Esplorare possibili universi…

Ritengo che alla fin fine il nostro lavoro dovrebbe essere quello di esplorare possibili universi. Partiamo da un concetto: l’universo in cui viviamo non è altro che il frutto delle scelte che abbiamo fatto fino a questo momento. Se ci piace, grandioso: non dobbiamo fare altro che godercelo. Nel caso in cui invece, come spesso capita, riteniamo che non sia esattamente il massimo della vita, forse è opportuno metterci una pezza.

Quale può essere questa pezza? Ecco la mia modesta opinione: di solito ragioniamo come se la situazione in cui ci troviamo dovesse continuare identica, sugli stessi binari attuali, “per sempre”, o, per essere più precisi, fino alla fine dei nostri giorni. Ma si tratta semplicemente di una nostra costruzione mentale. Mai come oggi il mondo attorno a noi tende a cambiare molto velocemente. Quindi, mai come oggi esistono delle possibilità che prima non c’erano.

A questo punto, ecco la pezza. Durante la nostra corsa del criceto, prendiamoci di tanto in tanto cinque minuti per considerare la situazione, la nostra opinione circa la possibile evoluzione della situazione e, se questa non ci piace, le possibili evoluzioni alternative, che diventano automaticamente e a tutti gli effetti nuovi universi possibili.

Questo esercizio avrà intanto come primo effetto quello di renderci decisamente più sereni, consentendoci di recuperare energie, sempre più energie, che potremo destinare a scopi costruttivi come, per esempio, capire cosa vogliamo davvero, e a fare leva, cominciare cioè a realizzarlo anche, e direi soprattutto, nella situazione in cui ci troviamo.

Una sana Perplessità

Sto pensando sempre più spesso che essere in un costante stato di perplessità sia un’ottima idea. La perplessità ci aiuta a distaccarci un momento dallo status quo, ma non giudica. Non esclude che la situazione attuale sia buona, ma nemmeno che sia pessima. Costringe ad articolare il pensiero, a non seguire sempre le vie più battute, l’opinione media. E alla fine diventa un motore di conoscenza, uno stato d’animo che ci invita, ci incentiva ad allargare i nostri orizzonti.

Perché alla fine è di questo che si tratta. Spesso veniamo letteralmente risucchiati nel tran tran quotidano, una vera e propria corsa del criceto che in un certo qual modo ci spegne il cervello, portandoci a pensare che lo status quo, la situazione in cui viviamo, sia l’unica possibile. Qualche autore arriva a parlare di “prigione vibratoria”, come David Icke, o di “psicopenitenzario”, come Salvatore Brizzi.

A mio parere, si tratta di una metafora molto interessante. Sia Icke che Brizzi, con sfumatoure diverse, sostengono che esistano gruppi interessati a mantenere l’umanità in uno stato semi-.ipnotico o comunque depotenziato allo scopo di controllarla meglio. Senza arrivare a tanto, secondo me è vero che siamo noi stessi a volte a costruirci la nostra celletta.

Per carità, se ci stiamo bene nessun problema. Se invece abbiamo l’impressione che, come dire, ci vada un tantinello stretta, ecco che la perplessità, senza demolire nulla di quello che abbiamo costruito finora e a cui teniamo tanto, può aiutarci a coltivare un distacco sufficiente per vedere la situazione da una prospettiva nuova e auspicabilmente più ampia.

La Revisione della Routine

C’è chi quando vuole cambiare annuncia che esce a comprare le sigarette e non torna più. Non sempre è una buona idea. Anzi, quasi mai. Dovunque andiamo, porteremo con noi quello che siamo, e tenderemo a creare una situazione per la quale un bel giorno annunceremo di nuovo che usciamo a comprare le sigarette.

Può essere utile una procedura meno drastica. La mia personalissima esperienza mi dice che è possibile essere più graduali, passando dall’identificarsi con una situazione al comprendere che la situazione che stiamo vivendo è soltanto una delle situazioni possibili. E’ un concetto che somiglia un po’ a quello di Reality Transurfing coniato da Vadim Zeland.

In pratica, si tratta di distaccarsi un attimo da quello che sta succedendo. Revisionare la nostra routine mentre sta girando. Sì perché quello che stiamo vivendo alla fine non è altro dei pensieri e delle azioni che abbiamo prodotto finora. Se vogliamo cambiare, è evidente che dobbiamo cambiare i nostri pensieri e di conseguenza le nostre azioni, e ancora di conseguenza i nostri risultati. Occorre allargare la nostra mente, imparare qualcosa di nuovo.

Non si tratta, chiaramente, di premere un interruttore e via, come siamo abituati a fare nella nostra civiltà fast-food. Torniamo sempre al concetto di respons-abilità. Distaccarsi dalla situazione è un’abitudine, e come tutte le abitudini si acquisisce nel tempo, e applicando la consapevolezza. Esattamente come quando si vuole sviluppare la “tartaruga”. In quel caso, occorre decidere di andare in palestra, e andarci regolarmente per qualche mesetto, e in alcuni casi anche per qualche annetto.

Oppure, vogliamo parlare della dieta? Voglio qui menzionare Anna Menasci, una bravissima nutrizionista che a suo tempo mi aiutò a perdere una decina di chili in tempi ragionevoli. Mi disse, papale papale, che non serve “fare una dieta”, ma applicare la nostra consapevolezza per cambiare regime alimentare. Un consiglio che adopero ancora oggi, a quasi vent’anni di distanza.

Allo stesso modo, rivedere la nostra routine deve diventare una buona abitudine. E’ utile capire come non buttare il bambino con l’acqua sporca. Capire cioè quali aspetti della nostra routine è bene cambiare e quali invece, nonostante siano anch’essi pezzi di routine, rappresentino un aspetto vitale e costruttivo.

Così facendo, senza traumi eccessivi, la nostra vita inizierà a cambiare in meglio, perché diventeremo più respons-abili, cioè più abili a rispondere. Ci sentiremo più capaci, e questo ci porterà a vivere con sempre maggiore soddisfazione ogni aspetto della nostra vita.

Scuola: chi vuole studiare studia. E’ vero ragaSSi?

Ogni volta che la scuola sta per riprendere, si riaccende il dibattito. Come dovrebbe essere la scuola, soprattutto quella pubblica? Quali metodi di insegnamento usare? Come organizzare le classi? E la pianta organica? Eeeeh, la pianta organica, l’equazione a dieci incognite che ogni anno si ripresenta, puntuale come la morte e le tasse.

Quest’anno, poi, la questione si presenta anche più complessa, con le questioni sanitarie che sappiamo. Distanziamento sì, distanziamento no. Mascherine sì, mascherine no. Orari trasversali, diagonali, di sghimbescio… E le famiglie alle prese a loro volta con l’equazione a venti incognite: mandare i figli a scuola, non mandarceli, e insomma come gestire questi ragazzi in una situazione che nessuno sa come possa evolvere.

La mia personalissima opinione è che in tutto questo si vada a perdere un po’ il senso primario della scuola, che in buona sostanza dovrebbe essere: studiare. O, per essere più precisi ancora: imparare. Ancora meglio: imparare ad imparare.

Secondo me gli insegnanti di ogni livello, dall’asilo al master, dovrebbero sì spiegare i programmi (li pagano per quello) ma anche dare loro stessi con il loro comportamento un esempio di atteggiamento verso lo studio, far capire che non è poi quella “cosa bbrutta e ppesante”, che è bello imparare, conoscere, e soprattutto ragionare, su qualsiasi cosa. E serve non tanto per imparare un paio di date, ma per abituarci a capire e strutturare i problemi, trasformandoli in sfide e rendendoci capaci di affrontarle, assaporando il piacere di progredire.

Ho avuto la fortuna di trovare insegnanti, vorrei dire persone così, soprattutto al liceo, ma anche all’Università. Grande interesse non solo verso la loro materia, ma entusiasmo per la conoscenza in generale. Ed eccomi qui, a cinquantadue anni suonati, ancora desideroso di imparare e capire. Se si riesce a fare questo, tutte le discussioni infinite su “quale scuola” diventano semplicemente inutili.

In particolare, mi torna in mente il prof di spagnolo al liceo. L’ottimo docente, originario della Romagna, era solito dire: chi vuole studiare studia, èvero ragaSSi?

Trovo che in materia di studio e istruzione mai frase fu più pregnante. Mi ha sostenuto lungo tutto il liceo, l’università, il corso per agente immobiliare e infine la preparazione all’esame di stato per diventare giornalista professionista. Si tratta di un concetto che supera tutte le oggettive difficoltà del nostro sistema scolastico. Per esempio, il nostro liceo era in un ex-albergo abbastanza fatiscente. Ma questo non ha impedito alla nostra classe di raggiungere dei traguardi interessanti. A dimostrazione che chi solleva oltre le bagatelle quotidiane, da qualche parte arriva.

Arte vs Business

Mi è tornata in mente una bellissima persona, Renato Corrieri, a suo tempo titolare di una galleria d’arte a Livorno a cavallo, se la memoria non mi inganna, tra gli anni Ottanta e i Duemila. Ho avuto con lui diverse gustose conversazioni, e in questa occasione mi piace ricordarne una in particolare.

Il buon Corrieri, va detto, era un piccolo Mecenate, che dava spazio ad artisti giovani, sia di età che di spirito, che sperimentavano come se non ci fosse un domani. Ne venivano fuori anche delle cosine davvero stimolanti. Soltanto, l’anziano gallerista si lamentava del fatto che “il pubblico” (cioè, in definitiva, “il mercato”) voleva opere di altro tipo.

Colsi una simpatica contraddizione in tutto questo. Pensai: ma alla fin fine, che cosa vogliamo? Fare arte o fare business?

Per carità, non che le due cose siano sempre e necessariamente in contraddizione tra di loro. Ci sono casi eclatanti che ce lo confermano. Solo che si tratta di due approcci completamente diversi. Da quel che ne capisco io, fare “arte” vuol dire sperimentare, ricercare. Attività che non prendono in considerazione i gusti di un eventuale “pubblico”, e tantomeno di un’altrettanto eventuale “mercato”.

Il business, invece, vive proprio di “pubblico” e di “mercato”. Ovvero, non puoi (o per essere più precisi non è una buona idea) fare quello che ti pare, o anche semplicemente seguire la tua ispirazione. Devi fare degli studi su quello che vuole il tuo cliente finale… e darglielo come vuole lui, non come vuoi tu.

Le due cose non si inrociano mai? Certo che sì. Ci sono casi di artisti veri che, per diversi motivi, hanno incontrato i gusti di “pubblico” e “mercato”. Penso a Picasso e Dalì, che divennero l’equivalente di quelle che chiamiamo “rockstar”. C’era magari di mezzo un po’ di marketing artigianale anche da parte degli stessi artisti, ma dal momento che anche il marketing è arte, possiamo dire che questi geni hanno usato al meglio le loro capacità comunicative.

C’è poi il business, puro e semplice. Quello dove non c’è “ricerca” nel senso artistica del termine. Il “prodotto”, l’obiettivo non è la sperimentazione, ma il profitto. Un punto di vista assolutamente legittimo, ma che almeno in generale non ha niente a che vedere con l’arte.

Quale dei due approcci deve scegliere un artista?

Prima di tutto, abbiamo visto che esiste anche la possibilità di incrociarli. Cioè: l’artista può fare il suo gioco, e poi trovare il modo di attrarre l’attenzione del pubblico, creando interesse, e possibilmente anche valore, attorno alle loro opere. E probabilmente è questa la situazione più interessante.

Oppure, come a volte succede nel cinema, si producono alcuni film cosiddetti “di cassetta”, e con una parte del ricavato si producono pellicole di spessore, ma che probabilmente non renderanno altrettanto. Così, anche l’artista può produrre opere calibrate sul gusto del pubblico per fare “cassetta”, e poi dedicarsi a quello che veramente vuol fare. Spesso succede anche con i musicisti, che producono canzonette nella prima parte della loro carriera, per poi passare alle sperimentazioni che li interessano veramente.

Possiamo quindi scegliere una delle infinite sfumature tra pura arte e puro business. Come sempre, anche qui scende in campo la respons-abilità dell’artista, unico vero gestore della propria vita e della propria arte.

Goldoni e la motivazione

Alessandro Longhi – Ritratto di Carlo Goldoni (c 1757) Ca Goldoni Venezia – Close-up

A volte si trovano spunti nei posti più impensati. Di solito siamo convinti che lo studio sul pensiero umano sia iniziato solo di recente, e invece… Vi propongo un estratto da una commedia di Carlo Goldoni, Il ritorno dalla villeggiatura.

ATTO SECONDO, SCENA SETTIMA

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

BRIGIDA: No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

GIACINTA: E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?

BRIGIDA: Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.

GIACINTA: Ed io ne son sicurissima.

BRIGIDA: E donde può ella trarre una tal sicurezza?

GIACINTA: Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nell’agitazione in cui era, per cercare di divertirmi ho preso un libro. L’ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito. Fra le altre cose ho imparato questa: Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra. Per esempio, s’apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de’ cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell’onestà, della buona fama; oppure se questi non s’incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire d’abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finché la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s’apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.

BRIGIDA: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch’io leggere un poco su questo libro.

GIACINTA: Hai tu pure de’ pensieri che ti molestano?

BRIGIDA: Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, né men quando dormo.

GIACINTA: Dimmi qual è, che può essere ch’io t’insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.

BRIGIDA: Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch’io sono innamoratissima di Paolino, ch’ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.

GIACINTA: Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, né può essere sì molesto, che tu abbia d’affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene né a te, né a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell’amore, tu apra quella della speranza.

BRIGIDA: Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.

SERVITORE: Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.

GIACINTA: (Oimè!). Niente, niente, vengano. Son padroni.

SERVITORE (parte.)

BRIGIDA: Eccoci al caso, signora padrona.

GIACINTA: Sì, ho piacere di trovarmi nell’occasione.

BRIGIDA: Si ricordi della lezione.

GIACINTA: L’ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l’ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.

BRIGIDA: Rida e scuota la macchina, e si diverta.

Il testo è del tardo Settecento. Eppure Giacinta ha nella sua biblioteca un libro che si intitola Rimedi per la malattia dello spirito. Wow! Siamo di fronte, né più né meno, a un testo che parla di motivazione. Non sappiamo se sia vero o inventato da Goldoni, ma se l’autore lo ha inserito, è evidente che si tratta di un tipo di testo che circolava largamente tra coloro che sapevano leggere. Che cosa insegna questo testo? A contrastare i pensieri negativi.

Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.

Ovvero: quando ci passa della spazzatura nella testa, occorre creare il pensiero esattamente opposto. Nella nostra mente si trovano “infinite cellule, dove stan preparati più e diversi pensieri”. A questo punto ” la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.”. Ovvero, quando ci passa per la testa qualcosa che ci toglie energia, si può imparare ad allontanare quel tipo di pensiero, rivolgendo la mente ad un altro tipo di dialogo interiore più costruttivo.

A quanto pare, già nel Settecento avevano le idee abbastanza chiare in proposito.

E’ ora di crescere?

I due lettori che mi seguono con una certa costanza (e li ringrazio per la sopportazione) sanno bene che sono un po’ fissato con il concetto di respons-abilità. Ovvero: il nostro scopo nella vita dovrebbe essere imparare sempre meglio ad essere “capaci di rispondere”. Invece di sprofondare nei problemi, dovremmo vivere cercando soluzioni.

A prima vista sembrerebbe facile. Nei fatti, sembra difficilissimo. E’ infatti palese che viviamo in un’ambiente che non facilita per nulla la presa di responsabilità da parte delle singole persone. La prima cosa che ci viene in mente quando ci troviamo in difficoltà è chiedere qualcosa a qualcuno. Che poi magari troviamo soluzioni anche da noi è un altro paio di maniche, ma il primo pensiero comunque è quello di andare da qualcuno con il cappello in mano.

Forse è ora di abbandonare atteggiamenti di questo tipo. Rendersi conto che. in definitiva, prima di prendere (o di pretendere) dobbiamo dare. Piuttosto che essere parte del problema. dovremmo essere parte della soluzione. Controintuitivo? Certamente. Mediamente, siamo abituati ad avere la pappa scodellata. E ci piace. Il piccolo problema è che in questo modo i nostri muscoli proattivi si atrofizzano. E quando poi. come a volte capita. la pappa scodellata viene a mancare, son dolori.

Dunque? Dunque, quando la pappa scodellata c’è. godiamocela pure. Ma intanto, facciamo dei piccoli passi avanti. Cominciamo ad allenarci- Ogni tanto, soffermiamoci a considerare chi siamo e cosa vogliamo veramente. A immaginare come risolvere quel problemino da soli invece di appoggiarci a qualcun altro. Sono sforzi che alla lunga ripagano parecchio. e migliorano la qualità della vita. nostra e degli altri.

Pensieri sulla Paura e sui Fortini

Ritengo che la Paura di qualcosa spesso faccia più danni della cosa in sè. Mettiamo, ad esempio, che ci sia in giro qualcosa, che ne so, un virus, il terrorismo, la prospettiva di un’invasione aliena… Quel che volete. Cominciano a circolare delle notizie, magari contraddittorie. Può anche capitare, che so, che il governo decida, per prudenza, di chiudere la popolazione in casa per un periodo, mettiamo due mesi.

Metttiamo anche che questa “cosa” effettivamente esista, per carità ci mancherebbe, ma che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia veramente idea di come sia fatta, di come funzioni e soprattutto di come affrontarla efficacemente. In scenari come questi, quale sarà mai la strategia migliore? E’ molto probabile che il nostro istinto ci dica che dobbiamo erigere un Fortino.

Sì, esattamente come quelli dei film western, che poi sono la versione moderna delle fortezze medievali. Una struttura chiusa, con delle alte mura e con delle palizzate in alto, dove sono praticate delle feritoie che permettono di sbirciare fuori e, all’occorrenza, infilarci un fucile o altra arma atta alla difesa del Fortino.

Tutto questo serve, almeno nelle intenzioni, a proteggerci. Il concetto è il seguente: se io mi creo un ambiente chiuso, dove nessuno può entrare se non lo invito io, sono protetto e non mi può succedere nulla. Di conseguenza, una volta eretto il Fortino, devo difenderlo dal Nemico. Ovvero, tutto ciò che vuole entrare nel mio Fortino senza essere invitato. O anche, tutto ciò che io penso che voglia entrare senza essere invitato.

A prima vista, la mentalità del Fortino sembra funzionare alla grande. Per un po’, possiamo anche essere convinti che sia la migliore. Se ci pensiamo bene, però, questo rinchiuderci ci porta progressivamente a vivere un po’ come Zio Paperone nel suo deposito. Dormi con un occhio solo con lo spingardino, per paura che arrivi la Banda Bassotti. Come canta il Poeta.

Quindi, come soluzione non sembra particolarmente geniale. Non era quello il tuo obiettivo. Tu volevi sentirti sicuro, ma il risultato è che invece vivi di insicurezza. Non solo. Più ti isoli, più le tue paure aumentano. E più senti la necessità d rinchiuderti nel tuo Fortino. Un enorme cane che si morde la coda, una spirale verso il basso di dimensioni cosmiche.

Purtroppo, o per fortuna, la vita è rischio. Rischio calcolato, progressivo, prudente, certo. Ma pur sempre rischio. Ed è anche un cammino di conoscenza, per allargare la nostra mente e renderci sempre più abili e respons-abili. Sempre più capaci di risolvere problemi e affrontare situazioni. Diversamente, andiamo incontro a quella che si può a buon diritto definire una morte in vita. Più si teme quello che non conosciamo, invece di cercare di conoscerlo, più retrocediamo da esseri umani a bipedi.

Ritrovarsi

Quando ci sentiamo “smarriti” è perché abbiamo perso di vista quello che davvero desideriamo. La vita quotidiana, con i suoi numerosi impegni, attira così tanto la nostra attenzione che finiamo per pensare che esista solo quella. E dal momento che alcune volte le cose vanno “male” (cioè, diversamente da come vogliamo noi) càpita che cominciamo a pensare che la nostra vita sia brutta, inutile, scialba.

Eppure, se ci pensiamo bene, quella situazione cosi brutta, inutile e scialba l’abbiamo creata noi. Proprio così: siamo sempre respons-abili di quello che ci accade. Se la nostra vita ci appare piatta, vuol dire che abbiamo perso di vista il nostro perché. Quello che vogliamo davvero.

Siamo talmente assorbiti dalle minuzie del giorno che non riusciamo più a ricordarci chi siamo quale sia la nostra mission. Di conseguenza, facciamo cose e abbiamo pensieri che non hanno granché significato. Da qui, quella frustrazione che ci coglie di quando in quando.

Per fortuna, come tutto nell’universo, anche questo processo è reversibile. E non servono tecniche astruse o alla portata di pochi. E’ sufficiente farsi due o tre semplici domande. Qualcosa del tipo: chi sono io? Che cosa voglio? Quale potrebbe essere il mio contributo?

Facciamolo adesso, e ascoltiamo le risposte. Di qui in poi, è tutta questione di allenamento. Quando arriva la frustrazione, quando lo smarrimento bussa alle porte della nostra mente… vai con le domande.

Vedrete che presto le vostre giornate avranno molto, molto più senso.

Falla semplice

Molto spesso la strada migliore da seguire è quella più semplice.  A volte ci sembra invece che il mondo sia strutturato per rendere le cose complicatissime. Te lo dico subito: in parte è una nostra impressione, e in parte è proprio così.

Ci sono in giro persone il cui scopo nella vita è rendere complicato qualcosa. Ad esempio: ti sei mai misurato con le leggi e la burocrazia? Per qualunque iniziativa tu voglia portare avanti, ci sono moduli da compilare, documenti da mettere insieme e – soprattutto – leggi regolamenti e circolari da conoscere.

Questo ovunque, in qualunque parte del mondo e in qualunque epoca. Tanto che è complicatissimo fare da sè, e bisogna rivolgersi a dei consulenti, dal momento che all’ufficio a cui ti rivolgi per fare istanza  “non compete” darti una mano.

Come mai funziona così? Ebbene: immagina se per un caso del destino si decidesse di fare leggi semplici e chiare, e si imponesse ai funzionari degli uffici di dare la necessaria assistenza agli utenti. Sarebbe il finimondo: sparirebbero una marea di posti di lavoro. E non sarebbe bello, non trovi?

Quindi, il mondo è sicuramente un posto complicato. Poi, però, ci siamo noi. Ed effettivamente, facciamo la nostra parte per complicarlo ancora di più. La nostra mente genera a sua volta, in continuazione, leggi regolamenti e circolari non dissimili da quelle che troviamo nel mondo esterno. Dentro noi non c’è meno burocrazia che fuori. Ci mettiamo un sacco di regole, molte delle quali sono assurde esattamente come quelle che ci disturbano quando compiliamo la dichiarazione dei redditi.

Orbene: non possiamo cambiare il mondo esterno, perlomeno non in un istante. Ma, sempre nello stesso istante, possiamo cambiare noi. Cerchiamo di capire che per essere felici non occorre che tutto vada “bene” (cioè, ricordiamolo sempre, come vogliamo noi, come ci piace). Serve “farla semplice”, cioè essere felici a prescindere, sapendo che, se una strada non ci porta al nostro obiettivo, possiamo sempre trovarne un’altra meno complicata. A volte, capita anche che arriviamo alla conclusione che dopotutto quell’obiettivo non era poi così fondamentale.

Un bel risparmio di energie, non trovate?