L’apprezzamento degli altri…

Se aspettiamo che siano gli altri ad apprezzare quello che siamo e quello che facciamo, potremmo attendere a lungo. Gli altri generalmente sono presi dai loro affari e, con tutta la buona volontà, semplicemente potrebbero non avere tempo di occuparsi di noi. Come del resto anche noi a nostra volta potremmo essere presi dai nostri affari e non avere modo di occuparci di loro.

Naturalmente, è vero che a volte le pacche sulle spalle arrivano. Ci mancherebbe. Sprazzi di empatia e di gentilezza ce ne sono in giro. Soltanto che, converrete con me, non sono sotto il nostro controllo. Non sappiamo se e quando arriveranno. Quindi, aspettandoceli da fuori rischiamo di non avere più controllo sulla nostra vita.

Diversamente, dobbiamo imparare ad apprezzarci per quello che siamo e per quello che facciamo da noi stessi. Non è semplice all’inizio, perché viviamo in un ambiente che, per ragioni che qui non ci interessano, tende a riempirci di dubbi. Personalmente, il modo migliore di gestire è mettere in campo un pensiero più strutturato, vale a dire una sana perplessità.

Proprio così: impariamo a mettere in dubbio il dubbio. Per dirne una: è proprio vero che sono così debole incapace sbagliato? Sempre e del tutto? Già facendosi una domanda del genere vedrete che la risposta quasi sicuramente sarà molto articolata, perché si passa da un pensiero generico a uno molto più specifico. Vi risponderete magari come a suo tempo ho fatto io: è vero che ogni tanto faccio o dico delle cazzate, nonostante la mia buona volontà, ma è anche vero che (a) ho fatto qualcosa che ha un senso (b) posso comunque migliorare (c) gli altri sono fatti esattamente come me, quindi è difficile che io sia il peggio in circolazione.

Vedete bene che le cose cambiano di parecchio.

Distanti ma vicini

In questo periodo storico (Ottobre 2020) ci viene consigliato di “mantenere il distanziamento” dai nostri simili. Niente baci, niente abbracci, insomma niente contatto fisico tra persone che non siano congiunti. Sui social è tutto un fiorire di lamentatio e miserere sul fatto che “così si perde il contatto umano”.

C’è chi arriva a sostenere che ci sia anche un “piano occulto” da parte di una qualche Spectre che punta a dividere tra loro gli esseri umani perché si sa… Divide et impera. Ovvero: più “noi” siamo divisi, meglio “loro” comandano.

Se sia vero o meno, in questa sede non ci interessa. Quello che conta è che a mio modesto parere si può essere vicini in tanti modi. E’ vero che la vicinanza fisica è quella più immediata e palpabile. Quando facciamo il bagno di folla all’ora dell’apericena mescoliamo la nostra aura con quella di un sacco di altra gente, e acquisiamo energia da tutti Il gruppo ci rende indubbiamente più forti.

A volte però mi viene da pensare che la facilità con cui finora è stato possibile ottenere questi “bagni di folla” ci abbia un po’ disabituati a sviluppare la capacità di stare vicini alle persone anche quando sono lontane dal punto di vista fisico. A voler bene, cioè, a qualcuno che in quel momento non è lì fisicamente, magari perché il suo corpo è in cenere o sepolto da qualche parte, e la sua anima non raggiungibile con i nostri sensi.

In questo periodo così particolare, secondo me, potrebbe essere interessante riprendere a coltivare questa “vicinanza spirituale”, compensando il “distanziamento fisico”. Di certo, lo trovo un modo per passare il tempo molto più produttivo che preoccuparsi del fatto che non possiamo scendere a far serata.

Tra stimolo e risposta

Quante volte ci hanno consigliato di contare fino a dieci prima di reagire a qualsiasi situazione? Il consiglio, apparentemente banale, nasconde in realtà una saggezza profondissima.

Esiste infatti un’intercapedine, uno spazio tra stimolo e risposta, una distanza che finisce per fare tutta la differenza del mondo. Usando questa intercapedine, siamo in grado di dare risposte di qualità molto migliore a quello che ci succede. E di conseguenza, di migliorare la qualità della nostra vita, e di quella degli altri.

Tutto questo ha molto a che fare con la crescita personale e lo sviluppo della consapevolezza. Molto comodo lasciare che gli impulsi ci dominino, reagire senza por tempo in mezzo, facendo immediatamente seguire un pugno ad uno schiaffo, un colpo di pistola a uno schiaffo, una bomba a un colpo di pistola. E così via con l’escalation.

Comodo, ma decisamente non produttivo, come si intuisce anche dall’escalation descritta sopra. Si tratta in realtà di un dispendio di energia di dimensioni apocalittiche. Energia che invece potrebbe essere impiegata per costruire una vita ricca di soddisfazioni.

Come sempre, si tratta anche qui di decidere, iniziare e praticare. Ogni volta che ci arriva uno stimolo, specie se di pancia, e iniziamo a sentire la reazione, prima di seguirla domandiamoci se sia costruttiva o meno. Con il tempo, riusciremo a smorzare parecchie delle nostre reazioni “di pancia”, e la nostra vita diventerà molto più serena e piacevole.

Scuola ovunque

Fonte: Mezzopieno.Org

Secondo un articolo dell’Hindustan Times, di cui ho avuto contezza attraverso la newsletter di Mezzopieno una coppia di pensionati indiani ha attivato una scuola sul marciapiede di una delle strade di New Delhi. E’ un bel commento al motto del mio professore di spagnolo del liceo.

In tempi di lockdown, in India le scuole, in quanto edifici, sono chiuse. Certo, rimane l’alternativa delle lezioni a distanza, ma non tutte le scuole, almeno quelle pubbliche, hanno le risorse per attivarle, e del resto non tutti gli studenti hanno accesso alla Rete, quantomeno quella informatica. Così, Veena e Virendra Gupta hanno improvvisato quella che possiamo a buon diritto chiamare “scuola di strada”, mettendo a disposizione un spazio, le proprie competenze, il materiale didattico e perfino una merenda.

Le lezioni, che si tengono tre giorni a settimana, sono rivolte a bambini e ragazzi dai 4 ai 14 anni, e riguardano materie come matematica, scienze, inglese ed educazione fisica. Adesso, i coniugi stanno cercando volontari che donino il loro tempo e le loro competenze per consentire di espandere questa iniziativa.

A dimostrazione che, quando c’è la volontà, è possibile diffondere ed acquisire conoscenza.

La contropartita per la carità

E’ bello che ci siano enti di vario tipo che aiutano le persone in difficoltà, ma troppo spesso c’è gente che se ne approfitta, non prendendosi alcuna respons-abilità della propria vita, o rinunciando a prendersela. Spesso vedi gente sbattuta sulle panchine nei pressi della sede dell’Ente Assistenziale, lo sguardo vacuo, la barba lunga,una sigaretta dietro l’altra, magari un cartone di vino a portata di mano. Guardandoli, un brivido ti scorre lungo la schiena.

Capisco bene che ci sono momenti in cui la volontà è, come dire, disattivata. La vita può infliggere colpi veramente duri. Il concetto però non cambia. Se rinunciamo alla nostra respons.-abilità, dovremo sempre appoggiarci a qualcosa o qualcuno di esterno. E finiremo per perdere completamente la nostra identità. Andremo, letteralmente, alla deriva, diventando sempre più dipendenti da fattori esterni.

So per certo, d’altronde, che gli Enti Assistenziali spesso hanno dei percorsi per queste persone. Chi vuole, può essere aiutato, prima di tutto, a riprendere in mano nei limiti del possibile le redini della propria vita. Ammesso che lo voglia, certo. Nessuno può essere forzato. Ma quello che non si capisce è perché non dovrebbe volerlo.

Questo è uno studio interessante. Per quale motivo una persona decide che è meglio appoggiarsi agli altri piuttosto che cercare di riprendersi la respons-abilità per la propria vita? Non sarebbe il caso, per usare una metafora, che queste persone decidessero di imparare a pescare, anziché continuare a presentarsi con il cappello in mano per ricevere il pesce?

Esplorare possibili universi…

Ritengo che alla fin fine il nostro lavoro dovrebbe essere quello di esplorare possibili universi. Partiamo da un concetto: l’universo in cui viviamo non è altro che il frutto delle scelte che abbiamo fatto fino a questo momento. Se ci piace, grandioso: non dobbiamo fare altro che godercelo. Nel caso in cui invece, come spesso capita, riteniamo che non sia esattamente il massimo della vita, forse è opportuno metterci una pezza.

Quale può essere questa pezza? Ecco la mia modesta opinione: di solito ragioniamo come se la situazione in cui ci troviamo dovesse continuare identica, sugli stessi binari attuali, “per sempre”, o, per essere più precisi, fino alla fine dei nostri giorni. Ma si tratta semplicemente di una nostra costruzione mentale. Mai come oggi il mondo attorno a noi tende a cambiare molto velocemente. Quindi, mai come oggi esistono delle possibilità che prima non c’erano.

A questo punto, ecco la pezza. Durante la nostra corsa del criceto, prendiamoci di tanto in tanto cinque minuti per considerare la situazione, la nostra opinione circa la possibile evoluzione della situazione e, se questa non ci piace, le possibili evoluzioni alternative, che diventano automaticamente e a tutti gli effetti nuovi universi possibili.

Questo esercizio avrà intanto come primo effetto quello di renderci decisamente più sereni, consentendoci di recuperare energie, sempre più energie, che potremo destinare a scopi costruttivi come, per esempio, capire cosa vogliamo davvero, e a fare leva, cominciare cioè a realizzarlo anche, e direi soprattutto, nella situazione in cui ci troviamo.

Una sana Perplessità

Sto pensando sempre più spesso che essere in un costante stato di perplessità sia un’ottima idea. La perplessità ci aiuta a distaccarci un momento dallo status quo, ma non giudica. Non esclude che la situazione attuale sia buona, ma nemmeno che sia pessima. Costringe ad articolare il pensiero, a non seguire sempre le vie più battute, l’opinione media. E alla fine diventa un motore di conoscenza, uno stato d’animo che ci invita, ci incentiva ad allargare i nostri orizzonti.

Perché alla fine è di questo che si tratta. Spesso veniamo letteralmente risucchiati nel tran tran quotidano, una vera e propria corsa del criceto che in un certo qual modo ci spegne il cervello, portandoci a pensare che lo status quo, la situazione in cui viviamo, sia l’unica possibile. Qualche autore arriva a parlare di “prigione vibratoria”, come David Icke, o di “psicopenitenzario”, come Salvatore Brizzi.

A mio parere, si tratta di una metafora molto interessante. Sia Icke che Brizzi, con sfumatoure diverse, sostengono che esistano gruppi interessati a mantenere l’umanità in uno stato semi-.ipnotico o comunque depotenziato allo scopo di controllarla meglio. Senza arrivare a tanto, secondo me è vero che siamo noi stessi a volte a costruirci la nostra celletta.

Per carità, se ci stiamo bene nessun problema. Se invece abbiamo l’impressione che, come dire, ci vada un tantinello stretta, ecco che la perplessità, senza demolire nulla di quello che abbiamo costruito finora e a cui teniamo tanto, può aiutarci a coltivare un distacco sufficiente per vedere la situazione da una prospettiva nuova e auspicabilmente più ampia.

La Revisione della Routine

C’è chi quando vuole cambiare annuncia che esce a comprare le sigarette e non torna più. Non sempre è una buona idea. Anzi, quasi mai. Dovunque andiamo, porteremo con noi quello che siamo, e tenderemo a creare una situazione per la quale un bel giorno annunceremo di nuovo che usciamo a comprare le sigarette.

Può essere utile una procedura meno drastica. La mia personalissima esperienza mi dice che è possibile essere più graduali, passando dall’identificarsi con una situazione al comprendere che la situazione che stiamo vivendo è soltanto una delle situazioni possibili. E’ un concetto che somiglia un po’ a quello di Reality Transurfing coniato da Vadim Zeland.

In pratica, si tratta di distaccarsi un attimo da quello che sta succedendo. Revisionare la nostra routine mentre sta girando. Sì perché quello che stiamo vivendo alla fine non è altro dei pensieri e delle azioni che abbiamo prodotto finora. Se vogliamo cambiare, è evidente che dobbiamo cambiare i nostri pensieri e di conseguenza le nostre azioni, e ancora di conseguenza i nostri risultati. Occorre allargare la nostra mente, imparare qualcosa di nuovo.

Non si tratta, chiaramente, di premere un interruttore e via, come siamo abituati a fare nella nostra civiltà fast-food. Torniamo sempre al concetto di respons-abilità. Distaccarsi dalla situazione è un’abitudine, e come tutte le abitudini si acquisisce nel tempo, e applicando la consapevolezza. Esattamente come quando si vuole sviluppare la “tartaruga”. In quel caso, occorre decidere di andare in palestra, e andarci regolarmente per qualche mesetto, e in alcuni casi anche per qualche annetto.

Oppure, vogliamo parlare della dieta? Voglio qui menzionare Anna Menasci, una bravissima nutrizionista che a suo tempo mi aiutò a perdere una decina di chili in tempi ragionevoli. Mi disse, papale papale, che non serve “fare una dieta”, ma applicare la nostra consapevolezza per cambiare regime alimentare. Un consiglio che adopero ancora oggi, a quasi vent’anni di distanza.

Allo stesso modo, rivedere la nostra routine deve diventare una buona abitudine. E’ utile capire come non buttare il bambino con l’acqua sporca. Capire cioè quali aspetti della nostra routine è bene cambiare e quali invece, nonostante siano anch’essi pezzi di routine, rappresentino un aspetto vitale e costruttivo.

Così facendo, senza traumi eccessivi, la nostra vita inizierà a cambiare in meglio, perché diventeremo più respons-abili, cioè più abili a rispondere. Ci sentiremo più capaci, e questo ci porterà a vivere con sempre maggiore soddisfazione ogni aspetto della nostra vita.

Scuola: chi vuole studiare studia. E’ vero ragaSSi?

Ogni volta che la scuola sta per riprendere, si riaccende il dibattito. Come dovrebbe essere la scuola, soprattutto quella pubblica? Quali metodi di insegnamento usare? Come organizzare le classi? E la pianta organica? Eeeeh, la pianta organica, l’equazione a dieci incognite che ogni anno si ripresenta, puntuale come la morte e le tasse.

Quest’anno, poi, la questione si presenta anche più complessa, con le questioni sanitarie che sappiamo. Distanziamento sì, distanziamento no. Mascherine sì, mascherine no. Orari trasversali, diagonali, di sghimbescio… E le famiglie alle prese a loro volta con l’equazione a venti incognite: mandare i figli a scuola, non mandarceli, e insomma come gestire questi ragazzi in una situazione che nessuno sa come possa evolvere.

La mia personalissima opinione è che in tutto questo si vada a perdere un po’ il senso primario della scuola, che in buona sostanza dovrebbe essere: studiare. O, per essere più precisi ancora: imparare. Ancora meglio: imparare ad imparare.

Secondo me gli insegnanti di ogni livello, dall’asilo al master, dovrebbero sì spiegare i programmi (li pagano per quello) ma anche dare loro stessi con il loro comportamento un esempio di atteggiamento verso lo studio, far capire che non è poi quella “cosa bbrutta e ppesante”, che è bello imparare, conoscere, e soprattutto ragionare, su qualsiasi cosa. E serve non tanto per imparare un paio di date, ma per abituarci a capire e strutturare i problemi, trasformandoli in sfide e rendendoci capaci di affrontarle, assaporando il piacere di progredire.

Ho avuto la fortuna di trovare insegnanti, vorrei dire persone così, soprattutto al liceo, ma anche all’Università. Grande interesse non solo verso la loro materia, ma entusiasmo per la conoscenza in generale. Ed eccomi qui, a cinquantadue anni suonati, ancora desideroso di imparare e capire. Se si riesce a fare questo, tutte le discussioni infinite su “quale scuola” diventano semplicemente inutili.

In particolare, mi torna in mente il prof di spagnolo al liceo. L’ottimo docente, originario della Romagna, era solito dire: chi vuole studiare studia, èvero ragaSSi?

Trovo che in materia di studio e istruzione mai frase fu più pregnante. Mi ha sostenuto lungo tutto il liceo, l’università, il corso per agente immobiliare e infine la preparazione all’esame di stato per diventare giornalista professionista. Si tratta di un concetto che supera tutte le oggettive difficoltà del nostro sistema scolastico. Per esempio, il nostro liceo era in un ex-albergo abbastanza fatiscente. Ma questo non ha impedito alla nostra classe di raggiungere dei traguardi interessanti. A dimostrazione che chi solleva oltre le bagatelle quotidiane, da qualche parte arriva.

Arte vs Business

Mi è tornata in mente una bellissima persona, Renato Corrieri, a suo tempo titolare di una galleria d’arte a Livorno a cavallo, se la memoria non mi inganna, tra gli anni Ottanta e i Duemila. Ho avuto con lui diverse gustose conversazioni, e in questa occasione mi piace ricordarne una in particolare.

Il buon Corrieri, va detto, era un piccolo Mecenate, che dava spazio ad artisti giovani, sia di età che di spirito, che sperimentavano come se non ci fosse un domani. Ne venivano fuori anche delle cosine davvero stimolanti. Soltanto, l’anziano gallerista si lamentava del fatto che “il pubblico” (cioè, in definitiva, “il mercato”) voleva opere di altro tipo.

Colsi una simpatica contraddizione in tutto questo. Pensai: ma alla fin fine, che cosa vogliamo? Fare arte o fare business?

Per carità, non che le due cose siano sempre e necessariamente in contraddizione tra di loro. Ci sono casi eclatanti che ce lo confermano. Solo che si tratta di due approcci completamente diversi. Da quel che ne capisco io, fare “arte” vuol dire sperimentare, ricercare. Attività che non prendono in considerazione i gusti di un eventuale “pubblico”, e tantomeno di un’altrettanto eventuale “mercato”.

Il business, invece, vive proprio di “pubblico” e di “mercato”. Ovvero, non puoi (o per essere più precisi non è una buona idea) fare quello che ti pare, o anche semplicemente seguire la tua ispirazione. Devi fare degli studi su quello che vuole il tuo cliente finale… e darglielo come vuole lui, non come vuoi tu.

Le due cose non si inrociano mai? Certo che sì. Ci sono casi di artisti veri che, per diversi motivi, hanno incontrato i gusti di “pubblico” e “mercato”. Penso a Picasso e Dalì, che divennero l’equivalente di quelle che chiamiamo “rockstar”. C’era magari di mezzo un po’ di marketing artigianale anche da parte degli stessi artisti, ma dal momento che anche il marketing è arte, possiamo dire che questi geni hanno usato al meglio le loro capacità comunicative.

C’è poi il business, puro e semplice. Quello dove non c’è “ricerca” nel senso artistica del termine. Il “prodotto”, l’obiettivo non è la sperimentazione, ma il profitto. Un punto di vista assolutamente legittimo, ma che almeno in generale non ha niente a che vedere con l’arte.

Quale dei due approcci deve scegliere un artista?

Prima di tutto, abbiamo visto che esiste anche la possibilità di incrociarli. Cioè: l’artista può fare il suo gioco, e poi trovare il modo di attrarre l’attenzione del pubblico, creando interesse, e possibilmente anche valore, attorno alle loro opere. E probabilmente è questa la situazione più interessante.

Oppure, come a volte succede nel cinema, si producono alcuni film cosiddetti “di cassetta”, e con una parte del ricavato si producono pellicole di spessore, ma che probabilmente non renderanno altrettanto. Così, anche l’artista può produrre opere calibrate sul gusto del pubblico per fare “cassetta”, e poi dedicarsi a quello che veramente vuol fare. Spesso succede anche con i musicisti, che producono canzonette nella prima parte della loro carriera, per poi passare alle sperimentazioni che li interessano veramente.

Possiamo quindi scegliere una delle infinite sfumature tra pura arte e puro business. Come sempre, anche qui scende in campo la respons-abilità dell’artista, unico vero gestore della propria vita e della propria arte.