Quanti soldi servono per investire?

Naturalmente, nelle righe che seguono parlerò delle mie esperienze personalissime, come sempre faccio quando tratto l’argomento investimenti.

Per investire non occorrono grandi cifre. Basta che siano soldi che non vi servono nel breve termine, tipo per mangiare o per le spese correnti. Questo per un motivo molto semplice: dobbiamo usare il tempo come nostro alleato. Ovvero: uscire dalle posizioni quando sono in positivo e non prima.

E’ evidente infatti che se i soldi ci servono con urgenza ci potremmo trovare ad uscire da una posizione quando siamo in perdita. In pratica, a svendere il nostro investimento. E’ quello che càpita a molti, che poi vanno a dire in giro che “a investire si perdono soldi”.

Tutto questo è un corollario di un atteggiamento secondo il quale “con gli investimenti si diventa ricchi alla svelta”. A parte il fatto che bisognerebbe capirsi bene sul significato del termine “ricco“. Come nell’articolo che vi ho linkato, è ricco chi sa governare. Sa governare che cosa? Essenzialmente, il proprio tempo, il proprio spazio e soprattutto le proprie risorse.

Nel caso specifico, cioè per iniziare ad investire, può bastare veramente uno spostamento minimale rispetto alle proprie abitudini. Se partite da zero, potete anche iniziare dal più classico dei barattoli del risparmio, che sia fisico o (adesso è possibile anche questo) virtuale.

Quali soldi vanno messi nel barattolo? Qui possiamo dire che esiste una risposta differente per ciascuno di noi. Qualcuno a questo punto potrà dire: “ma dove li trovo i soldi per investire proprio io che tra un po’ non arrivo nemmeno a fine mese/non ho un lavoro?”

Qui entra in gioco la creatività. Vi lancio una sfida: siete capaci di avanzare un euro al giorno? Ebbene, fanno 365 euro l’anno. 30 euro circa al mese, che potete usare per iniziare i vostri investimenti. Lo so che possono sembrare cifre irrisorie, ma vi garantisco che non lo sono affatto.

Quello che conta, comunque, è che il barattolo, fisico o virtuale che sia, rappresenta un punto di partenza. La decisione di prendere in mano la vostra situazione economica, e di cominciare a comprendere come funzionano gli investimenti. Insomma, di iniziare a sviluppare la vostra intelligenza finanziaria.

Con cosa sei connesso?

E’ importante domandarsi spesso a che cosa siamo connessi, ovvero a cosa stiamo pensando. La legge d’attrazione dice infatti che più pensiamo a qualcosa, più questa cosa tende a materializzarsi nella nostra vita.

Se questo concetto è valido, ne deriva che è meglio connettersi a oggetti e situazioni che ci potenziano, ovvero pensare a qualcosa di costruttivo o anche solo di bello. Insomma, poiché a quanto sembra non possiamo fare a meno di pensare, meglio pensare bene, connettendoci con qualcosa che migliora la nostra vibrazione.

Non è un concetto banale. Per motivi che d’abitudine tralasciamo di analizzare, ci troviamo spesso a ‘pensare male’, ovvero a connetterci con oggetti che ci limitano, ci depotenziano. Anche qui, si tratta di rivedere la nostra routine. Prendere la decisione di osservare e cambiare consapevolmente la direzione dei nostri pensieri. E poi iniziare ad allenarsi in questo senso.

Io e gli Assiomi di Zurigo: 1- Rischio (e preoccupazione)

Sono rimasto subito incuriosito quando ho letto sul blog Efficacemente.com di Andrea Giuliodori del volume The Zurich Axioms, di Max Gunther. Si tratta di una serie di regolette che a mio parere aiutano molto coloro che si dilettano di investimenti. Man mano che leggo, metterò giù delle noterelle su ciascuno dei capitoli.

Il primo assioma è: gestire il rischio. Che investire sia un rischio, ormai lo sanno anche i sassi. Per investire, meglio non usare denaro che ti serve a breve termine, tipo per mangiare. Questo per un motivo molto semplice: rischiamo di dover disinvestire prima di aver guadagnato.

Una volta che però abbiamo assicurati i bisogni fondamentali, è bene mettersi in testa che con uno stipendio, per quanto buono, non si diventa ricchi, nel senso di avere entrate molto più grandi delle nostre spese. Occorre investire o, come dice Gunther, “scommettere”, correre dei rischi calcolati. Alzarsi dal divano e farsi carico dello sviluppo della nostra intelligenza finanziaria.

Qui entra in gioco la gestione del rischio. Molti cominciano ad investire come se giocassero alle slot machines. E se è vero che Gunther usa (anche) il termine “scommettere” parlando di investimenti, si tratta in realtà di un modo di scommettere un po’ diverso da come siamo abituati a concepire la scommessa in Italia, dove il termine equivale a “gioco d’azzardo”.

Qui si tratta invece di scegliere un veicolo finanziario, metterci dei soldi e aspettare che il mercato ci dia ragione, ovvero che per noi quella posizione vada in guadagno. Detto così sembra semplice, e infatti lo è. Talmente semplice che a volte sembra troppo banale per essere vero.

Il punto è che spesso negli investimenti si commette un errore marchiano: ci mettiamo soldi che in realtà ci servono a breve termine. Questo rende molto difficile attendere che la nostra posizione vada in attivo secondo gli obiettivi che ci eravamo posti.

Se invece ci mettiamo in grado di essere talmente disciplinati da non toccare i soldi investiti, evitando di ritirarli quando siamo in perdita, nel medio termine non mancheranno le soddisfazioni

Distacco. Destrutturazione. Ricombinazione.

Di tanto in tanto conviene riprendere in esame la nostra situazione attuale, specialmente se ci sentiamo intrappolati in essa, e non ci vediamo più quel granché di evolutivo. Secondo la mia esperienza questo procedimento può essere svolto in tre fasi, che ho pensato di chiamare Distacco, Destrutturazione e Ricombinazione.

Il Distacco avviene quando non ci identifichiamo più con la situazione. Di solito infatti tendiamo a vivere con il pilota automatico, seguendo una serie di abitudini. Intendiamoci, le abitudini possono essere uno strumento prezioso, quando di aiutano a raggiungere i nostri obiettivi. Diversamente, possono diventare un vero e proprio incubo, quando si annodano e ci incatenano a una situazione che per noi non è evolutiva o addirittura si rivela deleteria. Occorre allora porsi quelle che da tempo ho preso a chiamare le due domande fondamentali, ovvero: 1. Che cosa sto facendo? 2. Perché lo sto facendo?

Cominciamo così a prendere le distanze dalla situazione. In un certo qual modo è come se ci risvegliassimo dal sonno. Alcuni autori, tra cui Salvatore Brizzi, lo chiamano “creare il Testimone”, e secondo me è una definizione davvero azzeccata, perché da quel momento diventiamo testimoni di quello che ci sta accadendo, e possiamo darne una valutazione più oggettiva. Continuiamo quindi a vivere come sempre, ma cominciando ad osservare con una punta di distacco quello che succede.

Una nota a margine per questa fase: non sempre dovremo cambiare qualcosa. Si tratta di una revisione, non necessariamente di una rivoluzione. Molti non affrontano questa fase perché pensano che li porterà, un bel giorno, a uscire a comprare le sigarette per poi trasferirsi a Tahiti.

A parte il fatto che un gesto del genere, se non siamo cambiati noi, ci porterà a replicare a Tahiti la stessa situazione da cui siamo fuggiti, può benissimo essere che basti cambiare aspetti anche piccolissimi per rimettere tutto in equilibrio. A volte, basta crearsi un hobby che ci dà soddisfazione, oppure mettere il nostro lavoro in una prospettiva diversa, più interessante ed amorevole.

Passiamo alla seconda fase, quella della Destrutturazione. Si tratta, in linea di principio, di comprendere che ogni problema, anche quello più complesso, quello che minaccia continuamente di sopraffarci. può essere suddiviso in problemi più piccoli, sempre più piccoli, fino a trovare un problema che non è più un problema, perché possiamo gestirlo immediatamente o quasi.

Una volta individuato questo piccolo tassello che possiamo gestire agevolmente – e dopo averlo gestito – ecco che ci sentiamo molto più padroni della situazione. Sono soddisfazioni impagabili che rafforzano di parecchio la nostra autostima.

Siamo così arrivati all’ultima delle tre fasi, quella della Ricombinazione. Una volta che abbiamo suddiviso il problema in elementi gestibili, possiamo prendere in considerazione altri elementi che finora erano rimasti fuori. Allargando la nostra mente e la nostra visuale, ricercando nuovi tasselli, è infatti possibile mettere insieme nuove opinioni sul problema che stiamo affrontando. “Là fuori”, infatti, c’è spesso molto di più di ciò che siamo abituati a tener presente.

Dalla Ricombinazione parte un nuovo ciclo, che può rappresentare un volano non indifferente per la nostra crescita, sia dal punto di vista materiale che da quello spirituale. Che poi, a ben vedere, vanno frequentemente di pari passo.

Il barattolo virtuale

Questo post costituisce in gran parte un aggiornamento di uno analogo intitolato Un passo avanti con il Denaro. Una lettrice, Alessandra, mi ha fatto notare che in alcuni paesi – come quello dove vive lei, la Francia – il contante è praticamente scomparso, e la moneta è tutta elettronica, e quindi diventa difficile avere a portata di mano degli spicci da poter depositare nel barattolo di marmellata.

Lo spunto era troppo appetitoso. In Italia, come ben sappiamo, di contante ne circola decisamente di più, e quindi la strategia del barattolo fisico è molto più praticabile. E indubbiamente il fatto di vedere il barattolo aiuta ad essere più costanti. Tuttavia, dopo un po’ di riflessione, ritengo di poter essere utile anche a coloro che vivono in paesi dove la moneta è in gran parte dematerializzata. Proviamo a concepire il barattolo come virtuale. Cioè, invece di un posto fisico, immaginiamone uno dematerializzato. I primi posti del genere che mi vengono in mente sono i principali strumenti finanziari usati dal pubblico retail. Ovvero, il conto bancario e le carte prepagate.

Entrambi possono funzionare come barattoli. Un po’ come usava un tempo, quando per esempio i genitori ‘aprivano il libretto’ per gli studi dei figli. Un po’ di soldini ogni mese, e alla maggiore età ci si ritrovava con il necessario per pagare le tasse universitarie.

Allo stesso modo, si può pensare di aprire un conto corrente ‘intoccabile’, o più semplicemente una prepagata, su cui caricare periodicamente piccole somme, da destinare a un obiettivo preciso. Finché l’obiettivo non è raggiunto, quei soldi non esistono.

Certo, occorre disciplina. Ma, a ben vedere, non più di quella necessaria a tenere chiuso il barattolo fisico.

Pensierini sparsi sulle criptovalute

Ultimamente sembra che le criptovalute siano una sorta di Santo Graal, in grado di trasformare in Paperone tutti coloro che ci investono. Certo, è accaduto anni fa con il Bitcoin. Chi ci ha creduto all’inizio, e ha mantenuto le posizioni fino ad oggi, ha avuto le sue belle soddisfazioni. Si può dire lo stesso di chi ci entra adesso (aprile 2021)?

Qui, posso portare l’esperienza di chi – come me – da oltre vent’anni pasticcia con gli investimenti. In questo senso, ho imparato a seguire una semplice regoletta: comprare basso, vendere alto. Questa regoletta vale in realtà in qualsiasi tipo di business, dalla frutta agli immobili passando per i metalli preziosi.

In particolare, io uso una tecnica che ha molto a che fare con i proverbiali conti della serva. Sulla app che uso per i miei investimenti, tengo d’occhio i titoli “top fallers” per quanto riguarda le azioni e le materie prime, mentre per quanto riguarda i cross valutai osservo i grafici nella visualizzazione più ampia possibile, vedo se puntano in alto o in basso, ed entro nel verso contrario.

Una volta entrato, seguo un’altra regoletta che finora ha funzionato piuttosto bene: non chiudo mai una posizione quando è in passivo. Ovvero, per me non esistono stop loss o take profit automatici. Lo stop loss – almeno nella mia personalissima esperienza – può sembrare rassicurante, ma -credetemi – non lo è per nulla. I broker lo adorano perché, ovviamente, aprirete più posizioni, e loro guadagnano sugli spread. Ma per me non è conveniente.

Tolto lo stop loss, infatti, specialmente per le azioni, l’unico modo in cui possiamo perdere il capitale è che fallisca l’azienda, e dunque le azioni non valgano più nulla. Non conviene quindi mettere uno stop loss, in quanto l’azione può scendere anche di molto, ma se l’azienda non fallisce – e voi avete pazienza – prima o poi tornerete in profitto, e quello, e solo quello, sarà il momento di vendere. Ricordate: comprare basso, vendere alto.

Direte voi: ok, ma tutto questo cosa c’entra con le criptovalute? C’entra moltissimo, perché la criptovaluta è uno strumento finanziario – possiamo dire: una merce – esattamente come tutte le altre. Quindi, se vogliamo guadagnare con la compravendita, per esempio, del Bitcoin, credo che abbiamo capito come comportarci: dobbiamo comprere basso, vendere alto.

Intendiamoci: in questo momento – sempre Aprile 2021 – se andiamo a vedere il grafico più ampio disponibile sul Bitcoin, possiamo notare che è ai massimi assoluti, con una bella impennata del grafico. Comprarlo adesso, quindi, non ha senso, se vogliamo comprare basso e vendere alto. Non vi chiedo di credermi sulla parola. Cercate “grafico bitcoin” e verificate voi stessi.

Naturalmente, esiste anche la possibilità di “shortare”, ovvero di comprare titoli che vi consentono di andare in vendita sul Bitcoin. Questa può essere una scelta valida, ma per un semplice motivo. Dato che il Bitcoin è ai massimi, è probabile che scenda. E in questo caso, se scende, voi guadagnate. Capite bene però che cambia pochissimo. Avete invertito il punto di vista, ma il concetto è sempre quello: comprare basso, vendere alto (o comprare alto e vendere basso , fate voi)

Qualcuno potrà dire, ma allora quelli che hanno “fatto i soldi” con il Bitcoin? Ebbene, la mia opinione è che chi è entrato “al momento giusto”, più che essere un genio della finanza, ha avuto quella che con un francesismo si può a buon diritto definire “una botta di…fortuna”. Magari hanno considerato che si trattava di uno strumento avulso dal controllo delle banche, o semplicemente hanno voluto sperimentare.

Non importa: dal punto di vista statistico, il guadagno stellare con il Bitcoin è simile ad aver imbroccato il Gratta e vinci. Si tratta di fortuna. E la fortuna con gli investimenti c’entra pochissimo. Devi entrare quando è basso, attendere che il mercato ti dia ragione, e vendere alto. Nessuna puntata alla roulette.

Tempo pieno

E’ molto importante vivere un tempo pieno. Vale a dire: ogni istante, che sia di azione o di riposo, deve avere un suo significato ben preciso. Dobbiamo vivere un tempo la cui qualità sia la maggiore possibile.

Come sempre, è questione di allenamento. Occorre decidere di riappropriarsi del proprio tempo. Non è una decisione banale, perché pensiamo di esserne padroni, quando invece spesso, ponendo un minimo di attenzione alle modalità con cui si sviluppa la nostra vita, ci rendiamo conto che non è esattamente così.

Il nostro tempo, in genere, se ne va seguendo programmi dettati da altri. Perché, e questo ricordiamocelo sempre, se non abbiamo obiettivi nostri verremo fatalmente risucchiati dagli obiettivi di altri. Non che questo sia negativo in sé si badi bene, Solo che non è detto che gli obiettivi degli altri siano coerenti con i nostri migliori interessi.

Invece, prendendoci la respons-abilità di gestire in prima persona il nostro tempo, potremo capire esattamente come vogliamo usarlo. All’inizio, per qualcuno sarà un po’ complicato, ma facendo leva, cioè iniziando con piccoli passi, ben presto diventerà una piacevole abitudine. Ci sentiremo sempre meno stressati, e arriveremo davvero a goderci ogni minuto della nostra giornata, perché avremo scelto come spenderlo. Diventerà insomma, nel vero senso di questa espressione, tempo pieno.

Da dipendente a leader. Era ora…

Prendo spunto da questo articolo comparso sul Corriere della Sera – Corriere Torino oggi 31 dicembre 2020. Si annuncia la venuta in alcune aziende del cosiddetto “manager della felicità”. O, per usare un titolo più anglosassone e altisonante, “Chief Happiness Officer”. Il loro compito è quello di far diventare i dipendenti dei veri e propri leader. Principalmente di sè stessi.

Questa iniziativa è molto interessante, perché di solito si pensa al lavoro da dipendenti come a una sorta di pena infernale dalla quale scappare appena possibile sviluppando una propria attività e diventando imprenditori. La mia esperienza di dipendente, finora in due aziende diverse, mi dice che dipende molto dall’azienda in primis e in seconda battuta dai colleghi con cui ti trovi a interagire più spesso.

E’ vero che fino a non molto tempo fa la maggior parte delle aziende avevano dei tratti che potevano giustificare le raffigurazioni che il mitico Paolo Villaggio dava nella sua serie di libri e film su Fantozzi. Per qualche ragione, i dipendenti finivano per portare in azienda i loro lati più psicotici, dando luogo alla Geenna che di solito si associa alla condizione di dipendente.

In realtà, ci sono anche situazioni in cui, molto semplicemente, le persone vengono sì a lavorare per lo stipendio, ma non per questo vedono il posto di lavoro come una condizione negativa. Anzi, se la vogliamo dire tutta, sono convinte che, come minimo, farci piacere il nostro lavoro attuale può essere un modo per alzare l’asticella, per migliorare un tanto la qualità della nostra vita.

Il ragionamento è: dal momento che bisogna lavorare per vivere, e che al momento per vari motivi ho un lavoro che non è quello che sarebbe l’ideale per me. D’altra parte, se mi fisso sul fatto che questo lavoro non mi piace, quindi sono sfortunato e la mia vita è un tale disastro, è evidente che innesco una spirale discendente che se va bene non mi porta da nessuna parte, se va male mi porta all’autodistruzione, spirituale se non fisica.

Viceversa, se mi concentro su quello che l’esperienza può insegnarmi, insomma, su quello che funziona, ecco che probabilmente prima o poi centrerò quello che è il vero obiettivo della mia vita, dal momento che innescherò una spirale positiva che renderà la mia mente sempre più chiara e focalizzata.

Il fatto che adesso arrivino persone che insegnano ai dipendenti a diventare leader è un’ottima notizia. Le aziende, evidentemente, si stanno rendendo conto che un dipendente focalizzato come persona rende molto di più di uno inserito in un ambiente disfunzionale. Se ognuno ha ben chiaro lo scopo di quello che deve fare, funziona molto meglio come singolo e si interfaccia in modo ottimale con il resto della squadra.

Si diventa ricchi investendo

Anche il post di oggi prende spunto dal video di Mario Robecchi dedicato alla relazione tra Ricchezza e spiritualità. Nel post precedente, pubblicato qualche giorno fa, ho sottolineato come la ricchezza consista in effetti nel saper governare le risorse. Cioè: non conta quello che abbiamo, ma come lo gestiamo. Chi ha molti soldi o molte proprietà, ma non sa gestirle, non è ricco, o comunque non lo resterà a lungo. L’esempio classico è quello di chi vince una somma ingente alla lotteria: in molti casi finisce non solo per sperperare quello che ha vinto, ma anche per ritrovarsi pieno di debiti,

Si diventa ricchi investendo, non trattenendo. E’ anche vero che nemmeno essere avari paga. Semplicemente ammucchiare il cosiddetto fieno in cascina non ci porta da nessuna parte. Occorre anche qui prendersi la respons-abilità di capire come funzionano gli investimenti, e soprattutto capire quali sono gli investimenti che funzionano meglio per noi.

È bene notare che qui non c’è consulente che tenga. Le mani in pasta dobbiamo mettercele noi. Cominciamo a studiare quali sono gli strumenti di investimento, come funzionano, e naturalmente quali sono quelli più adatti per noi. Prima di mettere denaro vero, facciamo delle simulazioni, sia con penna e calcolatrice che, se mastichiamo un po’ di informatica, con un foglio di calcolo. Alcuni siti di investimento permettono di aprire un conto dimostrativo: approfittiamone. Proprio così: facciamo finta di investire, un po’ come se fossimo dei bambini che giocano a fare i castelli di sabbia.

Naturalmente, ci capiterà di sbagliare. E’ normale. Di solito abbiamo un vero orrore… per l’errore. Tuttavia, imparare dagli errori fa parte della vita, che, non fa male ricordarlo, è sempre più o meno rischiosa. La contropartita del prendersi dei rischi è che si imparano sempre cose molto interessanti. Soprattutto quando si “sbaglia” o si “perde”. Cioè, gli eventi seguono un corso che non rispecchia le nostre aspettative.

È ricco chi sa governare

Ormai da diverso tempo seguo il life coach Mario Robecchi, finissimo espositore di concetti spirituali che però, come spesso càpita, finiscono per essere anche molto pratici, perchè forniscono validi spunti sui valori da adottare, valori che ci aiutano a focalizzare le nostre energie e quindi a “fare le cose giuste” nella vita quotidiana. In particolare, in un video intitolato “Ricchezza e spiritualità“, Robecchi fornisce diversi spunti, che mi prendo la briga di commmentare un po’.

E’ ricco chi sa governare. Si intende: governare le risorse a nostra disposizione. Comprese, anzi soprattutto, le risorse mentali e spirituali. Le risorse fisiche, infatti, possono essere gestite e disposte in molti modi diversi, potenzialmente infiniti. Come vengono disposte, dipende da noi. Quindi, a nostra volta, da come disponiamo appunto le nostre risorse mentali e spirituali. Ne deriva che, a seconda di quali sono i nostri valori e le nostre convinzioni, cambiano i nostri stati d’animo e i nostri pensieri, e di conseguenza i nostri risultati. Mettendola terra terra: non conta quanti “soldi” hai, ma come usi le risorse. Non è questione di denaro, ma questione di obiettivi.

La ricchezza è un livello di abilità. Come ripeto spesso, occorre essere respons-abili, cioè, capaci di rispondere. Uno degli scopi della vita, probabilmente il più importante, è avere sempre più frecce al nostro arco. Se sappiamo come affrontare efficacemente le situazioni che ci si presentano, queste ci spaventano meno, e di conseguenza consumano meno energie, energie che possiamo dedicare ad obiettivi vitali.

La causa della ricchezza è la cooperazione. La causa della povertà è l’isolamento. Robecchi a un certo punto del suo video cita un testo, come dice lui stesso, vecchio ormai di trecento anni. Si tratta de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith. In particolare, cita l’esempio dello spillo, oggetto all’apparenza banale che però è il risultato di un notevole livello di cooperazione. Se infatti pensiamo per un momento di produrre uno spillo da soli, senza macchinari, ecco che ci si rivela tutta la complessità del processo di produzione. Così come anche comprendiamo il valore della cooperazione.

Lo spillo è frutto di un processo durante il quale intervengono numerosi soggetti. In questo modo è possibile produrre molti più spilli, e ridurre il prezzo di ciascuno spillo. Tutto questi è ovviamente possibile solo in presenza di cooperazione. Se invece gli esseri umani si isolano, si va verso la povertà.