Tra stimolo e risposta

Quante volte ci hanno consigliato di contare fino a dieci prima di reagire a qualsiasi situazione? Il consiglio, apparentemente banale, nasconde in realtà una saggezza profondissima.

Esiste infatti un’intercapedine, uno spazio tra stimolo e risposta, una distanza che finisce per fare tutta la differenza del mondo. Usando questa intercapedine, siamo in grado di dare risposte di qualità molto migliore a quello che ci succede. E di conseguenza, di migliorare la qualità della nostra vita, e di quella degli altri.

Tutto questo ha molto a che fare con la crescita personale e lo sviluppo della consapevolezza. Molto comodo lasciare che gli impulsi ci dominino, reagire senza por tempo in mezzo, facendo immediatamente seguire un pugno ad uno schiaffo, un colpo di pistola a uno schiaffo, una bomba a un colpo di pistola. E così via con l’escalation.

Comodo, ma decisamente non produttivo, come si intuisce anche dall’escalation descritta sopra. Si tratta in realtà di un dispendio di energia di dimensioni apocalittiche. Energia che invece potrebbe essere impiegata per costruire una vita ricca di soddisfazioni.

Come sempre, si tratta anche qui di decidere, iniziare e praticare. Ogni volta che ci arriva uno stimolo, specie se di pancia, e iniziamo a sentire la reazione, prima di seguirla domandiamoci se sia costruttiva o meno. Con il tempo, riusciremo a smorzare parecchie delle nostre reazioni “di pancia”, e la nostra vita diventerà molto più serena e piacevole.

Scuola ovunque

Fonte: Mezzopieno.Org

Secondo un articolo dell’Hindustan Times, di cui ho avuto contezza attraverso la newsletter di Mezzopieno una coppia di pensionati indiani ha attivato una scuola sul marciapiede di una delle strade di New Delhi. E’ un bel commento al motto del mio professore di spagnolo del liceo.

In tempi di lockdown, in India le scuole, in quanto edifici, sono chiuse. Certo, rimane l’alternativa delle lezioni a distanza, ma non tutte le scuole, almeno quelle pubbliche, hanno le risorse per attivarle, e del resto non tutti gli studenti hanno accesso alla Rete, quantomeno quella informatica. Così, Veena e Virendra Gupta hanno improvvisato quella che possiamo a buon diritto chiamare “scuola di strada”, mettendo a disposizione un spazio, le proprie competenze, il materiale didattico e perfino una merenda.

Le lezioni, che si tengono tre giorni a settimana, sono rivolte a bambini e ragazzi dai 4 ai 14 anni, e riguardano materie come matematica, scienze, inglese ed educazione fisica. Adesso, i coniugi stanno cercando volontari che donino il loro tempo e le loro competenze per consentire di espandere questa iniziativa.

A dimostrazione che, quando c’è la volontà, è possibile diffondere ed acquisire conoscenza.

La contropartita per la carità

E’ bello che ci siano enti di vario tipo che aiutano le persone in difficoltà, ma troppo spesso c’è gente che se ne approfitta, non prendendosi alcuna respons-abilità della propria vita, o rinunciando a prendersela. Spesso vedi gente sbattuta sulle panchine nei pressi della sede dell’Ente Assistenziale, lo sguardo vacuo, la barba lunga,una sigaretta dietro l’altra, magari un cartone di vino a portata di mano. Guardandoli, un brivido ti scorre lungo la schiena.

Capisco bene che ci sono momenti in cui la volontà è, come dire, disattivata. La vita può infliggere colpi veramente duri. Il concetto però non cambia. Se rinunciamo alla nostra respons.-abilità, dovremo sempre appoggiarci a qualcosa o qualcuno di esterno. E finiremo per perdere completamente la nostra identità. Andremo, letteralmente, alla deriva, diventando sempre più dipendenti da fattori esterni.

So per certo, d’altronde, che gli Enti Assistenziali spesso hanno dei percorsi per queste persone. Chi vuole, può essere aiutato, prima di tutto, a riprendere in mano nei limiti del possibile le redini della propria vita. Ammesso che lo voglia, certo. Nessuno può essere forzato. Ma quello che non si capisce è perché non dovrebbe volerlo.

Questo è uno studio interessante. Per quale motivo una persona decide che è meglio appoggiarsi agli altri piuttosto che cercare di riprendersi la respons-abilità per la propria vita? Non sarebbe il caso, per usare una metafora, che queste persone decidessero di imparare a pescare, anziché continuare a presentarsi con il cappello in mano per ricevere il pesce?

Esplorare possibili universi…

Ritengo che alla fin fine il nostro lavoro dovrebbe essere quello di esplorare possibili universi. Partiamo da un concetto: l’universo in cui viviamo non è altro che il frutto delle scelte che abbiamo fatto fino a questo momento. Se ci piace, grandioso: non dobbiamo fare altro che godercelo. Nel caso in cui invece, come spesso capita, riteniamo che non sia esattamente il massimo della vita, forse è opportuno metterci una pezza.

Quale può essere questa pezza? Ecco la mia modesta opinione: di solito ragioniamo come se la situazione in cui ci troviamo dovesse continuare identica, sugli stessi binari attuali, “per sempre”, o, per essere più precisi, fino alla fine dei nostri giorni. Ma si tratta semplicemente di una nostra costruzione mentale. Mai come oggi il mondo attorno a noi tende a cambiare molto velocemente. Quindi, mai come oggi esistono delle possibilità che prima non c’erano.

A questo punto, ecco la pezza. Durante la nostra corsa del criceto, prendiamoci di tanto in tanto cinque minuti per considerare la situazione, la nostra opinione circa la possibile evoluzione della situazione e, se questa non ci piace, le possibili evoluzioni alternative, che diventano automaticamente e a tutti gli effetti nuovi universi possibili.

Questo esercizio avrà intanto come primo effetto quello di renderci decisamente più sereni, consentendoci di recuperare energie, sempre più energie, che potremo destinare a scopi costruttivi come, per esempio, capire cosa vogliamo davvero, e a fare leva, cominciare cioè a realizzarlo anche, e direi soprattutto, nella situazione in cui ci troviamo.

Sbloggarsi…

Questa citazione è tratta dal libro di John Gray, Come avere quello che vuoi e volere quello che hai. Si tratta di uno di quei libri che compri, magari rimane su un tavolo per un tempo indefinito, e poi riprendi in mano scoprendo che si tratta di un vero e proprio tesoro. Magari prima o poi ci scriverò sopra una recensione. Adesso però vorrei concentrarmi su questa citazione.

In genere, scrivo quando ho un’idea. Avere un’idea significa che un concetto comincia a bussare con insistenza alle porte della tua mente. E questa è la creatività che viene da dentro, spontanea, ed è un po’ come il Natale, che quando arriva arriva. E’ anche vero però che non sempre si può aspettare l’ispirazione.

Ad esempio, nel mio lavoro di giornalista è necessario “stare nei tempi”. Ovvero: il servizio deve essere montato ad un’ora ben precisa, e deve durare un tot, in genere dal minuto e mezzo ai due minuti. Di conseguenza, la creatività deve essere adeguatamente stimolata, in modo da avere ben chiaro quanto prima il testo, le porzioni di intervista che vuoi inserire, e un”idea delle immagini da utilizzare.

Quindi, ti organizzi e cerchi di accelerare un po’ il processo. Ad esempio, già quando ti viene assegnato il tema del servizio cerchi di farti un’idea della struttura del prodotto finale. Magari abbozzi il testo. Quando sei sul posto, riprese ed interviste sono già mirate. Si mette insomma in moto un processo che stimola molto la creatività. La scadenza impellente aiuta a concentrare le risorse, dando come risultato una produttività che dal di fuori può sembrare quasi prodigiosa.

Ho imparato ad usare un metodo simile anche per gli articoli questo blog. In questo caso non si tratta di lavoro, dal momento che non lo monetizzo. Si tratta in realtà di una sorta di diario, dove annoto degli spunti che poi, se mi sembrano utili anche a qualcun altro, rendo pubblici. Una sorta di palestra che serve principalmente a me per “solidificare” alcuni concetti mettendoli in parole.

Anche qui, però, a un certo punto ho dovuto darmi un minimo di metodo. Infatti, se dovessi aspettare l’ispirazione, l’idea compiuta, il blog rimarrebbe derelitto e abbandonato per periodi anche molto lunghi. Di conseguenza, mi sono posto l’obiettivo di smanacciarlo tutti i giorni. Quando metto solamente un titolo, quando invece scrivo qualche riga. Di tanto in tanto, poi, esprimo l’intenzione di concludere un post.

Naturalmente, non è detto che questa intenzione giunga a compimento. Quello che conta è che io abbia fatto, tanto per cambiare, un passo avanti. Spesso, da queste decisioni scaturiscono risultati interessanti. Per fare questo passo avanti, però, come scrive Gray, occorre non porsi il problema se siamo o meno in grado di scrivere qualcosa che abbia un senso. Questo, come dice il poeta, lo scopriremo solo vivendo.

Una sana Perplessità

Sto pensando sempre più spesso che essere in un costante stato di perplessità sia un’ottima idea. La perplessità ci aiuta a distaccarci un momento dallo status quo, ma non giudica. Non esclude che la situazione attuale sia buona, ma nemmeno che sia pessima. Costringe ad articolare il pensiero, a non seguire sempre le vie più battute, l’opinione media. E alla fine diventa un motore di conoscenza, uno stato d’animo che ci invita, ci incentiva ad allargare i nostri orizzonti.

Perché alla fine è di questo che si tratta. Spesso veniamo letteralmente risucchiati nel tran tran quotidano, una vera e propria corsa del criceto che in un certo qual modo ci spegne il cervello, portandoci a pensare che lo status quo, la situazione in cui viviamo, sia l’unica possibile. Qualche autore arriva a parlare di “prigione vibratoria”, come David Icke, o di “psicopenitenzario”, come Salvatore Brizzi.

A mio parere, si tratta di una metafora molto interessante. Sia Icke che Brizzi, con sfumatoure diverse, sostengono che esistano gruppi interessati a mantenere l’umanità in uno stato semi-.ipnotico o comunque depotenziato allo scopo di controllarla meglio. Senza arrivare a tanto, secondo me è vero che siamo noi stessi a volte a costruirci la nostra celletta.

Per carità, se ci stiamo bene nessun problema. Se invece abbiamo l’impressione che, come dire, ci vada un tantinello stretta, ecco che la perplessità, senza demolire nulla di quello che abbiamo costruito finora e a cui teniamo tanto, può aiutarci a coltivare un distacco sufficiente per vedere la situazione da una prospettiva nuova e auspicabilmente più ampia.

La Revisione della Routine

C’è chi quando vuole cambiare annuncia che esce a comprare le sigarette e non torna più. Non sempre è una buona idea. Anzi, quasi mai. Dovunque andiamo, porteremo con noi quello che siamo, e tenderemo a creare una situazione per la quale un bel giorno annunceremo di nuovo che usciamo a comprare le sigarette.

Può essere utile una procedura meno drastica. La mia personalissima esperienza mi dice che è possibile essere più graduali, passando dall’identificarsi con una situazione al comprendere che la situazione che stiamo vivendo è soltanto una delle situazioni possibili. E’ un concetto che somiglia un po’ a quello di Reality Transurfing coniato da Vadim Zeland.

In pratica, si tratta di distaccarsi un attimo da quello che sta succedendo. Revisionare la nostra routine mentre sta girando. Sì perché quello che stiamo vivendo alla fine non è altro dei pensieri e delle azioni che abbiamo prodotto finora. Se vogliamo cambiare, è evidente che dobbiamo cambiare i nostri pensieri e di conseguenza le nostre azioni, e ancora di conseguenza i nostri risultati. Occorre allargare la nostra mente, imparare qualcosa di nuovo.

Non si tratta, chiaramente, di premere un interruttore e via, come siamo abituati a fare nella nostra civiltà fast-food. Torniamo sempre al concetto di respons-abilità. Distaccarsi dalla situazione è un’abitudine, e come tutte le abitudini si acquisisce nel tempo, e applicando la consapevolezza. Esattamente come quando si vuole sviluppare la “tartaruga”. In quel caso, occorre decidere di andare in palestra, e andarci regolarmente per qualche mesetto, e in alcuni casi anche per qualche annetto.

Oppure, vogliamo parlare della dieta? Voglio qui menzionare Anna Menasci, una bravissima nutrizionista che a suo tempo mi aiutò a perdere una decina di chili in tempi ragionevoli. Mi disse, papale papale, che non serve “fare una dieta”, ma applicare la nostra consapevolezza per cambiare regime alimentare. Un consiglio che adopero ancora oggi, a quasi vent’anni di distanza.

Allo stesso modo, rivedere la nostra routine deve diventare una buona abitudine. E’ utile capire come non buttare il bambino con l’acqua sporca. Capire cioè quali aspetti della nostra routine è bene cambiare e quali invece, nonostante siano anch’essi pezzi di routine, rappresentino un aspetto vitale e costruttivo.

Così facendo, senza traumi eccessivi, la nostra vita inizierà a cambiare in meglio, perché diventeremo più respons-abili, cioè più abili a rispondere. Ci sentiremo più capaci, e questo ci porterà a vivere con sempre maggiore soddisfazione ogni aspetto della nostra vita.

Scuola: chi vuole studiare studia. E’ vero ragaSSi?

Ogni volta che la scuola sta per riprendere, si riaccende il dibattito. Come dovrebbe essere la scuola, soprattutto quella pubblica? Quali metodi di insegnamento usare? Come organizzare le classi? E la pianta organica? Eeeeh, la pianta organica, l’equazione a dieci incognite che ogni anno si ripresenta, puntuale come la morte e le tasse.

Quest’anno, poi, la questione si presenta anche più complessa, con le questioni sanitarie che sappiamo. Distanziamento sì, distanziamento no. Mascherine sì, mascherine no. Orari trasversali, diagonali, di sghimbescio… E le famiglie alle prese a loro volta con l’equazione a venti incognite: mandare i figli a scuola, non mandarceli, e insomma come gestire questi ragazzi in una situazione che nessuno sa come possa evolvere.

La mia personalissima opinione è che in tutto questo si vada a perdere un po’ il senso primario della scuola, che in buona sostanza dovrebbe essere: studiare. O, per essere più precisi ancora: imparare. Ancora meglio: imparare ad imparare.

Secondo me gli insegnanti di ogni livello, dall’asilo al master, dovrebbero sì spiegare i programmi (li pagano per quello) ma anche dare loro stessi con il loro comportamento un esempio di atteggiamento verso lo studio, far capire che non è poi quella “cosa bbrutta e ppesante”, che è bello imparare, conoscere, e soprattutto ragionare, su qualsiasi cosa. E serve non tanto per imparare un paio di date, ma per abituarci a capire e strutturare i problemi, trasformandoli in sfide e rendendoci capaci di affrontarle, assaporando il piacere di progredire.

Ho avuto la fortuna di trovare insegnanti, vorrei dire persone così, soprattutto al liceo, ma anche all’Università. Grande interesse non solo verso la loro materia, ma entusiasmo per la conoscenza in generale. Ed eccomi qui, a cinquantadue anni suonati, ancora desideroso di imparare e capire. Se si riesce a fare questo, tutte le discussioni infinite su “quale scuola” diventano semplicemente inutili.

In particolare, mi torna in mente il prof di spagnolo al liceo. L’ottimo docente, originario della Romagna, era solito dire: chi vuole studiare studia, èvero ragaSSi?

Trovo che in materia di studio e istruzione mai frase fu più pregnante. Mi ha sostenuto lungo tutto il liceo, l’università, il corso per agente immobiliare e infine la preparazione all’esame di stato per diventare giornalista professionista. Si tratta di un concetto che supera tutte le oggettive difficoltà del nostro sistema scolastico. Per esempio, il nostro liceo era in un ex-albergo abbastanza fatiscente. Ma questo non ha impedito alla nostra classe di raggiungere dei traguardi interessanti. A dimostrazione che chi solleva oltre le bagatelle quotidiane, da qualche parte arriva.

Arte vs Business

Mi è tornata in mente una bellissima persona, Renato Corrieri, a suo tempo titolare di una galleria d’arte a Livorno a cavallo, se la memoria non mi inganna, tra gli anni Ottanta e i Duemila. Ho avuto con lui diverse gustose conversazioni, e in questa occasione mi piace ricordarne una in particolare.

Il buon Corrieri, va detto, era un piccolo Mecenate, che dava spazio ad artisti giovani, sia di età che di spirito, che sperimentavano come se non ci fosse un domani. Ne venivano fuori anche delle cosine davvero stimolanti. Soltanto, l’anziano gallerista si lamentava del fatto che “il pubblico” (cioè, in definitiva, “il mercato”) voleva opere di altro tipo.

Colsi una simpatica contraddizione in tutto questo. Pensai: ma alla fin fine, che cosa vogliamo? Fare arte o fare business?

Per carità, non che le due cose siano sempre e necessariamente in contraddizione tra di loro. Ci sono casi eclatanti che ce lo confermano. Solo che si tratta di due approcci completamente diversi. Da quel che ne capisco io, fare “arte” vuol dire sperimentare, ricercare. Attività che non prendono in considerazione i gusti di un eventuale “pubblico”, e tantomeno di un’altrettanto eventuale “mercato”.

Il business, invece, vive proprio di “pubblico” e di “mercato”. Ovvero, non puoi (o per essere più precisi non è una buona idea) fare quello che ti pare, o anche semplicemente seguire la tua ispirazione. Devi fare degli studi su quello che vuole il tuo cliente finale… e darglielo come vuole lui, non come vuoi tu.

Le due cose non si inrociano mai? Certo che sì. Ci sono casi di artisti veri che, per diversi motivi, hanno incontrato i gusti di “pubblico” e “mercato”. Penso a Picasso e Dalì, che divennero l’equivalente di quelle che chiamiamo “rockstar”. C’era magari di mezzo un po’ di marketing artigianale anche da parte degli stessi artisti, ma dal momento che anche il marketing è arte, possiamo dire che questi geni hanno usato al meglio le loro capacità comunicative.

C’è poi il business, puro e semplice. Quello dove non c’è “ricerca” nel senso artistica del termine. Il “prodotto”, l’obiettivo non è la sperimentazione, ma il profitto. Un punto di vista assolutamente legittimo, ma che almeno in generale non ha niente a che vedere con l’arte.

Quale dei due approcci deve scegliere un artista?

Prima di tutto, abbiamo visto che esiste anche la possibilità di incrociarli. Cioè: l’artista può fare il suo gioco, e poi trovare il modo di attrarre l’attenzione del pubblico, creando interesse, e possibilmente anche valore, attorno alle loro opere. E probabilmente è questa la situazione più interessante.

Oppure, come a volte succede nel cinema, si producono alcuni film cosiddetti “di cassetta”, e con una parte del ricavato si producono pellicole di spessore, ma che probabilmente non renderanno altrettanto. Così, anche l’artista può produrre opere calibrate sul gusto del pubblico per fare “cassetta”, e poi dedicarsi a quello che veramente vuol fare. Spesso succede anche con i musicisti, che producono canzonette nella prima parte della loro carriera, per poi passare alle sperimentazioni che li interessano veramente.

Possiamo quindi scegliere una delle infinite sfumature tra pura arte e puro business. Come sempre, anche qui scende in campo la respons-abilità dell’artista, unico vero gestore della propria vita e della propria arte.

Una spruzzata di gioia

E’ abbastanza controproducente vivere con una vibrazione negativa, ad esempio essere di “cattivo umore“. In questo modo, infatti, continuiamo ad attirare situazioni che ci confermano l’idea che il mondo è un postaccio, e rimaniamo presi nella spirale negativa, nel cane o nel serpente che si morde la coda.

In questo senso, ci possono essere utili tutte le tecniche che ci aiutano ad alzare il livello della nostra vibrazione, del nostro umore, se vogliamo chiamarlo così. In particolare, trovo molto utili le metafore. Oggi voglio parlarvi della “spruzzatina di gioia”.

Alla parola “spruzzatina”, almeno per me, corrisponde abbastanza immediatamente l’immagine della bomboletta spray. Probabilmente, per una persona vissuta nell’Ottocento, sarebbe stata più attinente una pompetta, ma tant’è. Nel tempo, anche le metafore si trasformano.

Dicevamo dunque della metafora della bomboletta spray. Il meccanismo è abbastanza semplice. Quando sentiamo che il senso di sfiga si impossessa di noi, immaginiamo di prendere una bomboletta spray etichettata “GIOIA” e….. pssssss! diamo una spruzzatina.

Naturalmente, non è che tutti i nostri problemi si risolvano come per incanto. Il mondo materiale è denso, e ci mette un tantino a cambiare. Però sarete d’accordo con me che utilizzando questa semplice immagine, per quanto strano possa sembrare, cambiano, e non di poco, le nostre prospettive, le premesse di quello che accadrà di lì in avanti.

Perché di questo alla fine si tratta. Se manteniamo il nostro cattivo umore, continueremo a notare aspetti negativi della realtà, con il rischio di attivare o proseguire una spirale negativa. Se invece sviluppiamo la respons-abilità, cambiando il nostro umore, il nostro livello di vibrazione, allarghiamo la nostra percezione, possiamo vedere ulteriori soluzioni ai nostri problemi, alle nostre sfide, e ci mettiamo in grado di ottenere risultati molto, molto interessanti.