Guarire il passato

Non so se succede anche a voi, ma quando mi sento un po’ “scarico” trovo molto utile andare alla ricerca delle cause delle emozioni che mi sottraggono energie. Di solito, infatti, le emozioni sono legate a momenti ben precisi, da cui traggono origine.

Spesso quindi, quando provo delle emozioni non esattamente costruttive, provo a domandarmi quand’è stata l’ultima volta che ho provato quello specifico stato d’animo. Ne emerge praticamente subito un’episodio del passato.

Ed ecco un’aspetto curioso: almeno per me, sembra più facile manipolare il passato che non il presente. Proviamo a calarci nella situazione, e consideriamone i vari aspetti. Dove siamo? L’immagine che vediamo è in bianco e nero o a colori? Ci sono dei suoni? Quali? Ci sono delle sensazioni olfattive o tattili, odori, sapori? E via discorrendo.

Ora, si tratta di modificare queste caratteristiche, usando l’immaginazione. Ciascuno di noi ha un senso dominante: chi l’udito, chi la vista, chi il sistema olfatto-tatto-gusto, detto anche il complesso cinestesico. Se non sappiamo già quale sia, proviamo a giocare con gli aspetti visivi, uditivi e cinestesici della situazione che visualizziamo. Ad esempio, passiamo dal colore al bianco e nero, abbassiamo il volume, diminuiamo il livello di odori, sapori e sensazioni tattili.

Sono pronto a scommettere che dopo questo trattamento la situazione recuperata dal passato avrà perso molta di quella che potremmo chiamare la sua… carica ossessiva.

Pareto applicato alla felicità

Il Principio di Pareto sembra si possa applicare in definitiva a qualsiasi ambito della nostra vita. Anche nel caso di quel senso di appagamento che generalmente denominiamo felicità. Se ci facciamo caso, infatti, anche l’80 percento della nostra felicità deriva dal 20 percento dei momenti che viviamo. Il restante 80 percento scorre tra routine quotidiana e momenti orrendi e momenti gradevoli-ma-niente-di più.

Il problema nasce al momento in cui dimentichiamo questa proporzione, e ci concentriamo sugli istanti che ci portano soltanto il 20 percento di gioia. Per motivi che qui non ci soffermiamo ad analizzare, sembra proprio che questa sia la nostra modalità di default. Ovvero, per nostra natura tendiamo a soffermarci su esperienze un po’ bruttarelle, sgualcite, che non sanno di granché o che proprio ci mettono in uno stato d’animo un tantino spento se non proprio deprimente.

Si tratta, come avrete già capito, di uscire da questa dimensione un tantino da Purgatorio dantesco, di cambiare un percorso mentale abitudinario. Come spesso capita in questi casi, occorre un tantino di consapevolezza. Prendiamo dunque le distanze dai nostri pensieri e dalle nostre azioni, e iniziamo a costruire un vero e proprio archivio di quel 20 percento di esperienze che forma l’80 percento della nostra felicità.

Messi insieme quattro-cinque momenti di questo tipo, teniamoli pronti all’uso. Non appena scivoliamo nel Limbo della Tristezza… oplà! usiamo la consapevolezza per attivare il ricordo dell’esperienza piacevole e/o motivante. Con il tempo svilupperemo l’abitudine ad attivare in automatico pensieri di questo tipo, che ci daranno la spinta mentre siamo immersi nella routine.

Io e gli Assiomi di Zurigo: 1- Rischio (e preoccupazione)

Sono rimasto subito incuriosito quando ho letto sul blog Efficacemente.com di Andrea Giuliodori del volume The Zurich Axioms, di Max Gunther. Si tratta di una serie di regolette che a mio parere aiutano molto coloro che si dilettano di investimenti. Man mano che leggo, metterò giù delle noterelle su ciascuno dei capitoli.

Il primo assioma è: gestire il rischio. Che investire sia un rischio, ormai lo sanno anche i sassi. Per investire, meglio non usare denaro che ti serve a breve termine, tipo per mangiare. Questo per un motivo molto semplice: rischiamo di dover disinvestire prima di aver guadagnato.

Una volta che però abbiamo assicurati i bisogni fondamentali, è bene mettersi in testa che con uno stipendio, per quanto buono, non si diventa ricchi, nel senso di avere entrate molto più grandi delle nostre spese. Occorre investire o, come dice Gunther, “scommettere”, correre dei rischi calcolati. Alzarsi dal divano e farsi carico dello sviluppo della nostra intelligenza finanziaria.

Qui entra in gioco la gestione del rischio. Molti cominciano ad investire come se giocassero alle slot machines. E se è vero che Gunther usa (anche) il termine “scommettere” parlando di investimenti, si tratta in realtà di un modo di scommettere un po’ diverso da come siamo abituati a concepire la scommessa in Italia, dove il termine equivale a “gioco d’azzardo”.

Qui si tratta invece di scegliere un veicolo finanziario, metterci dei soldi e aspettare che il mercato ci dia ragione, ovvero che per noi quella posizione vada in guadagno. Detto così sembra semplice, e infatti lo è. Talmente semplice che a volte sembra troppo banale per essere vero.

Il punto è che spesso negli investimenti si commette un errore marchiano: ci mettiamo soldi che in realtà ci servono a breve termine. Questo rende molto difficile attendere che la nostra posizione vada in attivo secondo gli obiettivi che ci eravamo posti.

Se invece ci mettiamo in grado di essere talmente disciplinati da non toccare i soldi investiti, evitando di ritirarli quando siamo in perdita, nel medio termine non mancheranno le soddisfazioni

Svegliati!

Ho appena finito di leggere “Come diventare una persona di successo” di Paramhansa Yogananda. Non è il primo suo testo che ho preso in esame, quindi non saprei dire se il clic è scattato in questa occasione. Ma mi è venuto in mente che alla fin fine la filosofia di questo autore, almeno per quanto mi riguarda, si può condensare in una sola parola, un’esortazione: Svegliati!

Tendiamo infatti, anche durante il giorno, a cadere in una specie di sonno. Spesso finiamo per agire seguendo delle abitudini, in uno stato molto simile all”incoscienza. Il che è molto utile per i compiti di routine, ad esempio guidare l’automobile, ma non per capire quale sia il nostro vero scopo nella vita.

Di tanto in tanto, dunque, conviene rammentare che è necessario svegliarsi. Dico di tanto in tanto, non continuamente, perché, almeno nella mia esperienza, non è male lasciare che la mente vada dove vuole. Non fosse altro che per poterne esaminare i contenuti e determinare, quando serve, quali sono utili per la nostra crescita personale.

Ogni tanto, tuttavia, bisogna svegliarsi. Ovvero, prendere in considerazione il dato di fatto che là fuori esiste molto, molto di più di quello che crediamo di sapere e di conoscere.