Tempo pieno

E’ molto importante vivere un tempo pieno. Vale a dire: ogni istante, che sia di azione o di riposo, deve avere un suo significato ben preciso. Dobbiamo vivere un tempo la cui qualità sia la maggiore possibile.

Come sempre, è questione di allenamento. Occorre decidere di riappropriarsi del proprio tempo. Non è una decisione banale, perché pensiamo di esserne padroni, quando invece spesso, ponendo un minimo di attenzione alle modalità con cui si sviluppa la nostra vita, ci rendiamo conto che non è esattamente così.

Il nostro tempo, in genere, se ne va seguendo programmi dettati da altri. Perché, e questo ricordiamocelo sempre, se noi abbiamo obiettivi nostri verremo fatalmente risucchiati dagli obiettivi di altri. Non che questo sia negativo in sé si badi bene, Solo che non è detto che gli obiettivi degli altri siano coerenti con i nostri migliori interessi.

Invece, prendendoci la respons-abilità di gestire in prima persona il nostro tempo, potremo capire esattamente come vogliamo usarlo. All’inizio, per qualcuno sarà un po’ complicato, ma facendo leva, cioè iniziando con piccoli passi, ben presto diventerà una piacevole abitudine. Ci sentiremo sempre meno stressati, e arriveremo davvero a goderci ogni minuto della nostra giornata, perché avremo scelto come spenderlo. Diventerà insomma, nel vero senso di questa espressione, tempo pieno.

Da dipendente a leader. Era ora…

Prendo spunto da questo articolo comparso sul Corriere della Sera – Corriere Torino oggi 31 dicembre 2020. Si annuncia la venuta in alcune aziende del cosiddetto “manager della felicità”. O, per usare un titolo più anglosassone e altisonante, “Chief Happiness Officer”. Il loro compito è quello di far diventare i dipendenti dei veri e propri leader. Principalmente di sè stessi.

Questa iniziativa è molto interessante, perché di solito si pensa al lavoro da dipendenti come a una sorta di pena infernale dalla quale scappare appena possibile sviluppando una propria attività e diventando imprenditori. La mia esperienza di dipendente, finora in due aziende diverse, mi dice che dipende molto dall’azienda in primis e in seconda battuta dai colleghi con cui ti trovi a interagire più spesso.

E’ vero che fino a non molto tempo fa la maggior parte delle aziende avevano dei tratti che potevano giustificare le raffigurazioni che il mitico Paolo Villaggio dava nella sua serie di libri e film su Fantozzi. Per qualche ragione, i dipendenti finivano per portare in azienda i loro lati più psicotici, dando luogo alla Geenna che di solito si associa alla condizione di dipendente.

In realtà, ci sono anche situazioni in cui, molto semplicemente, le persone vengono sì a lavorare per lo stipendio, ma non per questo vedono il posto di lavoro come una condizione negativa. Anzi, se la vogliamo dire tutta, sono convinte che, come minimo, farci piacere il nostro lavoro attuale può essere un modo per alzare l’asticella, per migliorare un tanto la qualità della nostra vita.

Il ragionamento è: dal momento che bisogna lavorare per vivere, e che al momento per vari motivi ho un lavoro che non è quello che sarebbe l’ideale per me. D’altra parte, se mi fisso sul fatto che questo lavoro non mi piace, quindi sono sfortunato e la mia vita è un tale disastro, è evidente che innesco una spirale discendente che se va bene non mi porta da nessuna parte, se va male mi porta all’autodistruzione, spirituale se non fisica.

Viceversa, se mi concentro su quello che l’esperienza può insegnarmi, insomma, su quello che funziona, ecco che probabilmente prima o poi centrerò quello che è il vero obiettivo della mia vita, dal momento che innescherò una spirale positiva che renderà la mia mente sempre più chiara e focalizzata.

Il fatto che adesso arrivino persone che insegnano ai dipendenti a diventare leader è un’ottima notizia. Le aziende, evidentemente, si stanno rendendo conto che un dipendente focalizzato come persona rende molto di più di uno inserito in un ambiente disfunzionale. Se ognuno ha ben chiaro lo scopo di quello che deve fare, funziona molto meglio come singolo e si interfaccia in modo ottimale con il resto della squadra.

Si diventa ricchi investendo

Anche il post di oggi prende spunto dal video di Mario Robecchi dedicato alla relazione tra Ricchezza e spiritualità. Nel post precedente, pubblicato qualche giorno fa, ho sottolineato come la ricchezza consista in effetti nel saper governare le risorse. Cioè: non conta quello che abbiamo, ma come lo gestiamo. Chi ha molti soldi o molte proprietà, ma non sa gestirle, non è ricco, o comunque non lo resterà a lungo. L’esempio classico è quello di chi vince una somma ingente alla lotteria: in molti casi finisce non solo per sperperare quello che ha vinto, ma anche per ritrovarsi pieno di debiti,

Si diventa ricchi investendo, non trattenendo. E’ anche vero che nemmeno essere avari paga. Semplicemente ammucchiare il cosiddetto fieno in cascina non ci porta da nessuna parte. Occorre anche qui prendersi la respons-abilità di capire come funzionano gli investimenti, e soprattutto capire quali sono gli investimenti che funzionano meglio per noi.

È bene notare che qui non c’è consulente che tenga. Le mani in pasta dobbiamo mettercele noi. Cominciamo a studiare quali sono gli strumenti di investimento, come funzionano, e naturalmente quali sono quelli più adatti per noi. Prima di mettere denaro vero, facciamo delle simulazioni, sia con penna e calcolatrice che, se mastichiamo un po’ di informatica, con un foglio di calcolo. Alcuni siti di investimento permettono di aprire un conto dimostrativo: approfittiamone. Proprio così: facciamo finta di investire, un po’ come se fossimo dei bambini che giocano a fare i castelli di sabbia.

Naturalmente, ci capiterà di sbagliare. E’ normale. Di solito abbiamo un vero orrore… per l’errore. Tuttavia, imparare dagli errori fa parte della vita, che, non fa male ricordarlo, è sempre più o meno rischiosa. La contropartita del prendersi dei rischi è che si imparano sempre cose molto interessanti. Soprattutto quando si “sbaglia” o si “perde”. Cioè, gli eventi seguono un corso che non rispecchia le nostre aspettative.

È ricco chi sa governare

Ormai da diverso tempo seguo il life coach Mario Robecchi, finissimo espositore di concetti spirituali che però, come spesso càpita, finiscono per essere anche molto pratici, perchè forniscono validi spunti sui valori da adottare, valori che ci aiutano a focalizzare le nostre energie e quindi a “fare le cose giuste” nella vita quotidiana. In particolare, in un video intitolato “Ricchezza e spiritualità“, Robecchi fornisce diversi spunti, che mi prendo la briga di commmentare un po’.

E’ ricco chi sa governare. Si intende: governare le risorse a nostra disposizione. Comprese, anzi soprattutto, le risorse mentali e spirituali. Le risorse fisiche, infatti, possono essere gestite e disposte in molti modi diversi, potenzialmente infiniti. Come vengono disposte, dipende da noi. Quindi, a nostra volta, da come disponiamo appunto le nostre risorse mentali e spirituali. Ne deriva che, a seconda di quali sono i nostri valori e le nostre convinzioni, cambiano i nostri stati d’animo e i nostri pensieri, e di conseguenza i nostri risultati. Mettendola terra terra: non conta quanti “soldi” hai, ma come usi le risorse. Non è questione di denaro, ma questione di obiettivi.

La ricchezza è un livello di abilità. Come ripeto spesso, occorre essere respons-abili, cioè, capaci di rispondere. Uno degli scopi della vita, probabilmente il più importante, è avere sempre più frecce al nostro arco. Se sappiamo come affrontare efficacemente le situazioni che ci si presentano, queste ci spaventano meno, e di conseguenza consumano meno energie, energie che possiamo dedicare ad obiettivi vitali.

La causa della ricchezza è la cooperazione. La causa della povertà è l’isolamento. Robecchi a un certo punto del suo video cita un testo, come dice lui stesso, vecchio ormai di trecento anni. Si tratta de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. In particolare, cita l’esempio dello spillo, oggetto all’apparenza banale che però è il risultato di un notevole livello di cooperazione. Se infatti pensiamo per un momento di produrre uno spillo da soli, senza macchinari, ecco che ci si rivela tutta la complessità del processo di produzione. Così come anche comprendiamo il valore della cooperazione.

Lo spillo è frutto di un processo durante il quale intervengono numerosi soggetti. In questo modo è possibile produrre molti più spilli, e ridurre il prezzo di ciascuno spillo. Tutto questi è ovviamente possibile solo in presenza di cooperazione. Se invece gli esseri umani si isolano, si va verso la povertà.

La contropartita per la carità

E’ bello che ci siano enti di vario tipo che aiutano le persone in difficoltà, ma troppo spesso c’è gente che se ne approfitta, non prendendosi alcuna respons-abilità della propria vita, o rinunciando a prendersela. Spesso vedi gente sbattuta sulle panchine nei pressi della sede dell’Ente Assistenziale, lo sguardo vacuo, la barba lunga,una sigaretta dietro l’altra, magari un cartone di vino a portata di mano. Guardandoli, un brivido ti scorre lungo la schiena.

Capisco bene che ci sono momenti in cui la volontà è, come dire, disattivata. La vita può infliggere colpi veramente duri. Il concetto però non cambia. Se rinunciamo alla nostra respons.-abilità, dovremo sempre appoggiarci a qualcosa o qualcuno di esterno. E finiremo per perdere completamente la nostra identità. Andremo, letteralmente, alla deriva, diventando sempre più dipendenti da fattori esterni.

So per certo, d’altronde, che gli Enti Assistenziali spesso hanno dei percorsi per queste persone. Chi vuole, può essere aiutato, prima di tutto, a riprendere in mano nei limiti del possibile le redini della propria vita. Ammesso che lo voglia, certo. Nessuno può essere forzato. Ma quello che non si capisce è perché non dovrebbe volerlo.

Questo è uno studio interessante. Per quale motivo una persona decide che è meglio appoggiarsi agli altri piuttosto che cercare di riprendersi la respons-abilità per la propria vita? Non sarebbe il caso, per usare una metafora, che queste persone decidessero di imparare a pescare, anziché continuare a presentarsi con il cappello in mano per ricevere il pesce?

Arte vs Business

Mi è tornata in mente una bellissima persona, Renato Corrieri, a suo tempo titolare di una galleria d’arte a Livorno a cavallo, se la memoria non mi inganna, tra gli anni Ottanta e i Duemila. Ho avuto con lui diverse gustose conversazioni, e in questa occasione mi piace ricordarne una in particolare.

Il buon Corrieri, va detto, era un piccolo Mecenate, che dava spazio ad artisti giovani, sia di età che di spirito, che sperimentavano come se non ci fosse un domani. Ne venivano fuori anche delle cosine davvero stimolanti. Soltanto, l’anziano gallerista si lamentava del fatto che “il pubblico” (cioè, in definitiva, “il mercato”) voleva opere di altro tipo.

Colsi una simpatica contraddizione in tutto questo. Pensai: ma alla fin fine, che cosa vogliamo? Fare arte o fare business?

Per carità, non che le due cose siano sempre e necessariamente in contraddizione tra di loro. Ci sono casi eclatanti che ce lo confermano. Solo che si tratta di due approcci completamente diversi. Da quel che ne capisco io, fare “arte” vuol dire sperimentare, ricercare. Attività che non prendono in considerazione i gusti di un eventuale “pubblico”, e tantomeno di un’altrettanto eventuale “mercato”.

Il business, invece, vive proprio di “pubblico” e di “mercato”. Ovvero, non puoi (o per essere più precisi non è una buona idea) fare quello che ti pare, o anche semplicemente seguire la tua ispirazione. Devi fare degli studi su quello che vuole il tuo cliente finale… e darglielo come vuole lui, non come vuoi tu.

Le due cose non si inrociano mai? Certo che sì. Ci sono casi di artisti veri che, per diversi motivi, hanno incontrato i gusti di “pubblico” e “mercato”. Penso a Picasso e Dalì, che divennero l’equivalente di quelle che chiamiamo “rockstar”. C’era magari di mezzo un po’ di marketing artigianale anche da parte degli stessi artisti, ma dal momento che anche il marketing è arte, possiamo dire che questi geni hanno usato al meglio le loro capacità comunicative.

C’è poi il business, puro e semplice. Quello dove non c’è “ricerca” nel senso artistica del termine. Il “prodotto”, l’obiettivo non è la sperimentazione, ma il profitto. Un punto di vista assolutamente legittimo, ma che almeno in generale non ha niente a che vedere con l’arte.

Quale dei due approcci deve scegliere un artista?

Prima di tutto, abbiamo visto che esiste anche la possibilità di incrociarli. Cioè: l’artista può fare il suo gioco, e poi trovare il modo di attrarre l’attenzione del pubblico, creando interesse, e possibilmente anche valore, attorno alle loro opere. E probabilmente è questa la situazione più interessante.

Oppure, come a volte succede nel cinema, si producono alcuni film cosiddetti “di cassetta”, e con una parte del ricavato si producono pellicole di spessore, ma che probabilmente non renderanno altrettanto. Così, anche l’artista può produrre opere calibrate sul gusto del pubblico per fare “cassetta”, e poi dedicarsi a quello che veramente vuol fare. Spesso succede anche con i musicisti, che producono canzonette nella prima parte della loro carriera, per poi passare alle sperimentazioni che li interessano veramente.

Possiamo quindi scegliere una delle infinite sfumature tra pura arte e puro business. Come sempre, anche qui scende in campo la respons-abilità dell’artista, unico vero gestore della propria vita e della propria arte.

Quando compro un’azione

Posto che secondo me non esiste un metodo perfetto per capire quando acquistare un strumento finanziario. e tantomeno quando venderlo, ecco come mi comporto personalmente quando si tratta di comprare azioni, quello che qualcuno chiama con termine molto “oh yeah” lo “stock picking”. Fondamentalmente, compro un’azione in due casi:

  1. Vado sul listino, e vedo che il titolo Tizio segna una variazione negativa consistente. Cosa vuol dire consistente? Dipende. In genere, più capitale ho investito, maggiore deve essere la variazione perché la ritenga interessante. In genere si va dal 2% in su. Il calcolo è semplice: dal momento che opero quasi solo su titoli dei listini principali (Ftse Mib in Italia, talvolta Londra, Madrid e New York) è probabile che questa oscillazione sia provocata da fattori che poco hanno a che vedere con i fondamentali dell’azienda, e che quindi il titolo ritorni, presto o tardi al suo prezzo naturale, che in genere è la media tra il massimo e il minimo
  1. Quando sui media appare la notizia che il titolo Caio “crolla”. In particolare quando l’azienda Caio ha dei buoni fondamentali (ad esempio, possiede molti immobili, molti brevetti etc.). E’ molto probabile, in quel caso, che l’azienda si riprenda più o meno velocemente dall’evento che ha provocato il crollo (e dal conseguente clamore mediatico). Il calcolo in questo secondo caso è: molti avranno venduto spinti dal panico, il prezzo sarà dunque sceso. Io nel frattempo ho comprato. Poi, quando (fatalmente) il clamore mediatico si placa, e il pubblico (altrettanto fatalmente) si sarà dimenticato dell’accaduto, l’azione tornerà a risalire.

Comprare o non comprare? Valore e prezzo, assoluti e relativi.

Viviamo immersi in un contesto in cui tutto ci spinge a comprare. E’ normale: le aziende puntano a vendere il più possibile, e si badi bene, non c’è niente di scandaloso in questo. Fanno soltanto il loro lavoro, che consiste nel comprendere la psicologia del cliente e muovere le leve giuste affinché acquisti.

Anche nello shopping non c’è assolutamente alcunché di male. Se ci dà piacere l’acquisto di un determinato oggetto, ben venga. L’importante è che quell’acquisto avvenga quando la disponibilità economica ce lo consente, e che in seguito non si creino ristrettezze di mezzi per i bisogni basilari. La domanda cruciale è: quando ce lo consente?

In realtà, la risposta è abbastanza semplice. Le domande che dovremmo sempre farci prima di un acquisto sono essenzialmente due:

  1. Abbiamo davvero bisogno di quel dato oggetto?
  2. Quell’oggetto, per noi, vale più del prezzo a cui lo compreremo?
  3. Se sì, il suo prezzo quanto pesa sul denaro che abbiamo a disposizione in quel dato momento?

Dobbiamo quindi andare oltre l’impulso all’acquisto, per valutare quello che davvero ci serve. Capire quindi, più che il prezzo in sé, il valore dell’oggetto che stiamo per acquistare. E una volta compreso il valore, che potremmo chiamare assoluto, dovremmo considerare il valore relativo ai mezzi che abbiamo a disposizione in quel momento.

Chiaramente, è un gioco che non sempre riesce. Siamo umani, e anche facendoci queste domande potrà capitare di ritrovarci con oggetti che non aggiungono alcun valore alla nostra vita. Nessun problema: il potere della pubblicità è notevole, e dobbiamo sentirci in colpa fino a un certo punto. L’importante è iniziare ad esercitare i nostri muscoli decisionali. Fin dall’inizio, il beneficio sarà notevole.

Imprenditori o scommettitori?

Non si dovrebbe aprire un negozio se non si sa sorridere, e nemmeno se non si è capaci di fare bene i conti e soprattutto di pianificare a medio-lungo termine, includendo anche le possibili catastrofi, i “cigni neri” che si spera non arrivino, ma poi a volte invece, oplà, si concretizzano.

Con tutta la simpatia e la solidarietà verso chi a causa del lockdown non rialzerà la saracinesca e magari non saprà come campare la famiglia, viene da pensare che situazioni del genere siano anche un po’ dettate dall’abitudine di molti imprenditori di vivere sempre un po’ sul filo del rasoio.

I guru della finanza raccomandano ai lavoratori dipendenti di tenere da parte un fondo corrispondente a sei mesi di stipendio, per pararsi da eventuali “cigni neri” tipo licenziamento o cassa integrazione. Che poi spesso non ci riescano, è dato curioso e degno di approfondimento, e magari ci scriverò due righe sopra un giorno o l’altro.

Ma se questo consiglio viene dato ai dipendenti, a maggior ragione è valido per chi dirige un’azienda. E non è importante se stiamo parlando di una multinazionale con miliardi di dollari di fatturato o di un banchetto dei lupini. Sempre aziende sono, e come aziende dovrebbero essere dirette entrambe.

Invece, curiosamente, spesso succede che c’è chi “apre qualcosa” perché non trova lavoro come dipendente e “si butta” nel commercio. E’ questo verbo, “buttarsi”, che francamente fa accapponare la pelle.

Perché, per fare un esempio a caso, leggo di proprietari di ristoranti di una certa taglia che parlano di abbassare le saracinesche se “lo Stato” non li “aiuta”, e contemporaneamente di proprietari di ristoranti della stessa taglia che affermano più o meno: certo non è facile, ma vediamo un po’ come ripartire?

La mia personale opinione è che siamo di fronte a due figure diverse. Nel secondo caso siamo davanti a un imprenditore, qualcuno che pianifica, che spesso si domanda, per dire: cosa farei se dovessi dimezzare i coperti per via del distanziamento sociale? Come potrei far quadrare ugualmente i conti? Cosa faccio se il distanziamento sociale dura per tre mesi? E per sei? E per un anno? Per dieci? E via di creatività.

Nel primo caso, spiace dirlo, siamo davanti a una bravissima persona che però si comporta più come uno che scommette che come uno che intraprende. Studiare le possibili tendenze del mercato, creare se possibile dei fondi di emergenza, e soprattutto prevedere anche quello che per altri è l’imprevedibile, sono doti di base di un imprenditore.

Forse, sarebbe meglio che chi per natura naviga a vista lasciasse perdere, o creasse attività meno complesse di un negozio. Oppure, naturalmente, imparasse come funziona la faccenda.

Ricordiamoci il principio di Pareto!

Vilfredo Pareto

Troppo spesso rinunciamo a creare qualcosa che ci piace (e possibilmente ci porti reddito) perché dimentichiamo che, come affermava il grande economista Vilfredo Pareto, il 20% dei nostri sforzi porta all’80% dei risultati… e viceversa. Ci piacerebbe che tutto andasse sempre “bene” (cioè come piace a noi). Ma, se ci pensiamo bene, questo non è possibile. E, se ci pensiamo ancora meglio, non è neanche opportuno.

Perché faccio questo ragionamento? Perché se tutto va sempre “bene” non impariamo nulla, e se per caso otteniamo il risultato che vogliamo, non avendo imparato come ci si arriva, rischiamo di perderlo e di non essere poi in grado di replicarlo. Perlomeno, non prima di aver imparato quello che c’è da imparare.

Faccio un esempio terra terra: andare in bicicletta. Le prime volte che usiamo il velocipede, è possibile che cadiamo, e che magari ci facciamo anche del male. Tuttavia, la caduta fa parte di un processo di appprendimento che ci porta a saper usare la bicicletta.

Altro aspetto della questione: dobbiamo essere sempre in un processo di apprendimento. Se abbiamo un obiettivo è un’ottima cosa, ma dobbiamo fare in modo che quell’obiettivo non diventi un’ossessione.

Ci sono infatti obiettivi che ci servono principalmente per imparare delle cose, ma non è detto che il raggiungiamo, o che li raggiungiamo nei termini che avevamo previsto. Può infatti darsi che il nostro non sia un percorso in linea retta, e che preveda qualche deviazione. Durante la quale impareremo ancora altre cose. Ma sempre, invariabilmente, il 20% dei vostri sforzi produrrà l’80%.

Per cui conviene imparare giorno dopo giorno qualcosa di nuovo e sviluppare sempre più progetti possibile. Non possiamo sapere a priori quale sarà il 20% di sforzi che produrrà l’80 di risultati.