Gloria e Victoria

C’è stato un tempo in cui sognavo di vivere di questo blog. Al momento non ci sono riuscito, vivo di altro (e comunque il mio lavoro mi piace un sacco, per cui va benissimo così). C’è stato un momento, per la verità più di uno, in cui ho pensato di smettere. Poche visite, nessun commento, ma soprattutto nessuno comprava niente dai link di referral che mettevo. Una vera schifezza, non trovate?

Poi, invece, mi sono ricordato che il profitto o la notorietà non sono l’unico motivo per cui ci si mette a scrivere (o a dipingere, o a scolpire, o a comporre musica). Lo si fa (e spesso si inizia a farlo) perché è qualcosa che abbiamo dentro, un’esigenza che, possiamo dire, nasce con noi. Ed è da notare che spesso, anche se questo qualcosa non porta profitto direttamente in termini di soldi, lo porta certamente, se usato con intelligenza, a livello di robustezza spirituale.

Insomma, attività del tipo di cui abbiamo parlato possono essere svolte principalmente in due modalità, che per essere un po’ altisonanti possiamo chiamare con due nomi latini: Gloria e Victoria.

Gloria, ovviamente, vuol dire gloria pubblica. Ovvero, lo scopo di chi cerca Gloria è quello di piacere al prossimo, di avere successo nel mondo. In termini di consenso, di denaro… In ogni caso, chi cerca Gloria è pronto a capire quali sono i gusti dell’audience, e a seguirli per ottenere seguito, affinché i suoi prodotti (perché di prodotti si parla) arrivino al consumatore finale.

Ben diverso è l’atteggiamento di chi cerca Victoria. Il nome evoca non tanto la “vittoria” sul mondo, ma quella su noi stessi. Che poi spesso e volentieri porta anche al successo, definito come “fare ciò che ci piace”. E’ un cammino che magari non porta a una grandissima popolarità, cioè alla Gloria. O forse sì, dal momento che quando siamo felici ci troviamo in uno stato vibrazionale molto positivo, con un’alta probabilità di attrarre successo.

Dis-Arrabbiarsi

Vi metto a parte di un esperimento che sto portando avanti fresco fresco da questa mattina. Anzi, come si dice adesso, lo condivido. Stamattina mi sono alzato piuttosto stanco – eh già, capita anche a quelli che scrivono di motivazione sui blog. Davvero, ero arrivato a pensare che non avrei neanche potuto iniziare la giornata, figuriamoci portarla a compimento.

Ora, quando non mi sento in grado di affrontare le faccende che mi si prospettano – non so se càpita anche a voi – mi succede a volte che provo rabbia. Sul serio, me la prendo con non si sa bene che cosa – probabilmente me stesso – e comincio a sviluppare pensieri non esattamente vitali.

Stamani però a un certo punto mi sono detto: e che diamine, ma tutta ‘sta rabbia che senso ha?

E se provassi a toglierne un po’, di questa rabbia? Così, giusto per vedere cosa succede se mi allontano da questo sentimento così poco produttivo.

L’ho fatto, infine, e devo dire che i risultati sono stati interessanti. Togliendo un po’ di rabbia dalle situazioni che mi si presentano provocandomela, il primo effetto è quello di un notevole sblocco delle energie. Di seguito, ogni cosa che succede intorno diventa interessante, direi magica.

La riduzione della rabbia dunque sembra essere un buon metodo per schiarire la nostra mente, e renderci ricettivi alla sperimentazione creativa.

Studiare (e formarsi) nonostante le emergenze

Riprendo volentieri l’argomento scuola, ragionando sugli effetti che ha avuto su questa istituzione la crisi pandemica. Non è una novità che secondo me, a parte qualche eccezione, la scuola nel suo complesso finisca per far odiare i libri e e lo studio.

Anche il fatto stesso che si chiami “scuola dell’obbligo” è veramente una disgrazia. Bisognerebbe proprio ribaltarla dalle fondamenta, trasformandola in un posto dove il cervello e la mente dei ragazzi vengono attivati, piuttosto che riempiti di nozioni.

In attesa che questo concetto passi, e prima o poi passerà, parliamo della scuola com’è in questo momento, soprattutto per quanto riguarda le superiori, con le polemiche legate all’ormai famigerata DAD, ovvero la Didattica a Distanza, strumento già esistente ormai da parecchi anni, ma che con i provvedimenti anticontagio ha sperimentato un vero e proprio balzo quantico a livello di utilizzo, tanto che all’inizio della Dad così come la conosciamo si temeva che la Rete non reggesse, contando anche gli utenti di Netflix, Prime Video etc., a loro volta aumentati esponenzialmente con il confinamento.

In realtà la Rete, a parte qualche colpo di tosse iniziale, ha retto benissimo. Quello che sembra non reggere è la qualità della formazione erogata attraverso la Dad. I motivi sono molteplici, ma fondamentalmente sembra che sia gli studenti che gli insegnanti si siano sentiti un po’ catapultalti in questo sistema, con comprensibile disorientamento da una parte e dall’altra. Per non parlare delle famiglie, che si sono spesso dovute organizzare, vuoi per la presenza dei ragazzi in casa tutto il giorno, vuoi perché in molti casi il computer e la connessione in casa proprio non c’erano.

Altro aspetto da considerare è che, anche ammesso che ci siano il computer e una connessione valida (cosa per niente scontata come potrebbe sembrare), la Dad, come tutti i tipi di formazione a distanza, ha altre due caratteristiche: (1) vengono meno le relazioni che si formano normalmente in un’aula, e che in certo qual modo contribuiscono a creare un ambiente orientato all’apprendimento (2), conseguenza della (1) per imparare le stesse cose con la Dad occorre molta, molta più concentrazione rispetto alla lezione in presenza.

Se poi contiamo che molti ragazzi, per motivi legittimi per carità, questa grande voglia di studiare non ce l’hanno, ecco che la frittata è servita. L’anno scolastico si trasforma in qualcosa di molto simile a un dialogo tra sordi.

Cosa può fare chi, invece, intenda comunque formarsi e istruirsi in modo dignitoso? Come sempre, si tratta di fare di necessità virtù. Tenendo conto delle problematiche di cui sopra, ecco alcuni spunti in… disordine alfabetico e di apparizione.

  • Se non abbiamo il computer e/o la connessione, sarà il caso che ce li procuriamo
  • Se dopo la lezione abbiamo la sensazione di non aver capito bene, sarà il caso che approfondiamo. Dal momento che abbiamo la connessione, usiamo Internet. Meglio ancora, adoperiamo le biblioteche. Oppure, superando il senso di vergogna per non aver capito, chiediamo il docente.
  • In generale, va capito che la formazione e lo studio non sono responsabilità della scuola, ma nostra.

La ruota della “fortuna”

Quando ci si sente persi, è perché si perde di vista l’insieme. Ci focalizziamo su un aspetto della nostra vita, in genere quello che funziona “peggio” (cioè, diversamente da come ci piacerebbe). Il che non è del tutto sbagliato. Ovvio che quando qualcosa “non funziona” ci piacerebbe “aggiustarlo”. Solo che, almeno secondo la mia esperienza, quasi mai lo “aggiustiamo” sviluppando una fissazione su quell’aspetto della nostra esistenza.

Secondo alcune teorie, i vari settori della nostra vita devono essere in equilibrio fra di loro. Un po’ come se fossero i raggi di una ruota, che non funziona a dovere se non è perfettamente circolare. Questo significa che molto spesso migliorare in un settore della ruota significa sviluppare la nostra vita nel suo complesso. Ogni settore è interconnesso con gli altri.

Insomma, quando un settore della nostra vita non funziona, può essere una buona idea lavorarci su. Ma se per caso non sappiamo da dove iniziare, come possiamo comportarci? Ecco che, per quanto controintuitivo possa sembrare, può rivelarsi uno spunto altrettanto buono mettersi al lavoro su un settore che funziona abbastanza bene. Concentrarsi insomma su aspetti che incontrano abbastanza le nostre aspettative.

In casi come questi si attiva infatti un meccanismo curioso. La sensazione di essere competenti in quest’ultimo settore, di riuscire a gestirlo in modo quantomeno dignitoso, può renderci abbastanza fiduciosi da alzare la nostra vibrazione quel tanto che basta perché l’intuizione si riattivi e “sbuchi fuori” una soluzione valida anche per quel settore in cui ci sentivamo un tantino persi.

Ancora una volta, si conferma la validità dell’assioma di Randy Pausch, per il quale “la fortuna è quando la preparazione incontra l’occasione”

Meditazione al volo. Di nuovo, la sana perplessità

Ne abbiamo parlato che non è molto, della sana perplessità. Cioè, l’atteggiamento grazie al quale ci stacchiamo dalla situazione contingente e la mettiamo in dubbio. O, per essere più precisi, ci stacchiamo dall’opinione che ci siamo fatti della situazione.

Questo vale naturalmente quando la situazione va “male” (cioè, diversamente da come piace a noi). E’ un ottimo metodo per mettere in prospettiva il nostro rapporto con il mondo. E, almeno secondo la mia personalissima esperienza, è una forma di “meditazione al volo”, che ci può consentire di ottimizzare parecchio i tempi.

In effetti, viene consigliato a chi vuole iniziare a meditare di fare due sessioni al giorno da venti minuti ciascuna. Sembra semplice, ma… onestamente, quanti trovano venti più venti minuti al giorno per meditare? E’ uno di quei buoni propositi, come correre la mattina presto e/o mettersi a dieta, che alla fine. statisticamente, finiscono in cavalleria.

Invece, la Sana Perplessità, più che un tipo di meditazione, è un’abitudine, un modo di pensare, una forma mentis. Si tratta quindi, semplicemente, di decidere di implementarla. Proponiamoci di fermarci ogni tanto e di mettere in discussione la situazione in cui ci troviamo attraverso la Sana Perplessità. Esattamente come succede con un esercizio fisico, gradualmente svilupperemo anche questo particolare “muscolo proattivo”.

Il risultato finale di tutto questo è che ci renderemo conto di come molto spesso per ogni problema esistano infinite soluzioni, mentre altrettanto spesso pensiamo che non ce ne sia nessuna. Avremo finito di lasciarci andare con la coscienza, e diventeremo protagonisti della nostra vita, anziché vittime o carnefici.

Fuori dallo spazio-tempo

Stiamo troppo all’interno del flusso spazio-temporale. Specialmente in questo periodo (Marzo 2021) siamo focalizzati sullo scorrere del tempo e sulla gestione dello spazio perché, per esempio, dobbiamo ricordarci di mettere la mascherina igienizzarci le mani mantenere il distanziamento. Ma naturalmente succedeva anche prima, per esempio per il fatto che le bollette arrivano periodicamente, l’affitto o il mutuo vanno pagati tutti i mesi e alla fine ci convinciamo che il tempo è circolare e che non usciremo mai dalla ruota del criceto.

Quest’ultima convinzione è la più deleteria in assoluto, e sono sempre più convinto (giusto per rimanere in tema) che vada combattuta con tutte le nostre forze. Anche qui come negli altri casi, si tratta di allenarsi, prendendoci la respons-abilità di quello che pensiamo.

E qui ecco un esercizio che personalmente trovomolto utile per staccarmi dal flusso spazio-tempo. Lo chiamo “esternalizzazione”. Chiudo gli occhi, e mentalmente mi raffiguro aspetti della realtà intorno a me. E’ incredibile come allontanandosi col pensiero dal posto dove ci troviamo tutto assuma una dimensione affatto diversa, se vogliamo più centrata ed oggettiva.

Ma questo ovviamente è solo un esempio. Quello che conta è interrompere il flusso spaziotemporale che ci sta trascinando in modo limitante, uscendo dall’opinione che ci siamo fatti della situazione, per prenderne in considerazione altre, più vitali e stimolanti.

Fine del paragrafo.

Affrontare la vita significa essenzialmente sviluppare una sorta di cassetta degli attrezzi. Ogni evento, specialmente quelli “negativi” (cioè, che non ci piacciono), ci invita ad avere nei suoi confronti una re-azione il più possibile vitale. Se riusciamo a prendere le nostre vicende per il verso giusto, ecco che possono accaderci le cose più incredibili, e l’unico risultato possibile sarà che diventeremo sempre più respons-abili.

Per arrivare a costruire la cassetta degli attrezzi, è ovvio che dobbiamo cominciare a disattivare la corsa del criceto. Cioè, dobbiamo creare dei momenti in cui volontariamente premiamo una sorta di tasto “Stop”, applicando una sana perplessità. La Sana Perplessità ci porta a staccarci dalla situazione del momento. Un po’ come quando, scrivendo, si mette un punto e si va a capo.

All’inizio, non succede granché. O per essere precisi, sembra che non succeda un granché. Ed è naturale. Si tratta di sviluppare dei muscoli, esattamente come quando si va in palestra. Soltanto che in questo caso si tratta di muscoli proattivi, ovvero dei muscoli mentali che ci aiutano ad intraprendere azioni vitali. Con il passare del tempo ci renderemo conto che diventiamo sempre più abili a gestire la situazione contingente in modo da renderla sempre più stimolante, interessante e vitale.

Il nostro dovere

Il nostro dovere è quello di essere creativi, ovvero aggiungere bellezza alla bellezza intrinseca del creato. E’ questo il nostro vero lavoro, il compito che siamo chiamati a svolgere su questa terra. Tutto quello che facciamo e che desideriamo risponde a questa spinta che è dentro di noi, fa parte integrante della condizione umana.

Spesso ci dimentichiamo di questo compito, e finiamo per identificati con la situazione attuale, che in definitiva è semplicemente il frutto di ciò che è accaduto finora. Ci attacchiamo a quello che abbiamo realizzato, buono o meno buono che sia.

Intendiamoci: godersi i risultati dei nostri sforzi è legittimo e sacrosanto. Il problema sorge quando iniziamo a temere di perdere la nicchia che ci siamo costruiti. Si tratta di una paura abbastanza assurda. Innanzitutto perché preoccuparci peggiorerà la qualità delle nostre energie, rendendo più probabile la perdita di quello che ci sta (troppo) a cuore.

Allora si innesca la corsa del criceto: corriamo come dei forsennati per mantenere lo status quo, per rimanere, in definitiva, sempre nello stesso posto. Il punto è che nel frattempo le cose intorno continuano a cambiare, e a un certo punto la nostra corsa del criceto non sarà più adeguata. Nonostante tutto il nostro pedalare, può darsi che perdiamo quello che abbiamo costruito, in tutto o in parte.

Quindi, va benissimo godersi quello che abbiamo, ma occorre anche conservare la flessibilità mentale necessaria per non riposare troppo sugli allori. Rimanere sempre sul sentiero dello sviluppo personale.

Meraviglia, Catastrofe, Consapevolezza

Cerchiamo la Meraviglia, temiamo la Catastrofe, dovremmo piuttosto puntare alla Consapevolezza.

La Meraviglia somiglia un po’ al Paese dei Balocchi di Pinocchio. E’ una condizione in cui ci vengono offerti piaceri di ogni tipo, in genere molto materiali. Denaro, Successo, Sesso, Bellezza appariscente. Piacere infinito e incessante, per sempre. E’ un po’ il mondo che ci propone la pubblicità, fatto di persone splendide, sempre in perfetta forma e piene di soldi, che passano da una festa all’altra e guidano rombanti e potenti macchinoni.

Opposta alla Meraviglia, troviamo la Catastrofe. Ovvero, l’insieme delle peggiori disgrazie possibili, di tutto quello che temiamo di più, e che chissà come mai passiamo un sacco di tempo ad immaginare, tanto da far dire a qualche scrittore che “la mia vita è stata piena di grandi disgrazie, la maggior parte delle quali non sono mai accadute.” Che poi, come diceva qualcuno, “se c’è rimedio, perché ti preoccupi? Se non c’è rimedio, perché ti preoccupi?”

In genere, quindi, la nostra vita oscilla tra lo sperare la Meraviglia e il temere la Catastrofe. In effetti, però, è molto più facile che la nostra vita abbia aspetti che richiamano sfumature non estreme sia dell’una che dell’altra. Molto dipende a quel punto dagli aspetti su cui poniamo l’attenzione, positivi o negativi, o piuttosto piacevoli o spiacevoli per noi.

Questo porre l’attenzione in genere avviene in automatico, e per motivi che sarebbe lungo indagare, finisce per concentrarsi sugli aspetti non vitali, spiacevoli, “negativi” dell’esistenza. Naturalmente, possiamo prenderci la respons-abilità di gestire il processo. Questa respons-abilità specifica si chiama Consapevolezza.

Se decidiamo di osservare il processo mentale mentre si svolge, possiamo allenarci a trovare la Meraviglia che è intorno a noi, anche se magari in quel momento non ce n’è davvero che una briciola, una quantità infinitesimale. Grazie al potere dell’attenzione, quella briciola diventerà sempre più grande, e non avremo materialmente tempo di pensare alla Catastrofe.

Tempo pieno

E’ molto importante vivere un tempo pieno. Vale a dire: ogni istante, che sia di azione o di riposo, deve avere un suo significato ben preciso. Dobbiamo vivere un tempo la cui qualità sia la maggiore possibile.

Come sempre, è questione di allenamento. Occorre decidere di riappropriarsi del proprio tempo. Non è una decisione banale, perché pensiamo di esserne padroni, quando invece spesso, ponendo un minimo di attenzione alle modalità con cui si sviluppa la nostra vita, ci rendiamo conto che non è esattamente così.

Il nostro tempo, in genere, se ne va seguendo programmi dettati da altri. Perché, e questo ricordiamocelo sempre, se noi abbiamo obiettivi nostri verremo fatalmente risucchiati dagli obiettivi di altri. Non che questo sia negativo in sé si badi bene, Solo che non è detto che gli obiettivi degli altri siano coerenti con i nostri migliori interessi.

Invece, prendendoci la respons-abilità di gestire in prima persona il nostro tempo, potremo capire esattamente come vogliamo usarlo. All’inizio, per qualcuno sarà un po’ complicato, ma facendo leva, cioè iniziando con piccoli passi, ben presto diventerà una piacevole abitudine. Ci sentiremo sempre meno stressati, e arriveremo davvero a goderci ogni minuto della nostra giornata, perché avremo scelto come spenderlo. Diventerà insomma, nel vero senso di questa espressione, tempo pieno.