molti imprenditori di vivere sempre un po’ sul filo del rasoio.

I guru della finanza raccomandano ai lavoratori dipendenti di tenere da parte un fondo corrispondente a sei mesi di stipendio, per pararsi da eventuali “cigni neri” tipo licenziamento o cassa integrazione. Che poi spesso non ci riescano, è dato curioso e degno di approfondimento, e magari ci scriverò due righe sopra un giorno o l’altro.

Ma se questo consiglio viene dato ai dipendenti, a maggior ragione è valido per chi dirige un’azienda. E non è importante se stiamo parlando di una multinazionale con miliardi di dollari di fatturato o di un banchetto dei lupini. Sempre aziende sono, e come aziende dovrebbero essere dirette entrambe.

Invece, curiosamente, spesso succede che c’è chi “apre qualcosa” perché non trova lavoro come dipendente e “si butta” nel commercio. E’ questo verbo, “buttarsi”, che francamente fa accapponare la pelle.

Perché, per fare un esempio a caso, leggo di proprietari di ristoranti di una certa taglia che parlano di abbassare le saracinesche se “lo Stato” non li “aiuta”, e contemporaneamente di proprietari di ristoranti della stessa taglia che affermano più o meno: certo non è facile, ma vediamo un po’ come ripartire?

La mia personale opinione è che siamo di fronte a due figure diverse. Nel secondo caso siamo davanti a un imprenditore, qualcuno che pianifica, che spesso si domanda, per dire: cosa farei se dovessi dimezzare i coperti per via del distanziamento sociale? Come potrei far quadrare ugualmente i conti? Cosa faccio se il distanziamento sociale dura per tre mesi? E per sei? E per un anno? Per dieci? E via di creatività.

Nel primo caso, spiace dirlo, siamo davanti a una bravissima persona che però si comporta più come uno che scommette che come uno che intraprende. Studiare le possibili tendenze del mercato, creare se possibile dei fondi di emergenza, e soprattutto prevedere anche quello che per altri è l’imprevedibile, sono doti di base di un imprenditore.

Forse, sarebbe meglio che chi per natura naviga a vista lasciasse perdere, o creasse attività meno complesse di un negozio. Oppure, naturalmente, imparasse come funziona la faccenda.

Ricordiamoci il principio di Pareto!

Vilfredo Pareto

Troppo spesso rinunciamo a creare qualcosa che ci piace (e possibilmente ci porti reddito) perché dimentichiamo che, come affermava il grande economista Vilfredo Pareto, il 20% dei nostri sforzi porta all’80% dei risultati… e viceversa. Ci piacerebbe che tutto andasse sempre “bene” (cioè come piace a noi). Ma, se ci pensiamo bene, questo non è possibile. E, se ci pensiamo ancora meglio, non è neanche opportuno.

Perché faccio questo ragionamento? Perché se tutto va sempre “bene” non impariamo nulla, e se per caso otteniamo il risultato che vogliamo, non avendo imparato come ci si arriva, rischiamo di perderlo e di non essere poi in grado di replicarlo. Perlomeno, non prima di aver imparato quello che c’è da imparare.

Faccio un esempio terra terra: andare in bicicletta. Le prime volte che usiamo il velocipede, è possibile che cadiamo, e che magari ci facciamo anche del male. Tuttavia, la caduta fa parte di un processo di appprendimento che ci porta a saper usare la bicicletta.

Altro aspetto della questione: dobbiamo essere sempre in un processo di apprendimento. Se abbiamo un obiettivo è un’ottima cosa, ma dobbiamo fare in modo che quell’obiettivo non diventi un’ossessione.

Ci sono infatti obiettivi che ci servono principalmente per imparare delle cose, ma non è detto che il raggiungiamo, o che li raggiungiamo nei termini che avevamo previsto. Può infatti darsi che il nostro non sia un percorso in linea retta, e che preveda qualche deviazione. Durante la quale impareremo ancora altre cose. Ma sempre, invariabilmente, il 20% dei vostri sforzi produrrà l’80%.

Per cui conviene imparare giorno dopo giorno qualcosa di nuovo e sviluppare sempre più progetti possibile. Non possiamo sapere a priori quale sarà il 20% di sforzi che produrrà l’80 di risultati.

Soldi ed obiettivi

Non si tratta mai di soldi, si tratta sempre di obiettivi. Se ti preoccupi per la mancanza di soldi, è perché i tuoi obiettivi sono quanto meno sfuocati. Se vuoi lasciarti alle spalle la paura di rimanere “senza soldi”, comincia a pensare a cosa i soldi ti servono davvero. Perché non hai bisogno di soldi. Non sono quelli il tuo obiettivo. Generalmente, vuoi delle cose. E (1) devi chiarirti cosa vuoi e soprattutto quando (2) non necessariamente per avere queste cose servono soldi.

Il problema con i soldi è che, a torto o a ragione, tendiamo troppo spesso a considerarli il centro della nostra vita e, quel ch’è peggio, una misura del nostro successo. Più soldi abbiamo in banca, più ci sentiamo forti. In realtà, anche per i motivi che ho esposto prima, “i soldi che abbiamo in banca” sono semplicemente un numero che ci indica quante unità monetarie sono disponibili in un dato momento su un tale conto.

Un numero completamente privo di senso, perché fotografa una situazione attuale, frutto di quello che abbiamo fatto fin’ora, vale a dire nel passato. Non è un’indicazione di “quanti soldi” avremo in futuro, se non in quelli che si possono a buon diritto definire “incubi finanziari”. Ovvero, la versione “finanza personale” dei filmini dell’orrore che siamo bravissimi a crearci nei vari ambiti della nostra vita.

Se è vero quanto sopra, è evidente che la gestione del denaro dipende da che cosa intendiamo farne, e soprattutto dalle nostre emozioni al riguardo e alla nostra respons-abilità quando si tratta di sviluppare valore. Ovvero, capacità e prodotti fisici e virtuali che ci consentano di offrire valore al prossimo.

Cominciare ad investire

Come si comincia ad investire? Molto banalmente, trovando i soldi per farlo. Ad esempio, rinunciando alle sigarette o, se non fumate, a qualche uscita fuori.

Ma prima ancora di trovare i soldi, è bene imparare senza rischi, operare per un po’ nel virtuale. Insomma, giocare al piccolo investitore.

Ci sono delle piattaforme che permettono di simulare investimenti. Ma se vogliamo, semplifichiamo ancora e togliamoci così anche la scusa, molto diffusa, che non siamo tecnologici: ci basta un foglio di calcolo, o una calcolatrice, o fare i conti con carta e penna.

E poi… pasticciamo liberamente. L’investimento consiste nel comprare qualcosa a prezzo basso e rivenderlo a prezzo alto. Si può fare tendenzialmente con qualsiasi cosa: azioni, immobili, francobolli… La domanda che dobbiamo porci è: come posso guadagnare?

Personalmente, ho cominciato e proseguo con Azioni e Forex. In entrambi i casi, si tratta di capire se il tale titolo o la tale valuta sale o scende di prezzo.

Direi che il primo passo può essere quello. Troviamoci un sito di finanza con i grafici. Prendiamo un titolo a caso, e vediamo qual è il suo andamento. Non nella giornata: minimo nel corso di tre mesi.

Se punta all’ingiù, specie se è molto ripido, può essere una buona idea acquistarlo. Allora segniamo che acquistiamo UNA azione di quel titolo, e annotiamo il suo valore.

Cominciamo a seguirlo giorno dopo giorno. Prima o poi, il mercato ci darà ragione e il titolo salirà fino al nostro obiettivo. Diciamo, il 10%. Bingo! Annotiamo il profitto, e andiamo a scegliere un altro titolo, con lo stesso meccanismo di prima.

Poi, troviamo i soldi per investire. Una volta, la scusa poteva essere che per iniziare ad investire in borsa ci voleva un capitale notevole. Ed era vero, perché esistevano i lotti minimi. Adesso, i lotti minimi non esistono più. Possiamo comprare una singola azione.

Lo stesso nel Forex. Una volta ci volevano un sacco di soldi per entrare. Adesso possiamo farlo con somme davvero minime.

ATTENZIONE! E’ opportuno investire denaro che non ci serve per mangiare. Insomma, che non ci occorre a breve termine. Questo perché avere tempo, quando si parla di investimenti, gioca sempre a nostro favore. E’ frequente, specialmente all’inizio, il caso di chi disinveste in rimessa perché deve rendere liquido il capitale per pagare una bolletta.

Noi invece lasceremo i soldi investiti finché il mercato non ci da ragione, e realizziamo un profitto. In questo è bene essere estremamente disciplinati: a meno di catastrofi, vietato chiudere posizioni in rimessa. Vedi il mio articolo Stop Loss o All In?

Nelle Azioni, l’unico caso in cui possiamo chiudere in rimessa è il fallimento dell’azienda. Nel Forex, l’unico caso in cui chiudiamo in rimessa è che esauriamo il capitale (cioè, non siamo stati così previdenti da renderci capaci di sostenere una posizione).