Tutti gli articoli di David Di Luca

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Dal cassonetto alla biblioteca

Ho sempre pensato che buttare un libro nel cassonetto, qualsiasi libro, sia una sorta di crimine contro l’umanità. Devono averlo pensato anche gli spazzini della capitale turca Ankara che, stanchi di portare libri in discarica, si sono organizzati. In una ex fabbrica di mattoni è stata creata una biblioteca che ospita ben seimila di questi volumi recuperati dalla spazzatura.

A questi si sono aggiunti i volumi donati dai residenti Il successo è stato talmente grande che  da poco la biblioteca ha iniziato a donare volumi anche ad altri enti come scuole e prigioni, o per programmi di formazione.

Un bell’esempio di riciclo dei rifiuti.

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Network Marketing: Lista nomi, sì o no?

Spesso quando iniziamo un’attività di Network Marketing ci viene suggerito di scrivere una lista nomi.

Secondo alcuni, si tratta di un metodo ormai obsoleto. Si sostiene, dal momento che esiste Internet, che bisognerebbe piuttosto sviluppare quello che si chiama un personal brand, ovvero aprire una pagina o un profilo social su Internet, fare dei video e presentarsi come esperto del settore, e raccogliere nominativi di persone interessate (in target) attraverso un modulo o quello che viene chiamato un funnel, ovvero una filiera di link che porta l’utente a lasciare il suo contatto.

Personalmente, sto cominciando appena ora a testare questo approccio, quindi non so che dire. Può darsi che funzioni quando ormai sappiamo molto del business, tanto da saperlo spiegare in modo sintetico. Prometto che man mano che vado avanti vi tengo informati su come butta.

Ma, che dire di coloro che stanno appena iniziando? Che sanno poco o nulla del business, nagari qualcosina dei prodotti? Per queste persone, mi permetto di dire che quello di scrivere una lista nomi è un suggerimento molto saggio, perché ci aiuta a focalizzarci, e dunque ad aumentare le nostre possibilità di successo. Quando rileggiamo la nostra lista nomi ci vengono in mente persone a cui magari non pensiamo spesso, e come sappiamo ogni contatto può essere quello che fa la differenza.

Certo, può capitare che la lista nomi “finisca”, cioè, che non siamo più capaci di aggiungerci nomi. Non dovrebbe succedere, perché dai no delle presentazioni dovremmo quantomeno ottenere altri nominativi. Nella pratica, non sempre è così, e si arriva talvolta ad esaurire il cosiddetto “mercato caldo“, quello di parenti, amici e conoscenti. In questo caso, il suggerimento che mi sento di dare è quello di sviluppare la propria capacità di conoscere persone nuove, e allo stesso tempo le capacitò di ascolto.

Ascoltando, ci accorgeremo che spesso le persone finiscono per contattarsi da sole. Cominciano a parlare di come sia difficile arrivare a fine mese, di quanto vorrebbero fare un viaggio ma non se lo possono permettere etc.

Quello è il momento di fare il contatto. Senza aspettative di alcun tipo, perché il nostro lavoro è contattare. Tutto il resto lo deve fare l’altra persona. E’ lei che deve valutare l’opportunità, ed eventualmente decidere di coglierla, con tutto ciò che questo comporta, ovvero consumare i prodotti, condividere i prodotti, condividere l’opportunità, venire agli incontri e formarsi con audio e libri.

Tutto questo in attesa che, magari, facendo dei video su Internet arrivino frotte di email da persone che non vedono l’ora di fare business con noi. Quando saremo in grado di costruire un personal brand online….

 

Libri, “Malacarne” di Annacarla Valeriano

Vi  segnalo volentieri  un libro, Malacarne, Donne e manicomio nell’Italia fascista, di Annacarla Valeriano, edito da Donzelli. Il volume tratta dell’ uso fatto a suo tempo dei manicomi per reprimere i comportamenti femminili ritenuti trasgressivi.

L’autrice ha esaminato le cartelle cliniche delle ricoverate in uno specifico manicomio, quello di Sant’Antonio Abate di Teramo, a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento fino al 1950. Ne emerge, appunto, il ruolo del manicomio come luogo dove isolare tutti coloro che, per un verso o per un’altro, avevano comportamenti socialmente non accettabili.

All’istituzione psichiatrica vengono consegnate «quelle donne che rifiutano di conformare il proprio stile di vita agli ideali proposti dal fascismo e che, proprio per questa ragione, hanno bisogno di essere rieducate attraverso la disciplina manicomiale per riportare le loro condotte entro i recinti di una normalità biologicamente e socialmente costruita».

In realtà, precisa l’autrice, questo atteggiamento non è tipico del ventennio fascista, ma derivava già dall’ottocento, e il regime se ne servì per isolare donne che non rientravano nella visione mussoliniana del femminile.

Il giornalismo radiofonico su Internet

Quella che segue è la ‘tesina’ presentata in occasione del mio esame orale da giornalista professionista. 

 

Per la radio, Internet significa la possibilità di superare due limiti: quello dello spazio e del tempo. Grazie alla rete le trasmissioni possono (a) essere ascoltate ovunque nel mondo (b) archiviate in modo da poter essere accessibili in qualunque momento da milioni di persone. Infine, non è da trascurare la possibilità di interagire con gli ascoltatori con forum e chat.

Nel primo caso si supera il limite dello spazio. Anche la più ‘piccola’ delle radio può raggiungere qualunque punto del pianeta. Nel secondo caso si supera un limite temporale. Le trasmissioni possono non essere organizzate secondo un palinsesto. O per meglio dire, ogni ascoltatore può creare il proprio. Infine, nel terzo caso si supera quasi del tutto la distanza tra mezzo e fruitore, potendo vedere in tempo reale la sua reazione, e volendo, si può sapere esattamente quante persone ci stanno ascoltando. Si può anche arrivare a conoscere il nostro pubblico individuo per individuo. Il che tra l’altro, come ci insegnano i fondamenti del marketing, serve a confezionare meglio il prodotto.

Questi concetti sono applicabili a qualunque tipo di trasmissione radiofonica, e in particolare ai contenuti informativi, dei quali ci occuperemo nel seguito.

Il caso più semplice nel trasferimento dei contenuti radiofonici su internet è la trasmissione digitale (streaming) dello stesso segnale che viene trasmesso via etere o via cavo. Anche qui la Rete importa un valore aggiunto, che è la possibilità di aggiungere altri contenuti. Il più banale sono informazioni sul programma che si sta ascoltando in quel momento (Titolo, conduttore, link al form che permette all’ascoltatore di intervenire in trasmissione…). Nella pagina in cui è incorporato il plugin che materialmente porta il suono al pc, può essere inserito qualunque tipo di contenuto, dalla pubblicità a link che portano ad altri programmi o altre pagine Internet. Tuttavia il palinsesto rimane quello deciso dall’emittente, senza alcuna possibilità di controllo da parte dell’ascoltatore.

Dove invece si compie il passaggio dal lineare al non lineare è nel cosiddetto ‘on-demand’. L’ascoltatore può scegliere quando ascoltare un determinato programma, e quel che conta non accetta passivamente ‘quel che passa il convento’, ma va a cercare autonomamente il contenuto. Senza contare che nell’on-demand possono trovare posto tematiche che le logiche del palinsesto costringono a tagliar fuori. Si possono quindi realizzare degli approfondimenti, o anche dei contenuti prodotti dall’emittente, ma completamente avulsi dalla normale programmazione. E magari centrati su una particolare nicchia, che nel canale radiofonico tradizionale non troverebbe spazio.

Dal punto di vista dell’informazione si può andare dal mettere online l’ultima edizione del notiziario (ciò che già viene fatto da emittenti come Rai, Radio 24, Rtl 1025…) al pubblicare i file audio a corredo del testo delle notizie (es AudioNews.it, realizzato dall’Agenzia Area), al realizzare, come si diceva, servizi ad hoc. Questa sembra essere la strada meno battuta, anche da agenzie come ad esempio l’AdnKronos che a suo tempo, ben prima dell’avvento di Internet (1990-92) realizzava speciali che venivano distribuiti su audiocassette alle emittenti radiofoniche. Questa attività invece non è stata ripresa al momento della creazione del sito.

Si privilegia l’archivio audio delle trasmissioni andate in onda sul canale radiofonico tradizionale, magari organizzate in modo da rendere agevole la loro ricerca. Ad esempio la Rai, ma solo, al momento, per le trasmissioni di intrattenimento, peraltro private dei brani musicali, per via dei diritti Siae. Oppure Radio 24, che mette a disposizione l’intero archivio, a volte però con ritardi anche notevoli per quanto riguarda l’aggiornamento.

Le prospettive future sembrano positive per l’informazione di taglio radiofonico. La tendenza infatti è quella di creare dispositivi che renderanno la Rete sempre più portatile. L’IPhone creato da Apple va in questa direzione. Avremo dei telefoni cellulari che somiglieranno sempre più alle vecchie radioline a transistor, con in più l’indubbio vantaggio di potersi collegare ad Internet e immagazzinare i files, che possono essere riascoltati, organizzati e a volte anche editati secondo le esigenze dell’utente.

Sarà questo, probabilmente, il vero salto di qualità per l’informazione radiofonica sulla rete, perchè il web diventerà pervasivo come oggi lo è radio, potendo raggiungere l’utente praticamente in ogni luogo e in ogni momento. A quel punto bisognerà ripensare elementi come il taglio delle notizie, che diventeranno sempre più concise per l’utente “always on”, mentre si potrà pensare a qualcosa di più ampio per chi comunque vuole sentire gli approfondimenti anche mentre si trova nella metro.

Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro giornalistico, la creazione di contenuti audio per Internet non dovrebbe portare particolari cambiamenti. Già da tempo nelle redazioni radiofoniche si lavora “in rete”, usando programmi come Burli che consentono di creare archivi di notizie da lavorare poi in locale sulla macchina del redattore e di nuovo messe in condivisione. Di certo il redattore dovrà acquisire quelle nozioni di base sul Web che gli consentano di “caricare” i contenuti, oppure sviluppare metodiche che gli consentano di relazionarsi con la figura che è incaricata di farlo.

Settembre 2007

Ribullonation

Era un periodo in cui più che altro fotografavo le nuvole con il cellulare. Non avevo quella grande voglia di smanettare al computer, così coglievo l’occasione per andarmene a zonzo a piedi per la città, ottemperando tra l’altro alla prescrizione medica per la quale dovevo camminare almeno un’ora tutti i giorni. Nel contempo, andavo alla ricerca di originali scorci da immortalare.

O almeno, questo era ciò che mi raccontavo. Certamente, un’attività di carattere artistico rappresentava un’ottima copertura. E magari chissà, avrei potuto *davvero* mettere le foto su uno dei miei siti web e sperare di ricavarne qualche risultato in più nei motori di ricerca. Ma il punto non era quello. La realtà dei fatti era che mi sentivo un rottame. Una volta almeno c’erano i rigattieri, e quello che uno aveva buttato poteva rappresentare un valore per qualcun altro. Adesso c’erano solo le discariche. Capirete che per me in quanto rottame era una prospettiva assai poco brillante.

In quelle occasioni, quando sembrava che la pressione si facesse eccessiva, mi dedicavo a quello che definivo “fiero pasto”. Ovvero, mi recavo ad un bar di mia conoscenza, e mi slurpavo cinque sfoglie dolci ripiene e due hot-dog ketchup e senape. Si trattava in definitiva di uno dei tanti stupefacenti socialmente accettabili che sono in circolazione oggidì. Quella volta, stavo giusto addentando il secondo panozzo, quando, orrore degli orrori, un tizio si siede accanto a me sulla panchina.

Ora, se c’è una cosa che mi fa veramente imbestialire è quando invadono i miei spazi, specialmente nel bel mezzo del fiero pasto. Cioè, io so benissimo che alla fine uno non può prendersi tutta una panchina per sè, però che volete, mi scappa istintivamente di guardarlo male.

“Tutto a posto, – mi fa lui – sono Giacomino ‘o meccanico.”

Ma certo! Come avevo fatto a non riconoscerlo subito! Era stato per lungo tempo il mio amico immaginario, ricalcato sul personaggio di un comico della televisione. In realtà non lo si vedeva mai, ma veniva nominato spesso nelle gags. Essendo un meccanico, lo avevo immaginato con tanto di tuta e cappellino di ordinanza. E ovviamente aveva il potere di aggiustare ogni cosa, in senso figurato o meno. Solo che questa volta non era immaginazione, sembrava proprio lì. Glielo feci notare.

“Bè – rispose – stavolta avevi bisogno di un aiuto, come dire, un po’ più tangibile. Vedi – riprese dopo una breve pausa – il fatto è che adesso come adesso sei sbullonato. E chi meglio di un meccanico poteva essere adatto alla bisogna? Cosa si fa quando un bullone si allenta? Si prende la chiave inglese opportuna, e lo si stringe. In buona sostanza, devi ribullonarti.”

“No scusa – sbotto io a questo punto – non può essere così semplice. Ci ho messo dei mesi, potrei dire degli anni, a costruirmi questo stato di frustrazione. Si tratta di una paccata di energie, cazzo. Adesso arrivi tu,e mi dici bello pacifico che posso sistemare tutto in una decina di secondi, semplicemente immaginando di stringere un bullone?”

“Precisamente. Vedi, voi umani siete davvero buffi. Avete questo vostro modo di attaccarvi a certe cose anche quando vi rendete benissimo conto che vi fanno male. Secondo te, per dirne una, risolvi qualcosa standotene qui seduto a covare rancore contro il resto del mondo?”

“Rancore!? Sarebbe rancore se mi avessero rubato le caramelle. Sai cosa vuol dire sentirsi presi continuamente a calci? Sono a tappeto, altroché.”

“A tappeto non direi, visto che almeno la forza di masticare ti è rimasta. Bada, non voglio attaccarti il pippone sul fatto che non bisogna mollare mai. Qualche momento di debolezza può capitare. Ma non ci sono scuse per tirare i remi in barca.”

“Te l’ho detto. Usa la metafora che ti pare, tanto il concetto è sempre quello. Stringi i bulloni che si sono allentati, raccatta i cocci, ricuci gli strappi… basta che a un certo punto tu ricominci quantomeno a mettere un piede dopo l’altro.”

“Ma vedi, gli altri…”

“Eh, gli altri! Ecco un’altra bella scusa del cavolo. La colpa è sempre di qualcun altro, non è vero? Se ingrassi come un porco, magari è colpa della pubblicità della pizza. Se non hai un soldo, la colpa è di chi ti fa spendere. Che ti devo dire, guaglione, fa comodo pensare che tutto ti piombi addosso, e a te non tocchi altro che prenderle.”

Mentre ancora mi giravo in testa le parole di Giacomino ‘o meccanico, lui disparve. Al suo posto, accanto a me sulla panchina, stava una chiave inglese del 12. Se vera o immaginaria, restava da capirlo.

Il “Cantar de mio Cid” e le sue relazioni con storia, Romances e cronache

Il “Cantar de Mio Cid” è attualmente una delle poche prove concrete, se non l’unica, dell’esistenza di un’epica sviluppata in lingua spagnola, essendo poemi come quello degli “Infantes de Lara” nient’altro che una ricostruzione, sia pure su basi attendibili. La data della sua affettiva composizione rimane a tutt’oggi incerta: Menendez Pidal, conformemente alla sua tesi di contemporaneità dei poemi agli avvenimenti narrati, lo data attorno al 1100, mentre studi successivi lo dicono non anteriore al 1200 almeno. Rispetto ai poemi epici di altri paesi, come ad esempio l’inglese “Beowulf”, la tedesca saga dei Nibelunghi, o anche soltanto alla “Chanson de Roland”, il Cantar ha come caratteristica una storicità più marcata, come se l’autore (o gli autori) si fossero dati pena di svolgere delle indagini, o, come dice Menendez Pidal, ne fossero stati testimoni oculari. In ogni caso, il Cantar non racconta solo una leggenda.

L’unica copia del Cantar in nostro possesso è una trascrizione ad opera, stando all’explicit, di un certo Per Abbat, che gli studiosi hanno datato al 1307 rifacendosi allo stesso explicit. Il manoscritto fu scoperto nel secolo XVI nell’archivio di Bivar. Studi recenti (Michael) hanno fatto di questo manoscritto andato perduto, sulla base di indagini paleografiche sul testo. Comunque, con questo manoscritto si pone un “terminus ante quem” per la composizione del poema.

Anche quest’unica copia pone comunque dei problemi, perchè il suo stato di conservazione non è dei migliori. Il manoscritto ha cambiato spesso proprietario nel corso della sua storia, e quasi mai è stato tenuto bene. Di conseguenza, macchie di umidità ed altre di vario tipo e natura nascondono alcuni punti del testo. Ad esse si aggiungono i danni provocati dall’uso indiscriminato di sostanze corrosive atte a far riaffiorare lo scritto (in dosi troppo forti e troppo ripetutamente). Solo l’invenzione delle lampade infrarosse ed ultraviolette e la scoperta dei raggi X hanno potuto risolvere questi problemi, ed oggi costituiscono il principale strumento di indagine filologica.

Ciò in cui questi mezzi non possono essere d’aiuto è invece la mancanza, anch’essa probabilmente dovuta ad incuria, di alcune pagine, precisamente la prima del primo quaderno, ed altre due pagine nel settimo e nell’ottavo rispettivamente. Michael sostiene che, sebbene ogni pagina contenga 24 o 25 versi, non è sicuro che questa prima pagina del primo quaderno contenesse una parte di testo; ad ogni modo tutti coloro che si sono occupati del Cantar hanno cercato di ricostruire i versi mancanti: alcuni li ricostruì Bello, il primo ad occuparsi seriamente di quest’opera. Fu però Ramon Menendez Pidal che portò il numero dei versi a 12, e un tredicesimo fu dedotto da Samuel G. Armestead. Queste parti mancanti furono ricostruite attraverso le prosificazioni dei cantares, usati come materiale storico dai compilatori di cronache. Questo metodo rientra nella tesi chiamata menendezpidaliana o tradizionalista, che toglie il Cantar de Mio Cid dal suo isolamento e lo mette in relazione con altri due generi: la cronaca, da parte dotta, e il romance da parte popolare.

Pidal sosteneva una tradizione ininterrotta dal Cantar de Mio Cid fino ad oggi (romances della guerra civile nel ’36), considerando i romances epici come influenzati dai cantares, compresi quelli andati perduti. Anzi, i romances erano ritenuti risultati di una sorta di “decomposizione” del poema, mentre le cronache, come si è detto, contenevano prosificazioni degli stessi poemi. Questo vale naturalmente per i romances “epici”. Quelli di tema “fronterizo”, religioso, mitologico e biblico cadono al di fuori del nostro tema e costituiscono un problema a sè.

La tesi menendezpidaliana rimane a tutt’oggi, nel suo nucleo essenziale, la teoria più solida, nonostante alcune confutazioni su particolari di contorno. E’ vero anche però che questo aggettivo, “solido”, assume qui un valore piuttosto relativo. I romances e i cantares si sono per lungo tempo trasmessi oralmente, e le origini del genere si perdono nei meandri del Medioevo. Se si pensa che i primi documenti attendibili risalgono a epoche relativamente vicine a noi, ecco che ci accorgiamo di avere a che fare con nient’altro che la punta di un iceberg: il primo documento scritto è il “cartapacio di Jaume de Olesa”, conservato a Firenze, che risale al 1471. Le raccolte a stampa sono ancora più tarde: Il “Cancionero” di Hernan del Castillo è del 1511; Martin Nucio stampa le sue raccolte alla metà del XVI secolo. Non abbiamo quindi nessun documento concreto fino al 1471. Cosa sia successo, come si sia sviluppato il genere epico in tutto questo tempo, non è che materia per congetture, tutte egualmente buone come tutte egualmente false.

Un aiuto ci potrebbe venire dai pliegos, fogli sui quali venivano stampati dei romances e che venivano venduti a prezzo infimo per la strada. Questi però sarebbero utili solo nel caso che riportassero versioni “inedite”, e comunque sarebbero anteriori di non oltre un secolo alle raccolte di Del Castillo e di Nucio, che li utilizzarono tra l’altro come fonte. Concludendo, di tutto lo sviluppo del genere conosciamo soltanto gli ultimi stadi. Rimangono da definire le risposte a molte domande, Per esempio, non si capisce perchè il Cid abbia una personalità da perfetto vassallo nel “Cantar” e da perfetto indipendendista nei romances; da quali suggestioni estranee a quelle da noi conosciute nascano i trentasette versi del romance “Cabalga Diego Lainez” che non hanno relazione col “Cantar”, come nota gisutamente Fouchè-Delbosc nello stesso anno (1914) in cui Menendez Pidal annuncia la scoperta del romance “La jura de Santa Gadea” in un’antica versione manoscritta; perchè infine i versi di questo romance abbiano più affinità con quelli del Cantar che con quelli prosificati nelle cronache, anche se nel romance la personalità del Cid, come si è visto, è rovesciata rispetto al poema (intento parodistico? Adeguamento al gusto del pubblico?) Abbiamo in mano dei tasselli scompagnati che non sappiamo mettere insieme, e la sia pure monumentale opera di Menendez Pidal non ha chiarito che un decimo di quello che manca, e a meno di eccezionali scoperte continuerà a mancare, nella storia della letteratura spagnola medievale.

Libri, “Atlante delle emozioni umane”

Un libro che mi sento di consigliare…. 


Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith. Con la traduzione di Violetta Bellocchio.

Siamo tutti in grado di riconoscere la differenza tra rabbia e paura, tra desiderio e invidia. Sappiamo anche che è meglio non confondere l’affetto con l’amore, il rimpianto con il rimorso, l’euforia con la felicità.

Quello di cui non ci rendiamo conto, però, è che lo spettro delle emozioni umane è ancora più sfumato di così: esistono sensazioni che tutti noi abbiamo provato, stati d’animo molto precisi e inconfondibili, a cui però spesso non abbiamo saputo dare un nome.

Eppure in qualche angolo del mondo, in qualche lingua a noi ignota esiste una parola precisa che li definisce: per esempio solo gli eschimesi chiamano iktsuarpok il miscuglio di ansia, nervosismo, eccitazione e felicità che prova chi aspetta l’arrivo di ospiti a casa; per i finlandesi, kaukokaipuu è l’inspiegabile nostalgia per un posto dove non siamo mai stati; gli spagnoli chiamano vergüenza ajena l’imbarazzo empatico di chi assiste alle figuracce altrui.

Tiffany Watt Smith attraversa storia, antropologia, scienza, arte, letteratura e musica in cerca delle espressioni con cui le culture di tutto il mondo hanno imparato a definire le proprie emozioni.

Tiffany Watt Smith, storica culturale, dal 2012 insegna Culture of Sleep presso la School of English and Drama dell’università Queen Mary di Londra. Attualmente è ricercatrice presso il Centre for the History of the Emotions. Ha collaborato con “BBC Magazine”, “The Guardian”, “The New Scientist” e “BBC radio”.

(Fonte: Ufficio Stampa Utet)

Riempirsi la fossa

sand-158804_640“Ti sei scavato la fossa”

Stava lí, con l’indice puntato tipo canna di fucile. E in un certo qual modo il colpo era arrivato a segno. per un momento mi sentii completamente smarrito. Ero praticamente certo che sarei morto a breve.

La mia vita era un disastro. Avevo sbagliato tutto, e quando dico tutto intendo veramente  tutto. Niente escluso. E fosse soltanto quello. Il punto era che assolutamente irrimediabile. Ero semplicemente condannato.

O no?

Dopotutto, quello che sentivo era appunto questo, una sensazione. Vale a dire, un ‘opinione.  Una credenza. Una valutazione basata su quello che era successo. Anzi, a voler essere precisi, su quello che pensavo  che fosse successo. Ancora di più: su quello che qualcun altro pensava che fosse successo. 

Quindi, non era detto che la mia interpretazione della realtà fosse corretta. E sorge spontanea la domanda: qual è l’interpretazione corretta della realtà?  Secondo le mia esperienza la risposta è tutte e nessuna.

Dal momento che il mondo è molto più grande di noi, non possiamo concepirlo nella sua interezza. Possiamo solamente focalizzare alcuni aspetti di esso. Ne deriva che ognuno di noi giudica il mondo secondo la sua esperienza, che è parziale.  E che quindi ognuno di noi ha un giudizio diverso della stessa situazione.

Ma se è così, quando un’interpretazione non ci piace ne possiamo sempre scegliere un’altra. E quale ci conviene scegliere? Spesso finiamo per scegliere quella più depotenziante, perché così evitiamo di essere respons-abili. Se ci capita qualcosa che non ci piace, possiamo pensare che la colpa è di Tizio o Caio, o genericamente “del mondo”.

Pensandoci bene, tuttavia, non sarebbe meglio scegliere un’interpretazione più potenziante? Ovvero, una valutazione della realtà che ci fa pensare di poter farei qualcosa?

In apparenza questo sembra faticoso, ma se ci penso bene mi rendo conto che vederla in questo modo costa esattamente tanta fatica quanto sopportare le conseguenze del sentirsi sfigati. Con la differenza che possiamo diventare protagonisti della nostra vita, invece di dipendere sempre da qualcun altro che confermi (o meno) le nostre scelte.

In questo modo, una palata alla volta possiamo riempirci la famosa fossa. Ovvero, ammesso che davvero abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, possiamo cominciare a creare le premesse per rimediare.

Lavorare per la pagnotta?

kiyosaki_quadrantiNel suo I quadranti del Cashflow Robert Kiyosaki ci parla di diversi atteggiamenti possibili nei confronti del modo in cui ci procuriamo da vivere.

Possiamo avere una mentalità da Dipendente, e quindi cercare uno stipendio sicuro. Possiamo pensare come lavoratori Autonomi, e cercare di massimizzare quello che possiamo incassare con il nostro lavoro, con le nostre capacità.

E’ possibile poi operare invece come Titolari, cioè il nostro lavoro diventa organizzare il lavoro degli altri. Infine possiamo comportarci come investitori, cioè imparare a far lavorare il denaro per noi.  

Ora, ci stavo giusto pensando stamani.  Sono sempre più convinto che si puo’ “cambiare quadrante” in qualsiasi momento. Vale a dire, anche se in un dato momento stiamo lavorando come dipendenti niente ci vieta di pensare come Autonomi, Titolari o Investitori. Anzi, credo che sarebbe auspicabile allenarsi a mantenere attivi tutti e quattro i punti di vista.

Questo può essere fatto, secondo me, anche mentre facciamo un lavoro da dipendenti. Anzi, è auspicabile, perché in  questo modo sviluppiamo quella che gli esperti definiscono intelligenza finanziaria, ovvero la comprensione di come funzionano i meccanismi che regolano l’entrata e l’uscita del denaro dal nostro orizzonte.

Ne deriva che non si dovrebbe mai lavorare per la pagnotta. Ogni nostra occupazione, ma vorrei quasi dire ogni nostro pensiero, dovrebbe essere diretto a incrementare il nostro patrimonio netto, o comunque la nostra capacità di incrementarlo.

Quindi, dovremmo avere sempre in testa una visione complessiva di quello che vogliamo fare. In questo modo possiamo focalizzare meglio le nostre energie.