Quale denaro investire?

Sono sempre più convinto che il denaro per gli investimenti deve venire dai risparmi. Ovvero, occorre individuare qualcosa di superfluo (che c’è sempre). Si tagliano le spese sul superfluo, e il risparmio che ne deriva va negli investimenti.

Invece, sono sempre più convinto che non bisogna investire denaro che ci serve per la sussistenza o per impegni a breve termine. Rischiamo infatti di doverli disinvestire quando il nostro investimento è in perdita, perdita che andiamo a consolidare.

Finché non disinvestiamo, infatti, la nostra perdita è soltanto virtuale. Un numero che vediamo sullo schermo, e che non ci deve creare alcun tipo di panico. Il trucco è avere la possibilità di attendere finché non torna in attivo e raggiunge l’obiettivo che ci eravamo prefissi.

Se invece abbiamo bisogno di quei soldi per mangiare, può succedere che ci troviamo a doverli tirare fuori nel momento “sbagliato”. Metto “sbagliato” tra virgolette perché in effetti succede solamente che usciamo da un investimento con una rimessa. Rimessa che potremmo benissimo in futuro recuperare con un altro investimento, se rimaniamo lucidi.

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Intelligenza finanziaria

Secondo gli esperti esistono vari tipi di intelligenza. Naturalmente, non si parla di intelligenza nel senso di furbizia, ma nel senso etimologico: intelligo, cioè, comprendo. Quindi, andiamo a comprendere. Che cosa? Le finanze, ovvero la gestione del nostro denaro, che sia in forma di banconote, virtuale o investo in beni, altrettanto fisici e/o virtuali.

Non è una materia che si insegna nelle scuole, purtroppo. Nemmeno all’università. Nemmeno nelle facoltà economiche. E’ una materia che ognuno di noi, a un certo punto della sua vita può decidere di apprendere. Si può decidere di cominciare a capire come funzionano il denaro e gli investimenti. Ovvero, come possiamo in prima persona prenderci la responsabilità del nostro benessere dal punto di vista finanziario.

Cosa significa essere ricchi? In genere, si pensa che voglia dire possedere case barche macchinoni. E se queste cose ci piacciono, va benissimo. Sono i simboli materiali, tangibili della disponibilità economica. Per quanto mi riguarda, sono sempre più convinto che la ricchezza sia avere più denaro di quanto ce ne serve per vivere.

Se accettiamo questa definizione, non sempre coloro che appaiono ricchi non lo sono davvero. Perché ci sono casi, semplicemente, in cui mantenere quello che hanno costa più di quanto passa dalle loro mani ogni mese o ogni anno. Queste persone sono a tutti gli effetti dei poveri con un alto tenore di vita. Un personaggio in David Copperfield di Charles Dickens afferma: 

Venti sterline di ingresso, diciannove sterline di uscita: il paradiso. Venti sterline di ingresso, ventuno di uscita: l’inferno.

Personalmente, ritengo che sia proprio così.

Quindi, come possiamo prenderci la responsabilità della nostra ricchezza, così come l’abbiamo definita? Studiando. Ma non nel modo in cui siamo abituati a farlo, ovvero sui libri. Quelli servono per acquisire delle nozioni, che poi però devono essere messe in pratica.

Insomma, non si può evitare, come si dice, di mettere le mani nel carbone. Occorre conoscere le principali possibilità di investimento, capire qual è la nostra propensione al rischio, trovare del denaro che non ci serve per mangiare, ed entrare in pista.

L’onda, la risacca…

Ogni tanto, mentre galleggi nel maremagno delle tue beghe-sfighe quotidiane, pensa a come funziona il mare. Le onde vanno e vengono. Se scrivi qualcosa sul bagnasciuga, arriverà ben presto un’onda che lo cancellerà.

Ultimamente sto sperimentando questa metafora per fare chiarezza nei miei pensieri. Quando il percorso si fa complicato, e la mente si ingarbuglia, immagino che i miei guai siano scritti sulla sabbia del bagnasciuga. Arriva l’onda, si sente il rumore della risacca, et voilà.

Intendiamoci, i problemi sono sempre lì. Non sono spariti magicamente, perché viviamo in un mondo denso, e il pensiero non lo cambia immediatamente. Ma il fatto di aver sgomberato la mente libera energia. La nostra vibrazione migliora, e aumenta la probabilità di trovare una soluzione costruttiva a quello che ci preoccupa.

Sweatcoin, pagati per camminare

Ho cominciato a provare un’app che paga per camminare. Si chiama Sweatcoin, ed il funzionamento è molto semplice: mentre camminate, l’app segna i vostri passi. Più passi fate, più Sweatcoin vi vengono assegnati. In pratica, il vostro esercizio fisico rende.

Devo ancora capire bene come funziona, ma a quanto pare Sweatcoin sta diventando virale. Anche perché, come spesso capita, ha un suo programma di affiliazione. Ovvero, se consigliate l’app a un vostro amico, vi vengono accreditati degli Sweatcoin.

Man mano che la uso, posterò le mie impressioni. Nel frattempo, se volete provarla anche voi e magari farmi sapere le vostre impressioni, vi metto là sfacciatamente il mio link di affiliazione: http://www1.sweatco.in/hi/david482076

Attaccamento

Sono sempre più convinto che l’attaccamento eccessivo sia una delle emozioni più deleterie in assoluto. Se ti attacchi a una cosa, a una persona, a un risultato, è come se tu decidessi che sarai felice se e solo se le cose andranno esattamente come vuoi. Il che potrebbe accadere come no.

Ma allora, potrà dire qualcuno, non bisogna mai desiderare niente? Bisogna per caso rinunciare a qualsiasi sogno? Assolutamente no. Sognare e progettare, porsi degli obiettivi, fa semplicemente parte della natura umana. Quindi, da questo punto di vista, no problem.

Il problema semmai sorge al momento in cui mi attacco troppo al risultato che vorrei raggiungere. Dalla gioia della possibilità di avere successo si passa al terrore di non raggiungerlo. Il che è abbastanza bizzarro, dal momento che proprio la gioia dovrebbe essere lo scopo ultimo della nostra vita.

Quando un obiettivo ostacola la nostra gioia, generalmente vuol dire che nei confronti di quell’obiettivo si è sviluppato un attaccamento. Non necessariamente dobbiamo accantonarlo. Magari, però, per raggiungerlo serve sviluppare delle capacità o acquisire dell informazioni. Insomma, si tratta come spesso succede di suddividere l’obiettivo in segmenti più gestibili.

Non chiederlo alla mente

Qualunque soluzione io cerchi alle sfide del quotidiano, evito di chiederla alla mia mente. Intendo per mente quel frullatore di pensieri che si agita e si affatica tutto il giorno dietro a questo e a quello, creando un marasma di cose cose cose che pretendiamo di seguire tutte assieme, e di qui l’idea che realtà sia un caos che cerca continuamente di aggredirci, di farci sentire piccoli piccoli.

Questo tipo mente non è capace di risolvere alcunché. Rimane sempre al livello in cui si trova, mentre spesso le soluzioni veramente creative si trovano a un livello superiore, esterno al caos che a volte sembra la vita quotidiana, con i suoi mille e mille e mille stimoli che cercando di tirarci da una parte e dall’altra.

Insomma, una dispersione di energie dalle dimensioni ciclopiche. Spesso capita di ritrovarsi esausti, distrutti, e peraltro con la sensazione di aver fatto tutto, ma proprio tutto, tranne quella che forse era la cosa giusta da fare. Il mondo diventa per noi un posto fatto essenzialmente di smarrimento e disperazione. Oh, quale ingrato destino. Ah, quanto siamo disgraziati. Questo è il mondo della mente.

C’è una via d’uscita da tutto questo? Certo che sì. Non è una via semplice, ma come spesso capita con le vie non semplici è una via molto proficua. Si tratta, come dicono i motivatori anglosassoni, di focalizzarci sulla “big picture”. Ovvero, fare un passo indietro e capire bene chi siamo, cosa vogliamo davvero.

E’ una via difficile da intraprendere, perché la nostra pigrizia mentale ci porta a preferire quello che già abbiamo, piuttosto che capire se è davvero quello che vogliamo. Che poi per carità, possono pure coincidere, ma anche no. Se però ci sentiamo presi in una morsa, è probabile che l’ipotesi buona sia la seconda.

Allora, bisogna fare un passo indietro e vedere la mente come qualcosa al di fuori di noi. Anche cinque minuti al giorno, come se dovessimo fare un esercizio in palestra. Infatti, anche questo è un muscolo che si sviluppa. E’ incredibile quali soluzioni alle nostre sfide vengono fuori quando smettiamo di chiedere soluzioni alla mente ingrippata nel quotidiano e cominciamo a cercarle in quella che possiamo a buon diritto chiamare creatività.

Hotel Millestelle

È ormai la quinta sera di seguito che riesco a pagarmi una camera di pensione. Se devo essere sincero, anche i tipi dietro il bancone – un signore o una signora a seconda dei momenti – cominciano a guardarmi in modo diverso. La prima sera, probabilmente, erano stati infastiditi dal mio aspetto, e li posso pure capire. Ti trovi davanti uno con capelli e barba lunghi, i vestiti portati ormai da una decina di giorni, e in mano solamente un violino dentro la sua brava custodia. “Tutto occupato”, mi aveva detto il tipo senza guardarmi. Non me l’ero presa minimamente. Chi si è scottato con l’acqua calda, generalmente ha paura anche di quella fredda.

“E se pagassi anticipato, pensa che qualcosa da qualche parte si possa trovare?”

Lui fece come se l’avesse colpito una scossa elettrica. Alzò lo sguardo e parve pensieroso per un attimo.

“Fanno cinquanta. C’è anche il bagno.”

“Ottimo.”

Aprii la custodia del violino, e ne cavai la cifra richiesta. La faccia del tipo rimase arcigna, ma con meno convinzione. Mi porse la chiave. “Quarantaquattro, secondo piano.” Stavo ormai salendo le scale col violino sottobraccio, quando parve scuotersi da una qualche forma di torpore.

“Signore!?”

“Sì?”

“Guardi, da quella parte c’è l’ascensore, se preferisce.”.

Adesso sono qui che scrivo queste paginette di riflessioni. Già, perché sono perfino riuscito a comprarmi un quaderno e una penna. E so bene quanto sia importante mettere i pensieri su carta. Le parole sono come segnaletica che indica la strada alla nostra mente. Così, con questi semplicissimi mezzi scelgo di elencare le piccole conquiste che sto mettendo a segno giorno dopo giorno, e che probabilmente mi stanno dando più soddisfazione di quelle del tempo in cui ero uno stimato consulente finanziario, e vivevo ogni giorno sull’onda del successo e della performance. Magari un giorno finirà che dovrò rendere grazie per il crac dei mercati finanziari che ha travolto la mia come milioni di altre vite.

Anche perché, per quanto possa sembrare assurdo, l’aver iniziato a strimpellare il violino tantissimi anni fa mi si sta rivelando molto più utile della laurea magna cum laude alla Bocconi. Dopo il pignoramento della casa, quando fu chiaro che me ne sarei dovuto andare, una delle ultime sere feci una bella seduta di brainstorming. Partendo dal dato di fatto che per me sarebbe stato un vero trauma non avere più un tetto sopra la testa, che cosa potevo fare per rendere la situazione più gestibile?

La risposta veniva da sola. Di certo avrei dovuto mangiare, e altrettanto sicuramente sarebbe stato necessario vestirmi. Ma mi fu chiaro da subito che avrei limitato queste due esigenze allo stretto necessario. Oltre quel livello, tutte le mie forze sarebbero state dedicate ad avere un posto dove potessi ritirarmi la sera per fare il punto della situazione e ricaricarmi per portare avanti il programma dell’indomani.

D’accordo. Ma, le risorse di cui sopra, dove stavano? Certo, mi rimanevano ancora un po’ di soldi. A occhio e croce, avrebbero potuto bastarmi per un paio di mesi. Troppo poco. Occorreva inventarsi qualcosa, che non poteva certo essere la consulenza su azioni e bond. Fu allora che mi si accese la lampadina: il violino!

Erano mesi che non lo suonavo, ma nel tempo avevo continuato a strimpellare qualcosa ogni tanto, e a detta di molti non ero poi più scarso della media. Oltretutto, mi venne fatto di pensare a un fatto che mi era accaduto qualche mese prima. Mentre stavo per prendere la metropolitana, mi era capitato di soffermare lo sguardo su un busker, un musicista di strada, che nel caso specifico imbracciava una chitarra, strapazzando alla bell’e meglio “No woman no cry” di Bob Marley. A fianco aveva il fodero dello strumento, e mi ritrovai, non so perché, a fare una stima di quanti soldi quel tipo poteva mettere insieme in un giorno. E in un mese?

Stavo girando per la stanza come Zio Paperone nei fumetti. Cavoli, mi dicevo, vuoi vedere che davvero questa è la chiave per svoltare la situazione?

Nei giorni successivi ho cominciato a dedicare tutto il mio tempo allo strumento. La mattina appena sveglio, un’ora di riscaldamento. Poi via, alla stazione centrale, per una bella session. Suonavo i Beatles, “Penny Lane”, “Yellow Submarine”, insomma cose che tirassero su il morale, sia a me che a quelli che ascoltavano. Consideravo infatti assurdo chiedere soldi suonando roba strappalacrime come fanno in molti.

Ebbene, non so se fosse giusto il calcolo, o che altro. Fatto sta che ben presto nella custodia c’era un bel gruzzolo. Avevo ancora conto e bancomat, per cui dopo essermi sfamato feci un bel deposito. Magari, mi dicevo, oggi è andata bene. Vediamo il trend.

E fu un trend decisamente toro. Tanto che dopo una settimana stimai che potevo smetterla di dormire sulle panchine. Ormai c’erano due mesi di stanza a pensione.

Qui il cerchio si chiude. Poco fa mi sono guardato allo specchio, dopo una bella doccia seguita da rasatura. Sono un po’ dimagrito, magari con qualche ruga in più. Non so ancora come sarà la mia vita a lungo termine. Certo molto diversa da come l’avevo pianificata fino a qualche settimana fa. Eppure, stranamente, ho una sensazione di controllo molto maggiore di quando giocavo a fare il domatore di opzioni e obbligazioni. Forse è vero che tutto ciò che non ti ammazza ti rende più forte.

Qui ed ora, ovvero l’arte di lasciar perdere

Quante cose si affollano nella mia testa/mente. Un garbuglio, guazzabuglio che alle volte sembra davvero inestricabile. Nodi e nodi e nodi e ancora nodi che a quanto sembra non possono essere sciolti.

Il mio corpo è in un dato posto, ma il mio pensiero è sempre da un’altra parte. Rimpiange il passato, teme il futuro. Così si consuma il presente, con la prospettiva di morire pieno di rimpianti. Se poi si muore veramente. Ma questo è un altro discorso.

Esiste un modo per uscire da questo stato di squilibrio continuo? Sono sempre più convinto di sì. Potremmo dire, con Krishnamurti, che dobbiamo cercare la verità. Che non è una verità intesa in senso teologico, si badi bene. Si tratta piuttosto di uscire dal rimpianto del passato e dal timore del futuro.

Fra l’altro, rimpianto e timore rappresentano solamente una nostra opinione, dal momento che non possiamo sapere come stanno davvero le cose. Si tratta inoltre di opinioni che non ci aiutano ad affrontare in modo adeguato le sfide che la vita ci pone.

Quindi, quando sentiamo che un obiettivo o un’intenzione non solo non ci motivano, ma ci fanno sentire sopraffatti, possiamo provare a scaricarcelo dalle spalle. Possiamo provare a lasciar perdere, almeno per il momento. Attenzione, non si tratta di rinunciare per sempre. Solo di prendere atto che in quel momento (e solo in quel momento) non abbiamo le competenze per arrivare lì.

Evidentemente l’obiettivo che ci sembra irraggiungibile e ci demotiva deve essere suddiviso in obiettivi più gestibili.

Come diventare ottimi conversatori

Un piccolo trucco che ho scoperto nel corso del tempo è che per essere ottimi conversatori non occorre parlare molto. Anzi, al contrario sembra che funzioni molto meglio ascoltare attivamente e porre domande al nostro interlocutore. 

Questo offre diversi vantaggi. In primis, credo alleggerisca di parecchio l’ansia che di solito associamo all’intraprendere una conversazione. Non dobbiamo necessariamente essere noi a parlare e parlare, ma piuttosto facciamo parlare i nostri interlocutori.

In secondo luogo, facendo parlare gli altri si imparano tantissime cose. Non a caso molti autori considerano che abbiamo due orecchie e una bocca sola, il che vuol dire che è opportuno ascoltare il doppio di quanto parliamo. Ascoltando le storie delle persone, spesso veniamo a conoscenza di cose che magari non avremmo mai immaginato, e che potrebbero anche esserci utili.

Infine, conversando con le domande facciamo sentire importanti i nostri interlocutori. il che ci rende molto spesso assai simpatici. Chi conversa con noi rimarrà con l’impressione che siamo persone interessanti, con cui magari vale la pena di sviluppare una relazione. Insomma, porre domande è utile sotto tantissimi punti di vista, e rende molto più piacevole la conversazione.