Riempirsi la fossa

sand-158804_640“Ti sei scavato la fossa”

Stava lí, con l’indice puntato tipo canna di fucile. E in un certo qual modo il colpo era arrivato a segno. per un momento mi sentii completamente smarrito. Ero praticamente certo che sarei morto a breve.

La mia vita era un disastro. Avevo sbagliato tutto, e quando dico tutto intendo veramente  tutto. Niente escluso. E fosse soltanto quello. Il punto era che assolutamente irrimediabile. Ero semplicemente condannato.

O no?

Dopotutto, quello che sentivo era appunto questo, una sensazione. Vale a dire, un ‘opinione.  Una credenza. Una valutazione basata su quello che era successo. Anzi, a voler essere precisi, su quello che pensavo  che fosse successo. Ancora di più: su quello che qualcun altro pensava che fosse successo. 

Quindi, non era detto che la mia interpretazione della realtà fosse corretta. E sorge spontanea la domanda: qual è l’interpretazione corretta della realtà?  Secondo le mia esperienza la risposta è tutte e nessuna.

Dal momento che il mondo è molto più grande di noi, non possiamo concepirlo nella sua interezza. Possiamo solamente focalizzare alcuni aspetti di esso. Ne deriva che ognuno di noi giudica il mondo secondo la sua esperienza, che è parziale.  E che quindi ognuno di noi ha un giudizio diverso della stessa situazione.

Ma se è così, quando un’interpretazione non ci piace ne possiamo sempre scegliere un’altra. E quale ci conviene scegliere? Spesso finiamo per scegliere quella più depotenziante, perché così evitiamo di essere respons-abili. Se ci capita qualcosa che non ci piace, possiamo pensare che la colpa è di Tizio o Caio, o genericamente “del mondo”.

Pensandoci bene, tuttavia, non sarebbe meglio scegliere un’interpretazione più potenziante? Ovvero, una valutazione della realtà che ci fa pensare di poter farei qualcosa?

In apparenza questo sembra faticoso, ma se ci penso bene mi rendo conto che vederla in questo modo costa esattamente tanta fatica quanto sopportare le conseguenze del sentirsi sfigati. Con la differenza che possiamo diventare protagonisti della nostra vita, invece di dipendere sempre da qualcun altro che confermi (o meno) le nostre scelte.

In questo modo, una palata alla volta possiamo riempirci la famosa fossa. Ovvero, ammesso che davvero abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, possiamo cominciare a creare le premesse per rimediare.

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L’ammucchiata dei problemi

compass-152121_640Ci sono persone che vivono immerse nei problemi Si alzano pensando ai problemi, vivono la loro giornata in preda ai problemi, vanno a letto e faticano ad addormentarsi perché pensano ai problemi.

Soprattutto, abbiamo spesso la percezione di non avere un solo problema, ma una specie di ammucchiata di problemi che si intorcinano e si avvolgono l’uno sull’altro fino a formare una matassa intricata, che sembra pesare come il piombo.

In alcuni casi si arriva alla “disperazione“, cioè alla non-speranza, ovvero alla sensazione che non ci sia alcuna via d’uscita dai nostri problemi.

La mia esperienza mi suggerisce che hanno ragione quegli autori secondo i quali (a) i “problemi” sono piuttosto delle “sfide” che la vita ci pone (b) le sfide “grosse” possono sempre essere suddivide in sfide più piccole e più maneggevoli.

Risolvere i problemi significa metterli in fila. Possibilmente in ordine di priorità, così da poterli risolvere uno alla volta oppure ridurli in problemi più piccoli.

Ecco che allora la matassa di cui parlavamo diventa decisamente più leggera. E si sperimenta un curioso fenomeno. Laddove prima eravamo in una spirale distruttiva,  verso il basso, adesso imbocchiamo una spirale positiva, verso l’alto.

Man mano che procediamo su questa linea, ecco che i problemi che prima ci sembravano enormi diventano molto più gestibili. Ci avviamo a diventare protagonisti della nostra vita. Il che, secondo me, dovrebbe essere l’obiettivo primario di ciascuno di noi.

Niente di (troppo) importante

scale-311336_640Approfondendo il Reality Transurfing ho notato un concetto molto utile: non si può dare troppa importanza a nulla.

Con questo, non intendo che niente sia importante. Accidenti se ci sono cose importanti nella vita. Per esempio, avere un lavoro o comunque un mezzo di sostentamento è importante.

Così, sempre per esempio, anche il rapporto di coppia. E’ meraviglioso avere una persona speciale con cui condividere i sogni. E’ importante? Ci potete scommettere.

Tuttavia, tutto questo non può essere troppo importante.

E come diamine si fa a distinguere tra importante e troppo importante?

Personalmente, ritengo di essermi fatto un’idea in merito.  Un aspetto della nostra vita diventa troppo importante quando limita le nostre potenzialità. Quando ci fa sentire impotenti, cacciandoci in una situazione sgradevole dalla quale non sembra esserci via d’uscita.

A quel punto, ritengo occorra tornare alla celebre battuta di Einstein per la quale un problema non può essere risolto allo stesso livello di pensiero al quale si era creato. Ovvero, occorre uscire dall’insieme delle soluzioni usato finora per trovarne di nuove.

 

Reality Transurfing

pendulum-242740_640Mi sto interessando al Reality Transurfing,  il modello di realtà sviluppato e promosso da Vadim Zeland e devo dire che lo trovo molto interessante.

Praticamente, si tratta di un’applicazione della fisica quantistica, in particolare del principio di indeterminazione. Ovvero, non possiamo sapere come saranno le cose tra dieci secondi. Il nostro universo non è un meccanismo perfetto, funziona su base probabilistica.

Ne deriva che esistono infinite “versioni” della nostra realtà, tra le quali possiamo scegliere quella che ci dà più soddisfazione, che ci porta a vivere i nostri obiettivi e i nostri valori.

In effetti, se ci si pensa bene, perché dovremmo rimanere in una versione della nostra vita che non ci soddisfa? Se siamo in una determinata situazione, è evidente che ci siamo arrivati in seguito a una serie di scelte.

Magari ci siamo fatti trascinare da quello che il Reality Transurfing chiama pendolo, ovvero delle energie che ci portano fuori strada, ma nessuno ci obbliga a continuare. Possiamo scegliere di imboccare un altro sentiero.

Perché abbiamo sempre il potere di scegliere. Fa parte della nostra respons-abilità. Se non siamo soddisfatti della versione della realtà in cui stiamo vivendo possiamo decidere di dirigerci verso un’altra versione più gratificante.

Questo lo possiamo fare esaminando le caratteristiche della versione della realtà in cui ci troviamo. Probabilmente c’è un aspetto a cui stiamo dando una tale importanza da permettergli di inchiodarci nell’insoddisfazione.

Letture consigliate:
Vadim Zeland ha descritto il suo modello del mondo in tre volumi:
Lo spazio delle varianti, Il fruscio delle stelle del mattino e  Avanti nel passato. I testi sono disponibili in italiano anche in un unico volume. 

Ma quante cose fai?

kaliQuando le persone mi chiedono cosa faccio,  comincio a descrivere le mie attività, e a un certo punto mi fermano esclamando: ” Ma quante cose fai???

La convinzione diffusa infatti è che una persona per vivere debba fare una data cosa x, punto e basta. Se faccio il bancario, faccio solo il bancario, così il meccanico, il macellaio, l’impiegato eccetera. Il percorso di vita ideale sembra essere:  nascita—->buoni voti a scuola—>posto fisso—>pensione—->morte

Per un certo periodo tutto questo è parsa una mappa corretta del territorio, un modo giusto di interpretare la realtà. E ha funzionato per una o forse due generazioni di persone.

Prima e dopo, cioè adesso, non è più cosi. Come insegnano i formatori finanziari, in particolar modo Robert Kiyosaki, adesso non è più così. E neanche prima di queste due generazioni. In sostanza, il modello “entro-in.un-azienda-e-ci-arrivo-alla-pensione” è stato valido solo per un periodo di tempo che, tutto sommato, dal punto di vista storico è abbastanza breve.

In questo momento le cose stanno diversamente. Occorre essere imprenditori nell’animo . Anche quando ci capita di essere dipendenti, dobbiamo essere consapevoli che non si può contare sul posto cosiddetto fisso. Dobbiamo avere obiettivi di fatturato sviluppare intelligenza finanziaria. Ovvero, capire quali sono le tecniche per gestire il denaro. Senza contare che è utile anche sforzarsi di acquisire nuove competenze.

Questo è il motivo per cui cerco sempre di avere più gambe finanziarie. In questo post (che minaccia di diventare chilometrico) mi propongo di illustrare quali sono queste gambe e perché le ho scelte. Magari potrà essere utile a qualcuno. Sicuramente sarà utile a me per un po’ di introspezione.

Multi Level Marketing.  Costruire reti di consumatori, ed essere pagati per questo. Ritengo che sarà la mia (congrua) integrazione pensionistica. A parte questo, trovo che sia fantastico per chi, come me, la vendita non sa neanche dove sta di casa.

L’unica fregatura di questo tipo di attività è che è libera. Facile da fare, ma anche facile da non fare. Per ottenere risultati è assolutamente necessario uscire più o meno velocemente dalla nostra zona di comfort.

E’ un’attività assolutamente per tutti. Non richiede titoli di studio, non sta a vedere se sei uomo, donna, altro, bianco, nero, giallo o a pallini. Costa pochissimo iniziarla, la puoi gestire come vuoi. Nessun capo che ti sfiata sul collo.

Se vuoi sapere nel dettaglio come funziona io e la mia upline saremo lieti di spiegartelo. Scrivimi a notiziedalivorno(at)gmail.com

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Giornalismo:  La radio è sempre stata la mia passione, si può dire, fin da neonato.  Da piccolo uccidevo i miei genitori mettendo i dischi nel mangiadischi  e parlandoci sopra.

Non c’era nessuna garanzia che un giorno potessi arrivare da qualche parte in questo modo, anche perché facevo ‘sti numeri prima ancora che in Italia si avesse idea che sarebbero arrivate le radio private.

Eppure. Ci ho messo un tantino, ma prima sono riuscito a diventare uno speaker professionista, poi un giornalista, sempre professionista, poi ad entrare in graduatoria per un’eventuale assunzione in Rai,  che  si è concretizzata alla fine del gennaio 2017.

Devo dire che nemmeno io mi aspettavo di arrivare così lontano. Evidentemente, la politica del fare un passo avanti funziona.

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Investimenti:  – Come dice giustamente Jim Rohn, “Profit is better than wages” , ovvero “Il profitto è meglio dello stipendio.”  Bene lavorare, bene darsi da fare, ma se non impariamo a gestire i soldi  rischiamo di non creare mai del cashflow, ovvero di non mettere mai nulla da parte, e quindi di non imparare mai ad investire.

E’ bene notare che per investire non esiste una formula magica. O per essere più precisi, ne esiste una per ciascuno di noi. Dobbiamo studiare. Cercare di capire come funzionano gli strumenti di investimento, magari rubando qualche ora alla televisione.

Forex  -Azioni -Tecniche di risparmio

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Immobiliare. Questo è un campo dove in realtà sto appena cominciando a mettere il naso. In realtà, da qualche anno ho superato l’esame in camera di commercio per mediatore, ma non ho mai esercitato. Il motivo è molto semplice: la legge impone ai mediatori immobiliari di esercitare il mestiere in esclusiva. Insomma, non puoi fare altro.

Lo fa per garantire qualità per il consumatore, senza dubbio. Io però l’ho sentita come una limitazione.  All’epoca poi (2007) stavo avendo discrete soddisfazioni come giornalista, per cui lasciai perdere. Ancora oggi sono dello stesso parere, e semmai entrerò nel settore come procacciatore d’affari o addirittura come investitore in proprio. Come immobiliarista, più che come agente immobiliare.

Il campo è sicuramente complesso, con tutta la burocrazia e le leggi che lo caratterizzano. Ma proprio per questo rappresenta una sfida interessante. Quantomeno uno stimolo ad imparare cose nuove ogni giorno. Senza contare che ci sono persone che ci campano, e può essere interessante approfondire come fanno.

 

 

Perfezionismo? No grazie

perfectionIl perfezionismo, ovvero la pretesa che tutto vada secondo le proprie aspettative, spesso fa più danni della grandine.

Certo, è cosa buona e giusta avere degli obiettivi. E anche perseguirli con una certa determinazione, in modo da uscire dalla nostra zona di comfort.

Il problema,  a mio parere, sorge quando ci dimentichiamo che il fallimento non esiste. Quando pensiamo che stiamo fallendo, in realtà siamo in una fase di apprendimento. Stiamo imparando.

Spesso non tolleriamo queste lezioni. Vorremmo che il raggiungimento delle nostre mete fosse lineare e senza inciampi. Il che non è possibile. E, se accadesse, non avremo imparato quello che serve. Se per caso raggiungiamo ciò che vogliamo, siamo soggetti a perderlo facilmente perché non sappiamo come mantenerlo

Il perfezionismo, poi,  è nemico giurato della flessibilità, ovvero la capacità di trovare leve positive in qualsiasi situazione. Pretendiamo che le cose vadano in una certa maniera, e solo in quella.

Dal momento che l’esito favorevole è uno solo, e quelli possibili sono molti,  ecco che abbiamo più possibilità di essere delusi che di essere soddisfatti.

Se invece riusciamo ad avere quel tot di flessibilità necessario per trasformare i “fallimenti” in esperienze, ecco che aumentiamo di parecchio le nostre possibilità di riuscita.

L’unica malattia veramente mortale

cerottoQuando capita di avere un congiunto in ospedale si ha l’occasione di riflettere sulla relativa fragilità del nostro corpo. E si imparano moltissime cose.

In ospedale ci si sente sradicati dal proprio ambiente. E questo al di là dell’encomiabile impegno del personale sanitario, che ho avuto modo di riscontrare in più occasioni.

So bene che l‘argomento malattia e morte nella nostra società è un vero e proprio tabù. Ma d’altra parte sono situazioni che fanno parte della nostra condizione umana. Ritengo pertanto che sia meglio conoscerle e gestirle che ignorarle, e lasciare che ci disturbino dal fondo del nostro subconscio, manifestandosi di quando in quando con le simpaticissime crisi di panico, ovvero di paura non si sa di che.

Del resto, abbiamo un corpo, e il corpo si può ammalare. Il lato positivo è che possiamo imparare a conoscerne il funzionamento, e quindi capire come trattarlo meglio.

Questo anche quando, per una serie di circostanze, ci troviamo alle prese con una malattia, ovvero un malfunzionamento di qualche organo del nostro corpo. Anzi, spesso succede che proprio quando ci si ammala si ha l’occasione di imparare qualcosa.

Prendiamo l’infarto. Perfino la parola mette paura. Eppure, quante volte ho sentito di persone che, proprio dopo questo evento ritenuto così spaventoso, hanno imparato a rispettare il proprio corpo, migliorando il loro stile di vita  e quindi, diventando tecnicamente più sani di prima.

Che dire di un tumore? Altra parola terrificante, che suona come una condanna. Tuttavia, anche qui di altro non si tratta che di un malfunzionamento del nostro corpo, che in molti casi può essere gestito piuttosto bene, garantendo a chi si ammala un aspettativa di vita pari a quella di una persona perfettamente sana.

L’unica malattia veramente mortale è arrendersi, ovvero rinunciare a gestire le nostre emozioni, lasciarsi travolgere dal caos. Tutto il resto è fuffa.

Pensiero e memoria, ovvero l’arte del pensare in avanti

freccia_avantiPer procedere nella vita bisogna pensare.

Direte voi, ma io penso continuamente. Il punto è che spesso non si pensa. ma si ricorda. Ovvero, ci rigiriamo nella testa delle situazioni passate, cioè dei ricordi. Preferibilmente, ricordi di momenti in cui abbiamo fallito. Il che, come si comprenderà, non è una buona idea, se vogliamo crescere come persone.

Ma allora, cosa significa pensare? Vuol dire pensare attivamenteovvero immaginare la situazione che vogliamo creare piuttosto che quella in cui ci troviamo.

Non è complicato. Si tratta in definitiva di cambiare abitudini. Infatti, se “pensare all’indietro” è un’abitudine, possiamo invece sviluppare l’abitudine di “pensare in avanti“.

Come sempre, non si tratta di spingere un bottone o ingoiare una pillola. Pensare in avanti presuppone (e aridaje) che uno si prenda la responsabilità della propria vita.  Ovvero, che decida di rispondere in modo costruttivo a quello che ci succede tutti i giorni.  Diversamente, continueremo a generare la realtà in cui viviamo.

Network Marketing: Parla di meno, con più persone

blablablaQuanto tempo ed energie se vanno parlando troppo con persone che non ne vogliono sapere di fare Network Marketing? Quantità industriali.

Certo, è una bella cosa essere entusiasti della nostra attività e cercare  di trasmettere il nostro entusiasmo a chi abbiamo di fronte, ma dobbiamo anche considerare che non tutti siamo uguali.

Noi abbiamo preso la decisione di usare il network marketing per cambiare la nostra vita, ma altre persone potrebbero non vederla nello stesso modo. E non sarà certo la quantità di informazione che rovesciamo addosso al malcapitato di turno a fargli cambiare idea.

Anzi, potremmo ottenere l’effetto opposto. Dopo il “trattamento” è possibile che il nostro interlocutore non ne voglia più sapere, non solo dell’attività,  ma neanche di noi. Il che non è certo un bel risultato, per un’attività che vive di relazioni.

Quante volte mi è capitato di fare presentazioni del business lunghissime, anche quando era evidente che il mio interlocutore stava morendo di noia? Forse, ma solo forse, era il caso di lasciar perdere, e usare quel tempo per fare un contatto o lavorare sulla lista nomi.

Dobbiamo allora capire che non tutti faranno questa attività,  o meglio non tutti sono pronti a farla nel momento in cui gliela proponiamo.

Come sempre, si tratta di un gioco di numeri. Se concepiamo la nostra lista nomi come un mazzo di carte,  più contatti facciamo, più è probabile che trovi il mio “asso”.

Ne deriva che la cosa migliore è parlare di meno, con più persone. Ovvero: quando contattiamo, o facciamo una presentazione, non diamo troppe informazioni, se il nostro interlocutore non si mostra curioso di approfondire. Se non c’è interesse, lasciamo perdere quella persona, almeno per ora, e next. Passiamo alla prossima.

Network Marketing, 5 (cinque) semplici mosse per essere duplicabili

matrixp_planOrmai  sono un po’ di anni che faccio Network Marketing. Mi trovo sempre più d’accordo con una affermazione, che secondo me è estremamente potenziante:

Non bisogna essere bravi, bisogna essere DUPLICABILI

Ovvero, questo tipo di attività non è come gli altri business legati alla vendita. Quando fai vendita tradizionale, allora sì che devi essere “bravo”. Ovvero, fare di più e meglio degli altri. Qui no.

Specie quando entrano, le persone spesso non hanno mai fatto una vendita in vita loro, e devono fare dei piccoli, semplici passi. Oppure hanno fatto vendita, ma non possono adoperare le loro competenze, perché fatalmente si troveranno a loro volta ad aver a che fare con persone che non hanno mai venduto.

Quindi, anche se siamo campioni nella vendita (cosa che io non sono) qui dobbiamo essere campioni nel rendere facile ai nostri sponsorizzati svolgere l’attività. Dal che deriva che dobbiamo essere noi i primi a rendercela facile.

In un certo senso, siamo avvantaggiati se non siamo mai stati venditori.  Non dobbiamo disimparare l’atteggiamento del salesman per imparare quello del networker. Ovvero della persona comune che impara a costruire quelle che in definitiva sono reti di consumatori.

Tutto questo per arrivare a un concetto ben preciso: il Network Marketing è fatto di azioni molto semplici, che tutti possono fare.  Quali sono queste azioni? Secondo me la sintesi più efficace è quella di Alex Herciu, fondatore del sito Info Network Marketing

  1. Condividere il prodotto.  Penso che questa sia la base dell’attività. Se ti piacciono i prodotti, se ne sei entusiasta, è evidente che ti sarà molto più facile promuoverli. Questo può accadere soltanto se i prodotti  li usi.
  2.  Condividere l’opportunità. Mettere in pratica questo punto è principalmente una questione di focus, di concentrazione. Occorre imparare ad ascoltare le persone quando parlano. Il che non è semplice perché, quando parlano gli altri, noi generalmente stiamo pensando a quello che risponderemo.
    Se invece ci abituassimo ad ascoltare, aumenteremmo senz’altro la possibilità di sentire persone che cercano un’opportunità di guadagno. Possiamo allora proporre la nostra. Magari non farà per loro, ma non è un problema nostro. Noi giochiamo sui grandi numeri.
  3. Fare amicizia. Conoscere sempre persone nuove e intrattenere rapporti con quelle che già conosciamo migliora le nostre capacità di relazione e ovviamente scalda la lista dei nostri contatti.  Naturalmente, orecchie aperte. Cerchiamo di ascoltare le persone quando parlano. Non appena si lamentano che “non si va avanti”… zac! Proponiamo (o riproponiamo) la nostra soluzione.
  4. Promuovere eventi. Ci ho scritto su anche un apposito post. Ma lo riassumo qui. Andare agli incontri significa creare l’energia giusta. Vedi persone che hanno raggiunto i risultati che vuoi raggiungere tu. Ascolti le loro storie e ne prendi spunto. Non avete idea di quanto si impari agli incontri. Sono davvero un acceleratore molto potente per la nostra attività. Senza contare che un nuovo, che dell’attività non sa nulla, partecipando agli incontri comincia ad assimilare le basi.
  5.  Leggere libri. Questo è fondamentale. Leggere, specialmente libri di motivazione e di business e biografie di persone che hanno ottenuto risultati significa avere a disposizione un vero e proprio distillato dell’esperienza dell’autore. Veniamo insomma a sapere in pochi minuti informazioni che a loro sono magari costate mesi o anni di sforzi ed errori. Che noi possiamo risparmiarci.
    E’ molto importante, comunque, l‘atteggiamento con il quale si legge.  E’ molto diverso da leggere l’ultimo bestseller. Quello che leggiamo poi va applicato  nella nostra azione di tutti i giorni. In questo modo, il tempo che passiamo a leggere sarà veramente ben speso.

Benedetto sia l’ostacolo

256px-osaka07_d1m_w3000m_steeplechase_heatAffrontate gli ostacoli, agite. Vi rendere conto che non hanno neanche la metà della forza che credevate che avessero. Norman Vincent Peale,Puoi se vuoi“.

Senza ostacoli non si cresce. Può sembrare un po’ un paradosso, ma una vita troppo comoda  finisce per ridurre le nostre potenzialità. L’ostacolo può essere  fastidioso, ma ci costringe ad uscire dalla nostra zona di comfort.

Ripenso agli esami dell’università. Non so come prende a voi con gli esami. Io ero sempre terrorizzato. C’erano volte in cui mi mettevo in lista, poi mi cancellavo. Però, ecco un fatto curioso. Altre volte invece andavo e lo sostenevo, sia pure con il cuore in gola.

Mi è sempre piaciuto studiare, e sono un appassionato della mia materia, quindi generalmente ne uscivo con voti discreti. Ma l’aspetto più interessante è come mi sentivo dopo. Una sensazione meravigliosa, come se camminassi a un metro dal suolo.  Avanti il prossimo! Non vedevo l’ora di sostenere un altro esame.

Questo, in genere, è l’effetto che fa superare l’ostacolo.  Prima, sembra impossibile che possiamo arrivare al traguardo. Poi, cominciamo a fare qualche piccolo passo avanti, suddividiamo la strada lunga in tratti di strada più brevi ed abbordabili, ed ecco che improvvisamente ci voltiamo, e ci rendiamo conto che abbiamo percorso tutta la strada lunga.

Questo naturalmente se accettiamo di uscire dalla nostra zona di comfort. Insomma, se siamo disponibili a metterci in gioco costantemente. Altrimenti? Qualcuno potrà pensare che restiamo dove siamo. In realtà, è come non fare mai esercizio fisico. I muscoli si atrofizzano. E non a caso Stephen Covey parla di muscoli proattivi.

Foto di Eckhard Pecher (Arcimboldo) (Own work) [CC BY 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by/2.5)], via Wikimedia Commons

 

Come essere pagati dal supermercato

carrello-spesaQuando andiamo al supermercato, accade spesso che ci siano delle promozioni. Ovvero: se compri dieci scatole di pomodori, ti do un cucchiaino. Il supermercato usa questi meccanismi, come si dice in gergo, per fidelizzare il cliente, ovvero far sì che torni ad acquistare più e più volte.

Certamente, il cucchiaino vi sarà utile, non discuto. Ma che ne direste se, per esempio, dopo dieci scatole di pomodori vi rendessero cinquanta centesimi in contanti?

Non c’è dubbio che sarebbero più utili del cucchiaino. Infatti, potete usarli per comprare il cucchiaino, o magari un cucchiaino che vi piace di più, oppure comprare qualcos’altro che vi serve più del cucchiaino.

Naturalmente questo il supermercato non può farlo. Sia per motivi contabili, sia perché il cucchiaino, che per voi “vale” cinquanta centesimi, al supermercato ne costa magari dieci. Dieci centesimi di spesa per loro, cinquanta centesimi di valore percepito per voi.

Che ne direste però se il supermercato, quando avete comprato un tot di merce, vi rimborsasse una parte di quello che avete speso? Poniamo che, quando arrivate a duecentocinquanta euro di spesa, ve ne rimborsasse cinque in contantii?

Che ne direste poi se il vostro supermercato vi pagasse anche per la spesa di qualcun’altro? Proprio così. Voi presentate un amico al supermercato, e per questo v i viene riconosciuta una percentuale. E questo per  ogni amico che presentate. E anche per ogni amico che questo amico presenta, e anche sull’amico che l’amico del vostro amico presenta. e così via all’infinito.

Come dite? In questo modo si potrebbe arrivare a guadagnare anche bene? Potrebbe diventare una fonte di reddito interessante? Certo che sì!

Ebbene, questa cosa che sembra troppo bella per essere vera esiste Si chiama Network Marketing (Marketing in Rete) o Multi Level Marketing (Marketing Multi Livello).  Esiste dalla fine degli anni Cinquanta, e ha dato sicurezza e stabilità a molte persone.

Il meccanismo è abbastanza semplice, come avete visto. Si tratta di cambiare supermercato, passando da quello che vi regala  un cucchiaino a quello che vi può fornire soldi sonanti e ballanti.

Se vuoi saperne di più contattami al mio indirizzo email: notiziedalivorno@gmail.com.

 

Rompiamo il cerchio della sfiga

chiuso_per_sfigaLa Legge d’Attrazione pare inesorabile. Non attrai quello che vuoi, ma quello che immagini. Ne deriva che se ti concentri su quella che non sta funzionando, ne attirerai sempre di più. Se pensi di essere povero, attirerai sempre più povertà. Se pensi di essere solo, attirerai sempre più solitudine. Insomma, se sei convinto di essere sfigato, la sfiga farà sempre più parte della tua vita.

Del resto, la situazione che stai vivendo non è altro che il risultato preciso e perfettissimo delle tue azioni. Ma le tue azioni nascono dai tuoi pensieri. La buona notizia è che i tuoi pensieri possono essere cambiati. Di conseguenza, possono essere cambiate le tue azioni. E, ovviamente,  cambia anche la situazione in cui ti trovi.

Ad esempio, personalmente trovo molto utile, quando le cose vanno “male”  (cioè come non voglio io), ripetermi il titolo di questo blog, ovvero fai un passo avantiLo ripeto più e più volte, finché non sento che la mia vibrazione migliora. Cioè, mi sento più fiducioso nelle mie possibilità.

Non si tratta solo di filosofia. Cambiare in meglio la nostra “vibrazione” ci rende ricettivi a soluzioni ai nostri problemi che altrimenti potremmo non vedere nemmeno se fossero a un millimetro dal nostro naso. Senza contare che quando pensiamo in modo diverso, diventiamo diversi, e possiamo entrare in contatto con persone diverse.

Vincere la malinconoia

marco_masini(Foto by LucebellaTV, vedi originale 

Il temine “malinconoia” non è mio. Lo ha inventato Marco Masini in una sua canzone. Ma secondo me definisce molto bene quello che probabilmente è il sentimento più distruttivo che possiamo provare. Il più depotenziante. Perché riduce le nostre possibilità.

“Malinconoia”, come si intuisce, è un composto di “malinconia” e “noia”. La malinconia è il senso di aver perso qualcosa, che naturalmente non si può recuperare, altrimenti che gusto c’è. La noia è il non saper che fare, il sentire di aver perso la direzione, il focus. Che ci facciamo qui? Questi due elementi si amalgamano in modo fantastico, creando un cocktail davvero micidiale.

Ci ritroviamo ad indugiare inutilmente sul passato. Non tanto per trarne una lezione, ma per farcene una scusa per non agire, per non imparare qualcosa di nuovo, per non cambiare la qualità dei nostri pensieri e di conseguenza delle nostre azioni, e di conseguenza della nostra vita.

La buona notizia è che la malinconoia può essere facilmente sconfitta. Certo, non la puoi eliminare tutta in una botta. Ma puoi immaginare che evapori, un po’ alla volta. Questa semplice immagine sblocca le tue risorse. E qualcosa comincia a cambiare…

 

Menefreghismo e buonumore

keep-calm-and-non-me-ne-frega-nienteA volte mi sento dire: beato te che te ne freghi di tutto, te le fai scivolare addosso e amen. In certi casi vengo direttamente etichettato come menefreghista. Ovviamente si tratta di qualcosa di diverso. Io mi sforzo continuamente di essere di buonumore.

Il menefreghismo è quando il mondo non lo prendi minimamente in considerazione. Le cose ti accadono intorno, buone o cattive che siano, e te le lasci scivolare addosso. Non fai quello che puoi per migliorare la situazione, non impari nulla da quello che è successo.

Il buonumore, invece, è una sorta di arma totale. Non implica che te ne freghi di quello che succede. Anzi, ne puoi essere acutamente cosciente e perfino impegnarti per cercare di dare una mano a migliorare la situazione.

C’è un però. Non fai come molti che mentre cercano una soluzione si fanno prendere dello sconforto, e sprecano energie. Distingui tra le cose che puoi controllare, e quelle che invece non puoi controllare. Risolvi le prime, e non ti fai angosciare dalle seconde. Non perdi tempo ad avercela col mondo. Sai benissimo che siamo tutti respons-abili, capaci di rispondere.

Se poi da fuori appari menefreghista solo perché non tieni il broncio, pazienza.

(originale della foto: http://www.keepcalm-o-matic.co.uk/p/keep-calm-and-non-me-ne-frega-niente/)

Cattivi pensieri

Occorre mettere il maggior impegno possibile nel liberarsi dai cattivi pensieri. Ovvero quelli che limitano le nostre possibilità. In effetti è strano come siamo abilissimi a concepire pensieri del genere. Ci viene molto facile. Mi sono sempre chiesto perché.

C’è chi sostiene che si tratta di un vero e proprio complotto. Che i mass media, guidati magari dall’èlite dell’Occhio-Che-Tutto-Vede o dai Rettiliani, ci imbottiscono di messaggi subliminali tesi a minare dalle fondamenta la nostra fiducia in noi stessi.

Può essere.  A mio modo di vedere pensare in negativo ci rende la vita più facile perché possiamo scaricare su qualcun altro la responsabilità della nostra vita, che invece dovremmo tenere ben salda nelle mani.

Non solo. Ogni pensiero infatti comporta un dispendio di energia, e sarebbe meglio spenderla in pensieri di amore e possibilità. Anche perché, per la Legge dell’Attrazione, pensieri negativi tendono a creare o a perpetuare situazioni negative. Come si dice, non attrai quello che vuoi, ma quello che sei. Di conseguenza, se vuoi per esempio diventare ricco, devi prima sentirti ricco.

Concentrarsi sul prossimo gradino

scalaQuando si concepisce un progetto, capita spesso di lasciar perdere perché lo riteniamo troppo ambizioso. In effetti, potrebbe semplicemente trattarsi di una questione di distanza. Ovvero, è molto probabile che possiamo arrivare  a quella meta che ci appare così ambiziosa avvicinandoci una tappa alla volta.

Per esempio: se quindici anni fa mi avessero detto che sarei diventato giornalista professionista, mi ci sarei fatto una bella risata. Mi pareva una meta lontanissima. Eppure, facendo il giornalista e perseverando nel cammino, a un certo punto mi si è presentata l’opportunità, e l’ho colta. A riprova, se ce ne fosse bisogno, che la “fortuna” arriva quando la preparazione incontra l’occasione.

Quindi, occorre prepararsi. E ci si prepara percorrendo tratti del cammino, piccoli o anche piccolissimi. Altro esempio, la mia attività di multi level marketing. In uno degli audio della mia organizzazione, un leader sottolinea come sia importante concentrarsi sul prossimo gradino, anziché angustiarsi, prendersela perché non siamo (ancora) arrivati a chissà quale qualifica.

Il perché è presto detto. Si può arrivare a determinati risultati quando abbiamo imparato determinate cose. E’ un po’ come mettere insieme un puzzle. Quando le tessere compongono l’immagine, siamo pronti per procedere. Siccome per questo occorrono pazienza, visione e persevaranza, capita a volte che lasciamo perdere. E magari eravamo a un passo.

Libri, “Non guardare nell’abisso” di Massimo Polidoro

polidoro_abissoQuesto post può sembrare off topic, ma non lo è più di tanto.

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Aggiornamento del 12/6/2016. 

Ormai da qualche giorno ho terminato il nuovo libro di Massimo Polidoro “Non guardare nell’abisso”, che ho avuto il piacere di ricevere in anteprima in quanto membro della squadra di lancio.

E’ stato molto facile arrivare in fondo, il che significa che la sua struttura come thriller è molto ben costruita. Insomma, confermo l’impressione di qualche tempo fa: si tratta di un libro che acchiappa.

I personaggi sono credibili, la storia è credibile e soprattutto entrambi sono “multidimensionali”, cioè, umani, complessi. Ci si può identificare in ognuno di loro. Il che non è cosa da poco. Una lettura che mi sento di consigliare a chi ama il thriller, ma anche a chi (come me) è interessato a come si costruiscono le storie e allo studio dei personaggio.

Il libro è in uscita il prossimo 21 giugno. Casualmente, il primo giorno d’estate. Vale la pena portarselo al mare.

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Sono lieto che Massimo Polidoro mi abbia incluso nella “squadra di lancio” del suo nuovo thriller “Non guardare nell’abisso“, in uscita il prossimo 21  Giugno per i tipi di Piemme.

Leggere un libro in anteprima è sempre un’emozione. Ti fa sentire un po’ esploratore. E del resto, come sa chi mi legge,  esplorare dovrebbe essere il nostro costante “modus vivendi”. Ecco perché il post non è così off topic.

Conoscevo ed apprezzavo Polidoro come studioso e giornalista, nonché come colonna del Cicap, il comitato che studia il “paranormale” dal punto di vista scientifico. Sapevo che aveva già pubblicato un’altro thriller, “Il passato è una bestia feroce“. Adesso, ecco una nuova inchiesta di Bruno Jordangiornalista un po’ sui generis che finisce spesso per trasformarsi in investigatore.

Ora come ora, sono a pagina 51 su circa 400, quindi non ho idea di come andrà a finire la vicenda. E ovviamente, anche quando lo saprò non ve lo dirò di sicuro. Ma posso dirvi che si tratta di un libro che ti acchiappa.  Tanto è vero che l’ho cominciato ieri,  e nonostante lo stia leggendo tra un task e l’altro sono già a un ottavo della lettura. Quindi, fate voi.l

Il libro, come si diceva, uscitrà il 21 Giugno. Fino ad allora penso di postare ogni giorno una frase che mi ha colpito. Giusto per stimolare la parte creativa del mio cervello…

Sessioni A.I.C.

poltronaPremetto subito che l’idea di cui vi parlo oggi non è mia. L’ha formulata prima di me uno dei più importanti formatori italiani, Max Formisano (http://www.maxformisano.it ).

La sigla A.I.C. significa, molto semplicemente, Alza Il Culo. La frase potrà essere anche un po’ fortina, ma ci sono momenti in cui in effetti dei richiami anche fortini sono utili per scuoterci dal torpore.

La  Sessione A.I.C. molto spesso contribuisce a risolvere situazioni anche intricate. Questo succede perché quando decidiamo di muovere il sedere e agiamo, facciamo quello che è necessario per sciogliere qualche nodo.

Sì, perché spesso ci vuole semplicemente un piccolo passo avanti per portare a compimento un progetto che sembrava enorme, mentre invece mancava soltanto un tassello.

Una bella sessioncina A.I.C. può cambiare drasticamente la tua visione della vita.  Ti ritroverai spesso a pensare: “Ma guarda, ‘sta cosa sembrava così difficile, e invece…”.

Che poi è lo scopo della nostra esistenza: vincere le sfide e cercarne altre.

Chi vuol esser lieto sia

Lorenzo_de_MediciChi vuol esser lieto sia/ di doman non v’è certezza  (Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico)

Essere lieti è assolutamente fondamentale. Dobbiamo preservare le nostre energie, usarle sempre per il meglio. La letizia ci aiuta in questo esercizio, impegnativo ma indubbiamente molto, molto utile e profittevole. Possiamo usare per fini costruttivi energie che di solito disperdiamo nelle seccature quotidiane e nel rimuginare sui nostri problemi derivanti dai rapporti con il nostro prossimo.

Badate, secondo me essere lieti non significa comportarsi da menefreghisti. Anzi direi il contrario. Ha piuttosto a che fare con il distinguere quello che possiamo controllare da quello che invece non possiamo controllare. Questo vuol dire, fra le altre cose, che possiamo usare le nostre energie risparmiate per intervenire quando possiamo farlo per aiutare un nostro simile nel momento del bisogno, senza peraltro esaurire le nostre pile.

Una nota sui versi del Magnifico in apertura: molti interpretano il secondo verso (“di doman non v’è certezza”) come un invito a non fare progetti di alcun tipo e magari cercare una vita di “divertimento”. Secondo me vuol dire invece che, proprio perché non sappiamo se “domani” (cioè nel futuro) ci saremo ancora, è bene agire “oggi” (cioè in questo momento) per essere felici e stare bene con sè stessi e con gli altri, portando avanti i nostri progetti.

Lettura consigliata:  La perfetta letizia secondo San Francesco

La vita è sogno, o i sogni aiutano a vivere?

calderon-de-la-barcaSe, come dice il poeta, la vita è sogno,  ne deriva che possiamo svegliarci. In altre parole, la ‘situazione’ in cui viviamo è una nostra interpretazione. Nella nostra testa, mettiamo insieme i segnali che ci arrivano dall’esterno e giudichiamo, giudichiamo, giudichiamo… Ma i nostro giudizio è realtà, o sogno? Ovvero, qualcosa di reale, o qualcosa che ci inventiamo, né più né meno che come succede quando sogniamo?

Chi ci dice che il nostro giudizio sia corretto? E qual è il giudizio corretto? Esiste la possibilità di dare un giudizio assoluto, definitivo sulla realtà che ci circonda? O non è piuttosto che ogni situazione cambia a seconda del punto di vista e dell’opinione che ce ne formiamo, o addirittura dall’umore con cui ci siamo svegliati la mattina?

Non è per caso che ci conviene svegliarci quando il “sogno” diventa depotenziante? Cioè, quando ci inchioda in una sorta di cerchio? Non che il cerchio sia negativo in sé. Va benissimo quando ci dà soddisfazione. Se invece ci fa stare male, allora perché rimanerci? Cominciamo a pensare: Svegliati! Svegliati!. 

Può sembrare semplice. E lo è. Richiede soltanto un po’ di pratica. Poco a poco troveremo delle soluzioni alle quali, mentre dormivamo, non avremmo neanche osato pensare.

Lettura consigliata: Pedro Calderon de la Barca, La vita è sogno

Quaranta giorni nel deserto?

sunset-1075107_1920Spesso quello che riusciamo a realizzare è una questione di focus. Ora, il mondo intorno a noi, per ragioni che almeno per ora non ci interessano, tende a frammentare la nostra attenzione.

La televisione o la radio accesa ci mandano messaggi. Anche mentre navighiamo su Internet veniamo continuamente distratti da messaggi, notifiche e campanellini vari. Perfino quando camminiamo per strada insegne di negozi e cartelloni cercano in tutti i modi di attirare la nostra attenzione.  Ultimamente, perfino in stazione, negli aeroporti o sugli autobus siamo assediati da messaggi audio e video che ci distraggono.

Normale che finiamo per perdere di vista quello che veramente vogliamo.

Secondo quanto narra il Vangelo, Gesù a un certo punto della sua esistenza si ritirò per quaranta giorni nel deserto. Penso che non fosse per fare il figo. Evidentemente sentiva di dover trovare o ritrovare il suo focus. Quello che veramente voleva. Che nel suo caso era di portare un determinato messaggio.

Dovremmo fare come lui? C’è chi lo fa. Ci sono coach che organizzano ritiri in montagna che durano settimane, e dove vengono tacitati tutti gli stimoli esterni, per fare chiarezza nei pensieri dei partecipanti.

Del resto, Gesù anche nel deserto, sempre secondo il racconto del Vangelo, venne raggiunto dal diavolo (dalla perdita di focus) che cercò di tentarlo (distrarlo dalla sua missione).

E’ esattamente quello che ci succede nella vita di tutti i giorni, e che all’inizio succede anche ai partecipanti dei ritiri. Nei primi giorni di ritiro è facile avere delle vere e proprie crisi di astinenza dal flusso massivo  di informazioni a cui ormai siamo abituati.

D’altro canto, non tutti possiamo partecipare a ritiri che durano settimane. Quindi, conviene forse trovare sistemi più pratici per chi si trova a dover vivere nel mondo. Tipo imparare a filtrare le informazioni usando, molto banalmente, la consapevolezza.

Lettura consigliata: Eckhart Tolle,  Il potere di Adesso: Una guida all’illuminazione spirituale (Psicologia e crescita personale)

Perchè la motivazione a volte non funziona

ondeCi sono volte in cui capita di leggere un articolo o ascoltare un audio che di solito ci motiva a palla e di sentire una sensazione di vuoto. Come se non ci dicesse più nulla. Cosa diamine è successo? Dal momento che l’oratore è sempre lo stesso, e il suo messaggio anche, è evidente che qualcosa è diverso in noi, nella nostra percezione,  nella nostra risposta a quel messaggio.

Ovviamente, ascoltare l’audio o leggere il libro avrà comunque qualche effetto positivo su di noi.  Ma il processo motivazionale sarà molto, molto più lento. La buona notizia è che possiamo accelerare.

Come? Prima di leggere o ascoltare è opportuno “sintonizzarsi“, ovvero orientare il nostro pensiero verso qualcosa di motivante.  Insomma, spostare qualche interruttore nella nostra testa. Smettere di ricordare, di vivere insomma nel passato e cominciare a “pensare” sul serio, ovvero iniziare a visualizzare il nostro futuro come lo desideriamo.

Questo serve per cambiare in meglio il nostro stato di vibrazione. In questo modo veramente approfitteremo al massimo della formazione. perché saremo “in fase” con l’oratore o lo scrittore che sta comunicando con noi.

Network Marketing: noi siamo liberi, loro sono liberi

(Fonte  Immagine: https://www.flickr.com/photos/nicokaiser/6185983773)

aquilaNon abbiamo il potere di convincere nessuno. Questa, a mio parere, dovrebbe essere una delle prime convinzioni che dovrebbe sviluppare chi fa network marketing. Può sembrare una convinzione limitante, ma non lo è. Perché ci libera dall’obbligo di far entrare le persone quando facciamo loro il piano marketing.

Il network marketing, come del resto ogni attività commerciale (o umana) è un gioco di numeri. Più persone raggiungiamo, più è probabile che troveremo le nostre prime linee, e tra queste i nostri leader. La fregatura arriva quando pregiudichiamo. Ovvero, “decidiamo” che quella  specifica persona deve entrare in attività e deve diventare un leader.

L’abbiamo deciso noi. Ma cosa ne pensa quella persona? E se per caso non fosse d’accordo? Se magari fosse anche interessata, ma non fosse il suo momento?  Non trovate che sarebbe energia sprecata cercare di farla diventare un leader a forza? E d’altra parte, forse sarebbe bene impiegare quell’energia nel proporre la nostra opportunità ad altra persone?

In altre parole, trovo che il nostro tempo e la nostra energia siano troppo preziosi per usarle in qualcosa di improduttivo come cercare di convincere chi non è convinto. Naturalmente,  è u altro paio di maniche quando la persona ci fa domande, chiede aiuto, viene agli incontri eccetera. Ovvio che in questo caso bisogna essere disponibili.  Ma in caso contrario… Next. 

 

 

La traccia 2

tracceQuando lavoro, ma in definitiva anche quando vivo, raramente faccio una cosa sola.

Lo so bene che bisognerebbe essere focalizzati e bla bla bla. E in effetti, più siamo focalizzati meglio è. Siccome però la perfezione è un ideale a cui tendere ma raramente si raggiunge, capita spesso che qualcosa di urgente si frapponga, oppure che un lavoro non quagli.

Allora trovo utile passare momentaneamente a qualcos’altro. Capita spesso che “staccare” mi sblocchi il cervello, e magari vedo una soluzione anche ovvia ma che lì per lì mi era sfuggita perché ormai mi ero incaponito su qualcosa, diventando rigido e di conseguenza incapace di aprirmi a soluzioni creative.

Questo funziona anche, e soprattutto, quando ci troviamo in situazioni in cui  non sappiamo che pesci prendere. Sì, perché sono convinto che  vi dice che le persone motivate non si sentono mai smarrite menta sapendo di mentire. Ci sono situazioni in cui abbiamo la sensazione di aver fatto qualcosa di sbagliato.

In questo caso abbiamo due possibili scelte:  la prima è quella di crogiolarci nel dolore, perdendo così tempo ed energia. La seconda è quella di capire cos’è successo, trarne una lezione per il futuro e lasciar andare.

La seconda scelta non è immediata, è graduale, e comporta un certo impegno. Qui viene utile il concetto di cui abbiamo parlato finora. Ogni tanto capita che  proviamo dolore, ma possiamo imparare a metterlo sulla traccia 2, e quindi a proseguire con la nostra vita, esplorando altre possibilità.

 

Il muscolo dell’amore

No, fermi lì. Nonostante il titolo, qui non si parla di sesso. O meglio, magari il concetto che vado ad esprimere nelle righe seguenti può essere d’aiuto anche in quel senso, ma principalmente voglio parlare di un’interessante scoperta che ho fatto.

Lo spunto me l’ha dato un articolo di Leo Babauta, dove il coach parla proprio di esercitare questo muscolo dell’amore. Come si fa a trovarlo? Babauta suggerisce di pensare alla persona che amiamo di più. Sicuramente in noi nasceranno sentimenti amorevoli. Dove si collocano nel nostro corpo?  Dove li “sentiamo” fisicamente?

Quel punto del nostro corpo è ciò che possiamo chiamare il nostro “muscolo dell’amore“. Babauta suggerisce di esercitarlo tutti i giorni, attivandolo nei confronti di qualcuno che magari non amiamo particolarmente, oppure di aspetti della nostra vita che magari non ci fanno esattamente i salti di gioia.

Ci ho provato, e devo dire che i risultati sono stati notevoli. Molte faccende che sembravano complicatissime hanno cominciato a semplificarsi. Ma sopratutto, ho sperimentato una chiarezza di intenti  e di obiettivi molto superiore rispetto alla media.

Tanto per cominciare, ho trovato l’ispirazione per l’articolo che state leggendo.

Network Marketing: importanza degli incontri

incontroSpesso capita che le prime linee fresche di sponsorizzazione ti chiedano: “ma come mai vai sempre all’Open?”. La sottodomanda è: ma non basta andarci una volta?

La risposta che io do in genere è che gli incontri sono fondamentali. Questo per una serie di motivi:

  1. Dobbiamo formarci sia sui prodotti che sul piano di marketing. Certo, ci sono gli audio e i video. All’Open tuttavia abbiamo sempre informazioni aggiornate sui nuovi prodotti, sulle offerte e così via. Potremmo anche andare sui sito dell’azienda per questo, ma avere a disposizione i leader per eventuali domande veloci è sempre una buona cosa.
  2. Il sistema degli incontri, dall’Open settimanale al Seminario ogni trimestre, serve come acceleratore per la nostra attività. Specialmente quando la facciamo associandola a un altro lavoro, non abbiamo molto tempo per fare piani marketing a una persona alla volta. Molto meglio portare più persone all’Open, dove un leader esperto presenterà loro l’attività. Poi, per ciascuno massima libertà di decidere.
  3. Andare agli incontri significa fare gruppo, creare l’energia giusta perché la nostra attività proceda. Quando andiamo all’Open, e ancora di più al Seminario, vediamo il sistema all’opera, e acquisiamo maggiore consapevolezza di come funziona il nostro business. Senza contare che ci motiviamo a vicenda, il che fa partire un circolo virtuoso. Torniamo a casa più carichi, e con questa maggiore energia tendiamo ad ottenere risultati sempre maggiori.

 

 

Migliorare la qualità dei nostri pensieri

quality-assuranceMi capita a volte di pensare che non sto andando da nessuna parte, o magari addirittura di convincermi che sto andando dalla parte sbagliata. Il punto è che la situazione in cui mi trovo è generata dalle mie scelte, e le mie scelte nascono a loro volta dai miei pensieri.

Quindi, è importante che io stia molto, molto attento alla qualità dei miei pensieri. All’inizio mi sembrava paradossale, ma ne sono sempre più convinto: più è complicata la situazione in cui mi trovo, più è importante che la qualità dei miei pensieri sia la migliore possibile.

Ho scritto volutamente “la migliore possibile”, perchè spesso ho lasciato perdere a causa del mio innato perfezionismo.

Infatti, molto spesso mi sono fatto trasportare dalla tendenza al pessimismo perchè fondamentalmente la trovo più comoda. Se penso che comunque tutto andrà nel peggiore dei modi possibile, ecco che sono sollevato dalla mia respons-abilità, dalla mia capacità di rispondere in modo costruttivo a quello che mi succede.

In sostanza, mi sto convincendo sempre di più di due cose:

Migliorare la qualità dei pensieri non dipende dai risultati, anzi è la base per ottenerli in futuro. A cosa serve l’ottimismo quando tutto va bene? Dobbiamo essere capaci di aver fede soprattutto quando le cose vanno “male” (cioè, diversamente da come vogliamo noi).

Migliorare la qualità dei nostri pensieri è un’abitudine che può essere acquisita. Esattamente come si fa in palestra, possiamo cominciare con pesi piccolissimi per passare poi a pesi sempre più corposi. Fino a diventare dei veri campioni.

 

Credere di potercela fare: il pensiero indipendente

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La dipendenza è il paradigma del “tu”…tu sei responsabile dei risultati…L’indipendenza è il paradigma dell'”io”… io sono padrone di me stesso… L’interdipendenza è il paradigma del “noi”: noi possiamo farlo, noi possiamo collaborare. (Stephen Covey)

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In Le sette regole per avere successo, Stephen Covey illustra tre fasi dello sviluppo personale: dipendenza, indipendenza, interdipendenza. 

Indipendenza vuol dire essere mossi da principi, ovvero valori che consideriamo importanti, tanto da farci dire di no a tutto quello che non è coerente con essi.

 

Pensiero indipendente vuol dire pensiero che non dipende dai risultati. Qualunque cosa ci capiti, dobbiamo rimanere convinti di poter riuscire. Altrimenti diventa un cane che si morde la coda. Vediamo un risultato mediocre, o che pensiamo sia mediocre, cominciamo a pensare di poter ottenere solo risultati mediocri e, indovina un po’? Continueremo ad ottenere risultati mediocri.

Viceversa, le cose cambiano un bel po’ se pensiamo, tipo: bene, questa volta ho ottenuto un risultato che secondo me, o peggio ancora secondo qualcun altro,  è mediocre. Ammesso e non concesso, come posso fare meglio la prossima volta, anche solo di un’inezia?

Pensiero indipendente vuole anche dire che la nostra autostima non dipende da quello che altri pensano di noi.

Naturalmente, non è bene ignorare del tutto l’opinione di chi ci circonda, perché rischiamo di perdere delle idee che ci possono essere utili. Ma in genere cerco di non lasciare che gli altri definiscano quello che sono.

Anche perché l’autostima ci è assolutamente necessaria, in particolar modo quando le cose si fanno complicate.  E’ allora che dobbiamo credere di potercela fare, di avere la testardaggine necessaria per imparare dagli errori e riprovarci, riprovarci, riprovarci.

Come rimanere poveri per sempre

roma-mendicanteIeri a Milano ho avuto modo di vedere alcuni mendicanti. Direte voi: e che ci sono soltanto a Milano? Certo che no, ci sono ovunque, e nella stessa misura. Però ieri mi è venuto un pensiero un po’ particolare. E cioè: queste persone mendicano perché attraversano, diciamo così un periodo difficile, oppure sono davvero poveri dentro?

La differenza non è indifferente. In particolare, mi ha colpito una ragazza. Se ne stava seduta, o meglio dire abbandonata, contro una colonna, con lo sguardo vacuo. Esibiva un cartello con scritto: HO FAME:

Ora, non vorrei passare per insensibile, ma mi vengono di getto alcune considerazioni. Tanto per cominciare, la tipa mi pareva piuttosto in forma, non particolarmente in sofferenza.Viene da dire: ma se invece di starsene appoggiata alla colonna si muovesse per cercare una soluzione al suo problema?

Perché qui sta il nesso, secondo me. La mia esperienza mi dice che il filo del rasoio, la differenza tra successo e insuccesso la fa la volontà di affrontare la sfida qualunque essa sia .

Appoggiarsi alla colonna significa aver rinunciato. E quando si rinuncia, allora veramente siamo morti. Per noi, quando siamo in quello stato, non c’è alcuna possibilità di riscatto. Siamo poveri in termini di risorse, e quindi finiamo per esserlo anche in termini di denaro.

Viceversa, se prendiamo coscienza del fatto che per ogni problema esiste sempre una soluzione, ecco che si attivano risorse che neanche sapevamo di avere. A quel punto possiamo aver poco denaro, ma non siamo più poveri.

Vale la pena fare progetti?

progettazione_roma1Tutti dicono che ormai la realtà cambia così velocemente che non vale più la pena fare progetti, perché tanto vanno sempre a gambe all’aria.  Ci sono troppi fattori, troppe variabili. Rischi sempre di rimanere deluso. Molto meglio lasciarsi trasportare dalla corrente.

Naturalmente, questa è una scelta come un’altra. Ma ci porta a crescere? Direi di no. Quindi cosa possiamo fare? Personalmente, credo che possiamo cavarcela mettendo in campo un po’ di flessibilità mentale, che fra l’altro è un esercizio molto utile.

Manteniamo l’obiettivo, ma rimaniamo flessibili sul modo di raggiungerlo. Se io voglio guadagnare mille euro, ad esempio, posso progettare un modo per ottenere questa somma. Ma è evidente che non esiste una maniera sola. Ne esistono infinite. Sta a noi, in base agli esiti delle azioni che facciamo, rivedere le nostre strategie.

Perché in definitiva, quando pianifichiamo una strategia lo facciamo in base ai dati che abbiamo in quel momento, che tra l’altro possono anche essere parziali . Se poi, come sembra, le situazioni cambiano rapidamente, può essere che anche un minuto dopo abbiamo a disposizione dati migliori, che possiamo utilizzare per lo sviluppo di una strategia più precisa.

In conclusione, vale ancora la pena fare progetti? Sì, perché anche se le cose vanno diversamente da come avevamo immaginato si impara sempre qualcosa. Anzi, a volta impariamo di più quando le cose vanno come non ci aspettavamo.

… E se non mi riesce?

bivioLo so che ragionamenti del genere  una persona motivata non dovrebbe nemmeno farli. Però, siccome la perfezione si può perseguire ma non raggiungere, può succedere che pensieri di questo tipo ci passino per la testa.

Cosa succede se non riesco? Se non raggiungo l’obiettivo? Se mi perdo per strada?

Qui si parrà la tua nobilitate, come dice il poeta. Qui vedremo di che pasta siamo fatti. Se veramente siamo capaci di essere leader di noi stessi. Possiamo tirare i remi in barca. Decidere che non ne vale la pena, e lasciarci andare alla deriva.  Ed è appena il caso di notare che comunque abbiamo preso una decisione.

Oppure, possiamo cercare di capire perché non abbiamo raggiunto l’obiettivo. Non domandandoci con voce lacrimevole “cosa ho fatto di male?”, ma dicendoci qualcosa del tipo ” va bene, questa volta non ci sono arrivato. In cosa posso migliorare per avvicinarmi?”.  Evidentemente per arrivare dove vogliamo, occorre che impariamo qualcosa. Riformuliamo l’obiettivo, e via verso nuove avventure.

Secondo voi, avremo più successo nel primo caso o nel secondo? Barrare la casella prescelta :-).

 

Pensiero macchiato

Caffè_MacchiatoNon sempre siamo al massimo dell’energia, e può far comodo una strategia per rimettersi in carreggiata. Allora possiamo fare un parallelo con il caffè. O se preferite, visto che personalmente il caffè lo adoro, qualsiasi liquido scuro o nero.

Il nero naturalmente rappresenta il pensiero limitante. Il  latte, bianco, rappresenta invece l’energia positiva. Ecco che prendiamo il bianco e lo versiamo dentro quella tazza che è la nostra mente. Man mano  che versiamo il liquido bianco, il nostro pensiero diventa più costruttivo, e ci sentiamo più energici.

Naturalmente non è che improvvisamente tutto diventi magnifico. Ma di sicuro abbiamo fatto un passo avanti nella nostra capacità di gestire l’energia.

Pagare il prezzo

registratore_cassa_vintageSe vogliamo fare quello che ci piace, dobbiamo essere pronti a pagare il prezzo. Non sempre si tratta di un prezzo in denaro. Anzi, almeno inizialmente, se facciamo quello che ci appassiona, di denaro ne vedremo poco. E quindi semmai si tratterà di “fare la gavetta”.

Detto così, sembra bruttissimo. Invece, può essere davvero un’esperienza interessante. Difatti, se impariamo come sopravvivere facendo quello che veramente ci piace, potremo in effetti dire di aver raggiunto un primo gradino del successo.

Non solo. Quello che avremo imparato sarà fondamentale per noi anche come persone. Spesso, la ricompensa per aver raggiunto un obiettivo non è l’obiettivo in sé ma quello che abbiamo imparato lungo il cammino.

Insomma, avremo ottenuto quello che volevamo e saremo anche diventati più forti.

Uscire dall’ipnosi

svegliaMi viene spesso da pensare che siamo immersi in una sorta di ipnosi culturale, che cerca in tutti i modi di renderci rinunciatari. Quando parlo con le persone, e a volte anche quando parlo con me stesso, mi ritrovo a sentire simpatici concettini come

-non ce la posso fare

-sono stanchissimo

-lo faccio domani

-certo che va tutto a rovescio

 Perché facciamo questo? In definitiva non ha grande importanza. Quello che è certo, a forza di ripeterci queste frasi è come se scavassimo dei solchi nel nostro cervello, delle vere e proprie autostrade, che rendono sempre più facile pensare in questo modo.

Ipnosi culturale. Appunto. L’ipnosi non è altro che una suggestione, anzi una autosuggestione.

La domanda sorge spontanea: ci è utile tutto questo? Ci serve a qualcosa pensare in questo modo? La risposta è sì. Pensare in negativo serve ad evitare di diventare respons-abili, cioè capaci di risposta.

Se le cose vanno “male”, basta pensare che “la colpa” è di qualcun altro, o ancora meglio, di un non meglio identificato Destino cinico e baro. Così siamo più tranquilli. Non possiamo far nulla per cambiare. Mica è colpa nostra se “le cose stanno così”!

Viceversa, vedete un po’ come suona tutto diverso se invertiamo le frasi di cui sopra:

-ce la posso fare

-mi sento in grande forma

-lo faccio adesso o comunque quanto prima

-posso affrontare qualsiasi cosa 

Il bello è che se cominciamo a ripeterci queste frasi, l’ipnosi culturale funziona lo stesso. Certo, visto che intorno a noi c’è una pressione non indifferente, dobbiamo usare la nostra consapevolezza per spingere in senso contrario. Ma vi posso garantire per esperienza personale che lo sforzo vale assolutamente la pena.

La cultura del lamento

faccina_tristeSpesso e volentieri indulgiamo nella cultura del lamento, ovvero cominciamo a lamentarci di tutto. Ci pensavo giusto l’altro giorno in autobus. Sarà perché ultimamente cerco di alzare la mia vibrazione che, per contrasto, noto di più quando le persone, conversando, si focalizzano come spesso succede su cose che non vanno. L’autista andava troppo piano/troppo forte. Faceva troppo freddo/troppo caldo. Non si arriva a fine mese. E via di questo passo.

Come mai facciamo ciò?. Perché è dannatamente comodo. Ci solleva dalle nostre responsabilità. Se il problema sono sempre “gli altri” o “il mondo”, io sono a posto. Non importa che faccia alcunché. Posso tranquillamente sprofondare nella mia inerzia.

Qualcuno potrebbe dire: ma alla fine mica posso cambiare il mondo. Certo che no. Però possiamo cambiare noi stessi. Prenderci quel minimo di responsabilità sulle cose che possiamo controllare. Difficile? Probabilmente.  Ma essere vivi comporta spesso fare cose complesse.

Microleve

levaegi2Raramente si può cambiare la nostra vita in un colpo solo. Ma si possono fare dei passi avanti. In particolare, si può fare leva. Ovvero, attuare dei piccoli cambiamenti, che funzionano esattamente come leve. Un piccolo cambiamento in un’area qualsiasi del nostro quotidiano può “contagiare” tutto il resto.

Molti si fermano e non sviluppano i loro progetti perché pensano che sia “troppo complicato”. Credo che queste persone pretendano di avere subito risultati eclatanti, di avere successo da un giorno all’altro. Questo anche perché spesso i media ci parlano di storie del genere, facendole passare come colpi di genio. Steve Jobs, Bill Gates….

La realtà è che queste persone avevano certamente dei talenti, ma non sono arrivate al successo all’improvviso. Hanno imparato, riflettuto, fallito, e soprattutto hanno imparato molto dai loro fallimenti. Questo ha consentito loro di capire come potevano commercializzare al meglio i loro prodotti. Senza contare poi che hanno saputo trovare dei manager più bravi di loro.

Anche se poi non vogliamo parlare di questi colossi, ma soltanto di noi gente comune, spesso la fregatura sta nel fatto che non sappiamo suddividere il grande obiettivo in obiettivi più piccoli, fino a trovare qualcosa che possiamo fare adesso. Che sia sfidante e al tempo stesso fattibile con un po’ di buona volontà.

Ad esempio, se ho un fisico lasciato un po’ a se’ stesso,,  il rischio è che io voglia averci la tartaruga domani mattina. E’ palesemente impossibile. E questo mi dà la scusa per lasciar perdere. Continuerò a trascinarmi il mio panzone per il resto della vita, pensando di me cosucce un po’ negativelle ogni volta che mi guardo nello specchio. Oppure?

Oppure posso fare un passo avantiAd esempio, masticare per bene il cibo quando mangio, in modo da percepire prima il senso di sazietà. Infatti, contrariamente a quanto si pensa, il “segnale di pieno” non arriva subito. Ci vuole un po’ di tempo. Fra l’altro, è il motivo per cui quando ci si abbuffa poi ci sentiamo pesanti.

Altro esempio, possiamo fare a piedi le scale o alcune commissioni che magari siamo abituati a fare in macchina. Se usiamo l’autobus, possiamo scendere qualche fermata prima. Possiamo mettere una cyclette in casa e fare una ventina di minuti di pedalata con un po’ di fermo.

Tutte piccole cose che però messe insieme, m hanno per esempio consentito di perdere quindici chili nell’arco di un anno. Certo, ogni caso è unico, quindi non prendete il mio come esempio. Però credo che abbiate capito quello che volevo dire.

Lo stesso per il denaro. Se le mie finanze sono messe un po’ così, posso agire sia sulla leva delle uscite che su quella delle entrate. Come posso risparmiare 5 euro al mese? Come posso guadagnare 5 euro al mese in più? Una volta capito questo, passo a 10 euro, poi 20, poi 50…

Tutto perchè nel processo si imparano cose che non avremmo mai pensato di poter imparare se non avessimo fatto quel primo piccolo passo.

 

La nevrosi del successo

urlo_munchPenso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce. A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare…. A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.

Ma io sono un uomo che preferisce perdere piuttosto che vincere con modi sleali e spietati. Grave colpa da parte mia, lo so! E il bello è che ho la sfacciataggine di difendere tale colpa, di considerarla quasi una virtù…
Pier Paolo Pasolini

Citazione lunghina. per la quale ringrazio il mio lettore Pietro, ma nondimeno necessaria per introdurre il nostro argomento. Come sapete, questo blog risponde essenzialmente a una domanda: che cos’è davvero il successo?

Una delle risposte  che ci siamo dati è nel nostro titolo: il successo, in qualsiasi situazione possiamo venirci a trovare , è fare un passo avanti, ovvero intraprendere un’azione o adottare un atteggiamento mentale che permetta di migliorare la situazione anche di pochissimo. Una serie di questi passi in fila uno dietro l’altro ci portano verso la vita che desideriamo davvero, che a sua volta è anch’essa il “successo”.

Ma perché mai nel titolo ho parlato di “nevrosi” del successo? Un po’ per via della citazione da Pasolini, certo. Ma anche perché mi sembra a volte che “il mondo” cerchi di obbligarci ad avere successo sempre. Il che appare una contraddizione in termini, visto che per avere “successo” occorre imparare delle cose, e per imparare bisogna “fallire” prima di “avere successo”.

Ecco che quindi il senso di necessità di successo diventa una vera e propria nevrosi. Cioè, secondo una delle tante definizioni,

Un insieme di disturbi psicopatologici, in genere scaturiti da un conflitto inconscio di tipo ansiogeno.

Wikipedia

Il conflitto nasce dal fatto che si vorrebbe avere successo senza prima imparare alcunché, come per scienza infusa. O peggio ancora, si vorrebbe avere il “successo” che qualcun altro vuole per noi, invece di avere il nostro, che è quello che vogliamo davvero. Ecco che si crea una separazione, una scissione tra quello che vogliamo e quello che stiamo facendo. Il risultato è che ci sentiamo infelici.

Se invece prendiamo in mano la nostra vita, e cerchiamo di costruire il successo che *noi* vogliamo, ecco che andiamo verso la felicità.

Arriva MotivAzione Web Radio!

radio_valvole2Vi piacerebbe una web radio che vi offrisse messaggi positivi accompagnati da musica piacevole e fuori dagli schemi? Oplà, serviti! Nasce Motivazione Web Radio, creata dal sottoscritto e dal suo megasocio, il coach Giancarlo Fornei per tutti coloro che amano la formazione e lo sviluppo personale.

Trovate la Web Radio all’indirizzo www.faiunpassoavanti.eu 

Potete ascoltarla mentre lavorate oppure nel tempo libero. In ogni caso lo scopo è quello di darci informazioni utili per riflettere su noi stessi.

Poichè sia io che Giancarlo siamo persone che amano migliorare, fateci sapere quello che vi piace o che vi piacerebbe commentando questo post oppure scrivendo a motivazionewebradio@gmail.com

Il cartello misterioso… qualità o quantità?

macellaio1macellaio2

Con la canicola che imperversa in questi giorni, pensavo che fosse il frutto di un colpo di sole. Tanto che sono tornato indietro per verificare, esattamente come si fa nei sogni che si guarda l’orologio, e se segna un’ora completamente diversa da un secondo prima si capisce che stiamo dormendo.

Invece il cartello era sempre lì, attaccato alla porta della macelleria. CERCASI CLIENTI CON ESPERIENZA. Che vorrà dire? Quale gherminella si nasconde dietro questo criptico messaggio? Alla fine decido di entrare .

A mettere il cartello è stato il macellaio, il signor Roberto. Mi qualifico come giornalista, e gli chiedo cosa voglia dire quel messaggio così strano.  Ne viene fuori un piccolo trattato di economia.  I supermercati vendono a prezzi sempre più bassi, ed è certamente un bene dal punto di vista del potere d’acquisto dei consumatori. Ma che ne è della qualità?

Ovviamente, più si abbassa il prezzo di una merce, più si abbassa la sua qualità. Perché per abbassare il prezzo è necessario scegliere materie prime che costino meno. Così, ad esempio la pasta sarà fatta con farina di seconda o terza qualità anziché di prima.

Potrei continuare per un bel po’, ma penso che il concetto sia chiaro. Ovvio che quando il portafogli è quello non sempre si può scegliere. Ma adesso il senso del cartello mi è molto più comprensibile..

Generatori di mondi

quattro_terreNOI SIAMO RESPONSABILI. Lo ripeto continuamente, ma repetita iuvant. Anche perché si tratta di un concetto banalissimo, e proprio per questo spesso viene dimenticato. Eppure fa una grandissima differenza. Praticamente, rende illegale la disperazione.

Perché disperarsi vuol dire non avere più speranze. Ma se siamo respons-abili, cioè abili a rispondere, ecco che le  speranze non possono mancare mai. Senza contare che la situazione in cui ci troviamo è il risultato delle nostre scelte passate, mentre il futuro dipende appunto dalle scelte che facciamo nel presente, che è il passato di quel futuro.

Complicato? Probabilmente. D’altronde, possiamo realizzare qualcosa soltanto se decidiamo di fare un passo avanti, e quindi a volte anche di vedere se riusciamo a rendere più semplice quello che appare complicato. Insomma, ci sono momenti in cui, per dirla con Einstein, è opportuno cambiare livello di pensiero.

Fra l’altro, se cambiamo il nostro modo di vedere il mondo, si verifica un effetto curioso: il mondo tende a cambiare secondo la nostra visione. Non succede in modo istantaneo, ma nel tempo il cambiamento diventa sempre più evidente. Insomma, possiamo generare il mondo che desideriamo.

Che cos’è davvero il successo?

lente_ingrandimentoIl successo è fare della propria  vita quello che si vuole (Anonimo).

Non è detto che il successo sia vendere tanto di qualcosa o avere un bel macchinone. Certo, se queste cose ti piacciono, è evidente che per te quello è il successo. Ma occorre sempre domandarsi se le mete le abbiamo decise noi o ci vengono poste da qualcun altro.

Per fare questa distinzione occorre concentrarsi sulle nostre sensazioni. Come ci fa sentire quello che stiamo facendo? Se ci fa sentire bene, è cosa buona. Se no, no.  Se sentiamo che ci fa vibrare, allora davvero fa parte della nostra mission. Altrimenti vuol dire che stiamo vivendo la mission, il sogno di qualcun altro.

Dal momento che comunque saremo  e siamo responsabili di quello che facciamo, tanto vale fare quello che vogliamo davvero fare.

Anche in questo caso, tutto sta nel cominciare.

 

 

A nostro agio, dormendo su una panchina…

panchina2Mio nonno materno, essendo nato nel 1910, aveva vissuto in pieno la crisi del ’29.  A parte questo, ovviamente, si era sciroppato in modo diretto o indiretto, due guerre mondiali. Ma diceva sempre che aveva imparato molto dal crack del ’29, e soprattutto dal fatto di essere tranquillamente sopravvissuto, come accadde, fino al 1993, anno in cui morì serenamente di vecchiaia.

Cosa aveva imparato mio nonno? Mettendola in soldoni, che i beni materiali contano molto meno della nostra capacità di essere creativi e sopravvivere. Per la mia generazione, questo è un discorso abbastanza privo di senso. Io stesso, lo ammetto, sono legato alla “mia” casa, ai “miei” libri, al “mio” computer e via andare. Ma se con lo sguardo della nostra mente ci spingiamo appena un po’ sotto la superficie, ci rendiamo conto del fatto che… col cavolo che le cose sono nostre!

La ruota della fortuna gira in continuazione, cari miei. Non è una minaccia, è una promessa. Consideriamo “nostre” le cose solo per abitudine. In realtà, potremmo perdere tutto tra cinque minuti. Così come fra cinque minuti potremmo essere morti o vincere alla lotteria, o trovare la persona della nostra vita.

Questo fatto, però, non dovrebbe causarci angoscia, nè trovarci impreparati. Al contrario: ci pensate se davvero, anche di fronte a catastrofi di dimensioni immani, fossimo sempre capaci di pensare: cristo che casino, ma ora rimbocchiamoci le maniche?

Riconosco che io stesso mentre scrivo ‘ste cose dico a me stesso: ma sei scemo, non posso sopravvivere senza il “mio” televisore piatto. Eppure. Eppure, sono sempre più convinto, personalmente, che la più grossa conquista per noi sia quella di trovarsi a dormire su una panchina e pensare: d’accordo, è un periodo difficile, ma ce la farò. Ho tutte le risorse necessarie.

Responsabilità

stimolo_risposta

All’apparenza si tratta di una parola veramente brutta. Quando ci dicono “sei responsabile”, in genere non si tratta di un complimento. Perché generalmente si associa “responsabilità” con “colpa”. Tuttavia, mentre “colpa” evoca qualcosa di irrimediabile, “responsabiltà” rimanda a qualcosa di diverso. Siamo respons-abili, cioè “capaci di rispondere”.

Può succederci qualunque cosa, ma la differenza la fa la nostra reazione all’evento.  Esiste infatti una distanza, un’intercapedine tra stimolo e risposta.  Gli animali rispondono sempre secondo l’istinto. Noi possiamo usare l’intelligenza. Se l’ambiente intorno ci è ostile, possiamo diventare ostili anche noi oppure decidere di non esserlo, contribuendo così a migliorarlo.

Con questo non voglio dire che improvvisamente tutto comincerà ad andarci bene. Ma di certo saremo più ricettivi alle buone occasioni, mentre se continuiamo a pensare di non essere responsabili finiremo per non vederle nemmeno se ci andassimo a sbattere. E finiremo per dare la “colpa” di quello che ci succede al “destino”.

Lettura consigliata: Stephen Covey, Le sette regole per avere successo (The 7 habits of highly effective people) – Sette abitudini che possono davvero aiutarti a cambiare la tua vita.

Perché molti non arrivano al successo

galilei1Molti non arrivano al successo perché, semplicemente, mollano. Anche chi scrive, per un certo periodo della sua vita, ha pensato che avere successo volesse dire che tutto quel che facevi andava alla grande, subito, senza intoppi. Sbagliato. Il successo si nasconde dietro lo sforzo, e per raggiungerlo bisogna, paradossalmente, abituarsi a fallire.

Il che non è semplice, in un mondo dove non devi fallire mai, e se fallisci vieni additato come l’ultimo degli imbecilli. Però pensiamoci. Come abbiamo imparato a camminare? Cadendo. Ad andare in bicicletta? Cadendo, e quindi fallendo. Come abbiamo imparato qualsiasi cosa? Come direbbe Galileo, provando e riprovando. Cioè? Fallendo.

Mi sorge il fiero dubbio che chi afferma di non fallire mai sia un tantino bugiardello. D’accordo, bisogna difendere la propria immagine, sempre per il motivo di cui sopra, che chi fallisce è un’idiota.

Però, se ciascuno di noi ripercorre la propria storia, si renderà certamente conto che di fallimenti ce ne sono stati parecchi. E che il modo migliore di utilizzarli è imparare qualcosa quando si fallisce. In questo modo, si arriverà al successo. Se invece ci facciamo schiacciare dal peso dei “fallimenti”, li usiamo come scusa per non fare, allora siamo veramente fregati.

Cinque semplici regole per la felicità

Ten Commandments written on stone tablets in Hebrew

Di ricette per la felicità ce ne sono molte, e per noi studiosi di questa materia sono tutte spunto di riflessione. Oggi parliamo di quella del professor Paul Dolan, docente alla London School of Economics. Secondo il professor Dolan, per essere felici ci sono cinque regole:

1. Ascoltare un pezzo della propria musica preferita. Il potere della musica è conosciuto da secoli. Non a caso in palestra mettono sempre dosi massicce di tunfi-tunfi.

2. Stare cinque minuti in più con persone che ci piacciono.  Più vibrazioni positive riusciamo a creare, meglio è.

3. Trascorrere del tempo all’aperto. L’aria e il sole fanno benissimo.

4. Aiutare qualcuno. Prendendosi cura di altre persone dimentichiamo per un po’ i nostri problemi. E questo può darci una prospettiva migliore.

5. Fare una nuova esperienza. Anche qui si tratta di cambiare prospettiva. Imparando qualcosa di nuovo, inevitabilmente cambia la nostra visione del mondo, che tende a farsi più completa.

Secondo Dolan, inoltre, spesso avvenimenti che sembrano positivi impattano in realtà impattano in modo negativo sulla nostra vita. Ad esempio una promozione sul lavoro, potrebbe sottrarci ore del nostro tempo, senza contare che nessuno studio scientifico dimostra che chi ha del denaro extra e’ più felice.

Mi sto espandendo o mi sto riducendo?

via_latteaCàpita a volte di provare la sensazione di diventare progressivamente più piccoli. Le opportunità non mancano mai, ma in qualche modo diventiamo incapaci di vederle. Siamo convinti che non ci sia più niente da fare. Appunto, convinti. Perché in definitiva, a pensarci bene, si tratta di una nostra percezione.

L’insuccesso però, come del resto il successo, non è mai definitivo. Si tratta piuttosto di una specie di ottovolante. Come diceva il Manzoni, tre volte nella polvere, tre volte sull’altar. Oppure Jovanotti: un giorno sembra l’ultimo, un’altro è da impazzire. Le nostre emozioni sono un’altalena, avanti e indietro, su e giù.

Quindi, a quale di questi due stati dovremmo credere? Disperazione o speranza? Personalmente credo che dovremmo sempre essere in espansione. Ovvero: imparare sempre qualcosa di nuovo, diventare più bravi a vedere le opportunità. Essere consapevoli  Si tratta di un esercizio, esattamente come con il sollevamento pesi o il tapis roulant.

Stretching Mentale

stretching-catLo stretching fisico fa molto bene. L’ho imparato a teatro, perché prima con la ginnastica ho sempre avuto un rapporto un po’ freddo. Provate per esempio, quando vi sentite un po’ stanchi, a roteare le braccia un po’ come se nuotaste. Noterete che (1) in molti casi si sentono dei sinistri scricchiolii (2) sentirete aumentare il vostro livello di energia.

Allo stesso modo si può praticare una sorta di stretching mentale. Ovvero, quando abbiamo l’impressione che i nostri pensieri ristagnino un po’, dare loro una bella scrollatina. Riattivare i nostri muscoli mentali forse un po’ impigriti. Stephen Covey li chiamerebbe i nostri “muscoli proattivi”.

Insomma, uscire dalla nostra zona di comfort  ci può portare a scoprire nuovi orizzonti.

Letture consigliate: Le sette regole per avere successo (The 7 habits of highly effective people) di Stephen Covey

Che cosa apparirà?

puntini_9evIn una famosa conferenza Steve Jobs disse tra l’altro che una delle cose più importanti è saper unire i puntini. Avete presente quel gioco enigmistico in cui si segue la “pista cifrata” e ne esce una figura? Lo stesso succede con l’altro giochino, quello in cui si anneriscono gli spazi.

Insomma, l’esperienza è come il maiale, non si butta via nulla. Tutte le imprese, anche quelle fallite, sono utili. Anzi, soprattutto quelle fallite, a patto che si impari qualcosa e non le usiamo come scuse per sprofondare nell’autocommiserazione.

Senza contare che poi un bel giorno le tessere del puzzle che sembravano così scombinate si organizzano, e formano un’immagine meravigliosa: quella del tuo splendido futuro.

 

Pura intenzione

frecciaDovremmo arrivare ad essere pura intenzione, andare costantemente verso i nostri obiettivi, conservando del passato solo i ricordi che ci aiutano a progredire. Sembra facile, e lo è, se decidiamo di cominciare e persistiamo fino ad arrivarci.

Può sembrare strano, ma se ci si pensa tutto torna: la situazione in cui viviamo è il risultato delle scelte che abbiamo fatto finora. Le scelte che abbiamo fatto finora sono il risultato dei pensieri che ci sono passati per la testa. Ne deriva che se cambiamo i pensieri finiremo per cambiare anche la situazione, perché faremo scelte diverse.

Quindi, può convenire pensare che, qualunque sia la situazione, noi lavoreremo per migliorarla, sia pure di poco, di pochissimo. Anche perché, migliora di poco oggi, migliora di poco domani, potremmo presto voltarci, e stupirci di quanta strada abbiamo fatto.

Dal cassonetto alla biblioteca

Ho sempre pensato che buttare un libro nel cassonetto, qualsiasi libro, sia una sorta di crimine contro l’umanità. Devono averlo pensato anche gli spazzini della capitale turca Ankara che, stanchi di portare libri in discarica, si sono organizzati. In una ex fabbrica di mattoni è stata creata una biblioteca che ospita ben seimila di questi volumi recuperati dalla spazzatura.

A questi si sono aggiunti i volumi donati dai residenti Il successo è stato talmente grande che  da poco la biblioteca ha iniziato a donare volumi anche ad altri enti come scuole e prigioni, o per programmi di formazione.

Un bell’esempio di riciclo dei rifiuti.

Network Marketing: Lista nomi, sì o no?

Spesso quando iniziamo un’attività di Network Marketing ci viene suggerito di scrivere una lista nomi.

Secondo alcuni, si tratta di un metodo ormai obsoleto. Si sostiene, dal momento che esiste Internet, che bisognerebbe piuttosto sviluppare quello che si chiama un personal brand, ovvero aprire una pagina o un profilo social su Internet, fare dei video e presentarsi come esperto del settore, e raccogliere nominativi di persone interessate (in target) attraverso un modulo o quello che viene chiamato un funnel, ovvero una filiera di link che porta l’utente a lasciare il suo contatto.

Personalmente, sto cominciando appena ora a testare questo approccio, quindi non so che dire. Può darsi che funzioni quando ormai sappiamo molto del business, tanto da saperlo spiegare in modo sintetico. Prometto che man mano che vado avanti vi tengo informati su come butta.

Ma, che dire di coloro che stanno appena iniziando? Che sanno poco o nulla del business, nagari qualcosina dei prodotti? Per queste persone, mi permetto di dire che quello di scrivere una lista nomi è un suggerimento molto saggio, perché ci aiuta a focalizzarci, e dunque ad aumentare le nostre possibilità di successo. Quando rileggiamo la nostra lista nomi ci vengono in mente persone a cui magari non pensiamo spesso, e come sappiamo ogni contatto può essere quello che fa la differenza.

Certo, può capitare che la lista nomi “finisca”, cioè, che non siamo più capaci di aggiungerci nomi. Non dovrebbe succedere, perché dai no delle presentazioni dovremmo quantomeno ottenere altri nominativi. Nella pratica, non sempre è così, e si arriva talvolta ad esaurire il cosiddetto “mercato caldo“, quello di parenti, amici e conoscenti. In questo caso, il suggerimento che mi sento di dare è quello di sviluppare la propria capacità di conoscere persone nuove, e allo stesso tempo le capacitò di ascolto.

Ascoltando, ci accorgeremo che spesso le persone finiscono per contattarsi da sole. Cominciano a parlare di come sia difficile arrivare a fine mese, di quanto vorrebbero fare un viaggio ma non se lo possono permettere etc.

Quello è il momento di fare il contatto. Senza aspettative di alcun tipo, perché il nostro lavoro è contattare. Tutto il resto lo deve fare l’altra persona. E’ lei che deve valutare l’opportunità, ed eventualmente decidere di coglierla, con tutto ciò che questo comporta, ovvero consumare i prodotti, condividere i prodotti, condividere l’opportunità, venire agli incontri e formarsi con audio e libri.

Tutto questo in attesa che, magari, facendo dei video su Internet arrivino frotte di email da persone che non vedono l’ora di fare business con noi. Quando saremo in grado di costruire un personal brand online….

 

Libri, “Malacarne” di Annacarla Valeriano

Vi  segnalo volentieri  un libro, Malacarne, Donne e manicomio nell’Italia fascista, di Annacarla Valeriano, edito da Donzelli. Il volume tratta dell’ uso fatto a suo tempo dei manicomi per reprimere i comportamenti femminili ritenuti trasgressivi.

L’autrice ha esaminato le cartelle cliniche delle ricoverate in uno specifico manicomio, quello di Sant’Antonio Abate di Teramo, a partire dall’ultimo decennio dell’Ottocento fino al 1950. Ne emerge, appunto, il ruolo del manicomio come luogo dove isolare tutti coloro che, per un verso o per un’altro, avevano comportamenti socialmente non accettabili.

All’istituzione psichiatrica vengono consegnate «quelle donne che rifiutano di conformare il proprio stile di vita agli ideali proposti dal fascismo e che, proprio per questa ragione, hanno bisogno di essere rieducate attraverso la disciplina manicomiale per riportare le loro condotte entro i recinti di una normalità biologicamente e socialmente costruita».

In realtà, precisa l’autrice, questo atteggiamento non è tipico del ventennio fascista, ma derivava già dall’ottocento, e il regime se ne servì per isolare donne che non rientravano nella visione mussoliniana del femminile.

Il giornalismo radiofonico su Internet

Quella che segue è la ‘tesina’ presentata in occasione del mio esame orale da giornalista professionista. 

 

Per la radio, Internet significa la possibilità di superare due limiti: quello dello spazio e del tempo. Grazie alla rete le trasmissioni possono (a) essere ascoltate ovunque nel mondo (b) archiviate in modo da poter essere accessibili in qualunque momento da milioni di persone. Infine, non è da trascurare la possibilità di interagire con gli ascoltatori con forum e chat.

Nel primo caso si supera il limite dello spazio. Anche la più ‘piccola’ delle radio può raggiungere qualunque punto del pianeta. Nel secondo caso si supera un limite temporale. Le trasmissioni possono non essere organizzate secondo un palinsesto. O per meglio dire, ogni ascoltatore può creare il proprio. Infine, nel terzo caso si supera quasi del tutto la distanza tra mezzo e fruitore, potendo vedere in tempo reale la sua reazione, e volendo, si può sapere esattamente quante persone ci stanno ascoltando. Si può anche arrivare a conoscere il nostro pubblico individuo per individuo. Il che tra l’altro, come ci insegnano i fondamenti del marketing, serve a confezionare meglio il prodotto.

Questi concetti sono applicabili a qualunque tipo di trasmissione radiofonica, e in particolare ai contenuti informativi, dei quali ci occuperemo nel seguito.

Il caso più semplice nel trasferimento dei contenuti radiofonici su internet è la trasmissione digitale (streaming) dello stesso segnale che viene trasmesso via etere o via cavo. Anche qui la Rete importa un valore aggiunto, che è la possibilità di aggiungere altri contenuti. Il più banale sono informazioni sul programma che si sta ascoltando in quel momento (Titolo, conduttore, link al form che permette all’ascoltatore di intervenire in trasmissione…). Nella pagina in cui è incorporato il plugin che materialmente porta il suono al pc, può essere inserito qualunque tipo di contenuto, dalla pubblicità a link che portano ad altri programmi o altre pagine Internet. Tuttavia il palinsesto rimane quello deciso dall’emittente, senza alcuna possibilità di controllo da parte dell’ascoltatore.

Dove invece si compie il passaggio dal lineare al non lineare è nel cosiddetto ‘on-demand’. L’ascoltatore può scegliere quando ascoltare un determinato programma, e quel che conta non accetta passivamente ‘quel che passa il convento’, ma va a cercare autonomamente il contenuto. Senza contare che nell’on-demand possono trovare posto tematiche che le logiche del palinsesto costringono a tagliar fuori. Si possono quindi realizzare degli approfondimenti, o anche dei contenuti prodotti dall’emittente, ma completamente avulsi dalla normale programmazione. E magari centrati su una particolare nicchia, che nel canale radiofonico tradizionale non troverebbe spazio.

Dal punto di vista dell’informazione si può andare dal mettere online l’ultima edizione del notiziario (ciò che già viene fatto da emittenti come Rai, Radio 24, Rtl 1025…) al pubblicare i file audio a corredo del testo delle notizie (es AudioNews.it, realizzato dall’Agenzia Area), al realizzare, come si diceva, servizi ad hoc. Questa sembra essere la strada meno battuta, anche da agenzie come ad esempio l’AdnKronos che a suo tempo, ben prima dell’avvento di Internet (1990-92) realizzava speciali che venivano distribuiti su audiocassette alle emittenti radiofoniche. Questa attività invece non è stata ripresa al momento della creazione del sito.

Si privilegia l’archivio audio delle trasmissioni andate in onda sul canale radiofonico tradizionale, magari organizzate in modo da rendere agevole la loro ricerca. Ad esempio la Rai, ma solo, al momento, per le trasmissioni di intrattenimento, peraltro private dei brani musicali, per via dei diritti Siae. Oppure Radio 24, che mette a disposizione l’intero archivio, a volte però con ritardi anche notevoli per quanto riguarda l’aggiornamento.

Le prospettive future sembrano positive per l’informazione di taglio radiofonico. La tendenza infatti è quella di creare dispositivi che renderanno la Rete sempre più portatile. L’IPhone creato da Apple va in questa direzione. Avremo dei telefoni cellulari che somiglieranno sempre più alle vecchie radioline a transistor, con in più l’indubbio vantaggio di potersi collegare ad Internet e immagazzinare i files, che possono essere riascoltati, organizzati e a volte anche editati secondo le esigenze dell’utente.

Sarà questo, probabilmente, il vero salto di qualità per l’informazione radiofonica sulla rete, perchè il web diventerà pervasivo come oggi lo è radio, potendo raggiungere l’utente praticamente in ogni luogo e in ogni momento. A quel punto bisognerà ripensare elementi come il taglio delle notizie, che diventeranno sempre più concise per l’utente “always on”, mentre si potrà pensare a qualcosa di più ampio per chi comunque vuole sentire gli approfondimenti anche mentre si trova nella metro.

Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro giornalistico, la creazione di contenuti audio per Internet non dovrebbe portare particolari cambiamenti. Già da tempo nelle redazioni radiofoniche si lavora “in rete”, usando programmi come Burli che consentono di creare archivi di notizie da lavorare poi in locale sulla macchina del redattore e di nuovo messe in condivisione. Di certo il redattore dovrà acquisire quelle nozioni di base sul Web che gli consentano di “caricare” i contenuti, oppure sviluppare metodiche che gli consentano di relazionarsi con la figura che è incaricata di farlo.

Settembre 2007

Ribullonation

Era un periodo in cui più che altro fotografavo le nuvole con il cellulare. Non avevo quella grande voglia di smanettare al computer, così coglievo l’occasione per andarmene a zonzo a piedi per la città, ottemperando tra l’altro alla prescrizione medica per la quale dovevo camminare almeno un’ora tutti i giorni. Nel contempo, andavo alla ricerca di originali scorci da immortalare.

O almeno, questo era ciò che mi raccontavo. Certamente, un’attività di carattere artistico rappresentava un’ottima copertura. E magari chissà, avrei potuto *davvero* mettere le foto su uno dei miei siti web e sperare di ricavarne qualche risultato in più nei motori di ricerca. Ma il punto non era quello. La realtà dei fatti era che mi sentivo un rottame. Una volta almeno c’erano i rigattieri, e quello che uno aveva buttato poteva rappresentare un valore per qualcun altro. Adesso c’erano solo le discariche. Capirete che per me in quanto rottame era una prospettiva assai poco brillante.

In quelle occasioni, quando sembrava che la pressione si facesse eccessiva, mi dedicavo a quello che definivo “fiero pasto”. Ovvero, mi recavo ad un bar di mia conoscenza, e mi slurpavo cinque sfoglie dolci ripiene e due hot-dog ketchup e senape. Si trattava in definitiva di uno dei tanti stupefacenti socialmente accettabili che sono in circolazione oggidì. Quella volta, stavo giusto addentando il secondo panozzo, quando, orrore degli orrori, un tizio si siede accanto a me sulla panchina.

Ora, se c’è una cosa che mi fa veramente imbestialire è quando invadono i miei spazi, specialmente nel bel mezzo del fiero pasto. Cioè, io so benissimo che alla fine uno non può prendersi tutta una panchina per sè, però che volete, mi scappa istintivamente di guardarlo male.

“Tutto a posto, – mi fa lui – sono Giacomino ‘o meccanico.”

Ma certo! Come avevo fatto a non riconoscerlo subito! Era stato per lungo tempo il mio amico immaginario, ricalcato sul personaggio di un comico della televisione. In realtà non lo si vedeva mai, ma veniva nominato spesso nelle gags. Essendo un meccanico, lo avevo immaginato con tanto di tuta e cappellino di ordinanza. E ovviamente aveva il potere di aggiustare ogni cosa, in senso figurato o meno. Solo che questa volta non era immaginazione, sembrava proprio lì. Glielo feci notare.

“Bè – rispose – stavolta avevi bisogno di un aiuto, come dire, un po’ più tangibile. Vedi – riprese dopo una breve pausa – il fatto è che adesso come adesso sei sbullonato. E chi meglio di un meccanico poteva essere adatto alla bisogna? Cosa si fa quando un bullone si allenta? Si prende la chiave inglese opportuna, e lo si stringe. In buona sostanza, devi ribullonarti.”

“No scusa – sbotto io a questo punto – non può essere così semplice. Ci ho messo dei mesi, potrei dire degli anni, a costruirmi questo stato di frustrazione. Si tratta di una paccata di energie, cazzo. Adesso arrivi tu,e mi dici bello pacifico che posso sistemare tutto in una decina di secondi, semplicemente immaginando di stringere un bullone?”

“Precisamente. Vedi, voi umani siete davvero buffi. Avete questo vostro modo di attaccarvi a certe cose anche quando vi rendete benissimo conto che vi fanno male. Secondo te, per dirne una, risolvi qualcosa standotene qui seduto a covare rancore contro il resto del mondo?”

“Rancore!? Sarebbe rancore se mi avessero rubato le caramelle. Sai cosa vuol dire sentirsi presi continuamente a calci? Sono a tappeto, altroché.”

“A tappeto non direi, visto che almeno la forza di masticare ti è rimasta. Bada, non voglio attaccarti il pippone sul fatto che non bisogna mollare mai. Qualche momento di debolezza può capitare. Ma non ci sono scuse per tirare i remi in barca.”

“Te l’ho detto. Usa la metafora che ti pare, tanto il concetto è sempre quello. Stringi i bulloni che si sono allentati, raccatta i cocci, ricuci gli strappi… basta che a un certo punto tu ricominci quantomeno a mettere un piede dopo l’altro.”

“Ma vedi, gli altri…”

“Eh, gli altri! Ecco un’altra bella scusa del cavolo. La colpa è sempre di qualcun altro, non è vero? Se ingrassi come un porco, magari è colpa della pubblicità della pizza. Se non hai un soldo, la colpa è di chi ti fa spendere. Che ti devo dire, guaglione, fa comodo pensare che tutto ti piombi addosso, e a te non tocchi altro che prenderle.”

Mentre ancora mi giravo in testa le parole di Giacomino ‘o meccanico, lui disparve. Al suo posto, accanto a me sulla panchina, stava una chiave inglese del 12. Se vera o immaginaria, restava da capirlo.

Il “Cantar de mio Cid” e le sue relazioni con storia, Romances e cronache

Il “Cantar de Mio Cid” è attualmente una delle poche prove concrete, se non l’unica, dell’esistenza di un’epica sviluppata in lingua spagnola, essendo poemi come quello degli “Infantes de Lara” nient’altro che una ricostruzione, sia pure su basi attendibili. La data della sua affettiva composizione rimane a tutt’oggi incerta: Menendez Pidal, conformemente alla sua tesi di contemporaneità dei poemi agli avvenimenti narrati, lo data attorno al 1100, mentre studi successivi lo dicono non anteriore al 1200 almeno. Rispetto ai poemi epici di altri paesi, come ad esempio l’inglese “Beowulf”, la tedesca saga dei Nibelunghi, o anche soltanto alla “Chanson de Roland”, il Cantar ha come caratteristica una storicità più marcata, come se l’autore (o gli autori) si fossero dati pena di svolgere delle indagini, o, come dice Menendez Pidal, ne fossero stati testimoni oculari. In ogni caso, il Cantar non racconta solo una leggenda.

L’unica copia del Cantar in nostro possesso è una trascrizione ad opera, stando all’explicit, di un certo Per Abbat, che gli studiosi hanno datato al 1307 rifacendosi allo stesso explicit. Il manoscritto fu scoperto nel secolo XVI nell’archivio di Bivar. Studi recenti (Michael) hanno fatto di questo manoscritto andato perduto, sulla base di indagini paleografiche sul testo. Comunque, con questo manoscritto si pone un “terminus ante quem” per la composizione del poema.

Anche quest’unica copia pone comunque dei problemi, perchè il suo stato di conservazione non è dei migliori. Il manoscritto ha cambiato spesso proprietario nel corso della sua storia, e quasi mai è stato tenuto bene. Di conseguenza, macchie di umidità ed altre di vario tipo e natura nascondono alcuni punti del testo. Ad esse si aggiungono i danni provocati dall’uso indiscriminato di sostanze corrosive atte a far riaffiorare lo scritto (in dosi troppo forti e troppo ripetutamente). Solo l’invenzione delle lampade infrarosse ed ultraviolette e la scoperta dei raggi X hanno potuto risolvere questi problemi, ed oggi costituiscono il principale strumento di indagine filologica.

Ciò in cui questi mezzi non possono essere d’aiuto è invece la mancanza, anch’essa probabilmente dovuta ad incuria, di alcune pagine, precisamente la prima del primo quaderno, ed altre due pagine nel settimo e nell’ottavo rispettivamente. Michael sostiene che, sebbene ogni pagina contenga 24 o 25 versi, non è sicuro che questa prima pagina del primo quaderno contenesse una parte di testo; ad ogni modo tutti coloro che si sono occupati del Cantar hanno cercato di ricostruire i versi mancanti: alcuni li ricostruì Bello, il primo ad occuparsi seriamente di quest’opera. Fu però Ramon Menendez Pidal che portò il numero dei versi a 12, e un tredicesimo fu dedotto da Samuel G. Armestead. Queste parti mancanti furono ricostruite attraverso le prosificazioni dei cantares, usati come materiale storico dai compilatori di cronache. Questo metodo rientra nella tesi chiamata menendezpidaliana o tradizionalista, che toglie il Cantar de Mio Cid dal suo isolamento e lo mette in relazione con altri due generi: la cronaca, da parte dotta, e il romance da parte popolare.

Pidal sosteneva una tradizione ininterrotta dal Cantar de Mio Cid fino ad oggi (romances della guerra civile nel ’36), considerando i romances epici come influenzati dai cantares, compresi quelli andati perduti. Anzi, i romances erano ritenuti risultati di una sorta di “decomposizione” del poema, mentre le cronache, come si è detto, contenevano prosificazioni degli stessi poemi. Questo vale naturalmente per i romances “epici”. Quelli di tema “fronterizo”, religioso, mitologico e biblico cadono al di fuori del nostro tema e costituiscono un problema a sè.

La tesi menendezpidaliana rimane a tutt’oggi, nel suo nucleo essenziale, la teoria più solida, nonostante alcune confutazioni su particolari di contorno. E’ vero anche però che questo aggettivo, “solido”, assume qui un valore piuttosto relativo. I romances e i cantares si sono per lungo tempo trasmessi oralmente, e le origini del genere si perdono nei meandri del Medioevo. Se si pensa che i primi documenti attendibili risalgono a epoche relativamente vicine a noi, ecco che ci accorgiamo di avere a che fare con nient’altro che la punta di un iceberg: il primo documento scritto è il “cartapacio di Jaume de Olesa”, conservato a Firenze, che risale al 1471. Le raccolte a stampa sono ancora più tarde: Il “Cancionero” di Hernan del Castillo è del 1511; Martin Nucio stampa le sue raccolte alla metà del XVI secolo. Non abbiamo quindi nessun documento concreto fino al 1471. Cosa sia successo, come si sia sviluppato il genere epico in tutto questo tempo, non è che materia per congetture, tutte egualmente buone come tutte egualmente false.

Un aiuto ci potrebbe venire dai pliegos, fogli sui quali venivano stampati dei romances e che venivano venduti a prezzo infimo per la strada. Questi però sarebbero utili solo nel caso che riportassero versioni “inedite”, e comunque sarebbero anteriori di non oltre un secolo alle raccolte di Del Castillo e di Nucio, che li utilizzarono tra l’altro come fonte. Concludendo, di tutto lo sviluppo del genere conosciamo soltanto gli ultimi stadi. Rimangono da definire le risposte a molte domande, Per esempio, non si capisce perchè il Cid abbia una personalità da perfetto vassallo nel “Cantar” e da perfetto indipendendista nei romances; da quali suggestioni estranee a quelle da noi conosciute nascano i trentasette versi del romance “Cabalga Diego Lainez” che non hanno relazione col “Cantar”, come nota gisutamente Fouchè-Delbosc nello stesso anno (1914) in cui Menendez Pidal annuncia la scoperta del romance “La jura de Santa Gadea” in un’antica versione manoscritta; perchè infine i versi di questo romance abbiano più affinità con quelli del Cantar che con quelli prosificati nelle cronache, anche se nel romance la personalità del Cid, come si è visto, è rovesciata rispetto al poema (intento parodistico? Adeguamento al gusto del pubblico?) Abbiamo in mano dei tasselli scompagnati che non sappiamo mettere insieme, e la sia pure monumentale opera di Menendez Pidal non ha chiarito che un decimo di quello che manca, e a meno di eccezionali scoperte continuerà a mancare, nella storia della letteratura spagnola medievale.

Libri, “Atlante delle emozioni umane”

Un libro che mi sento di consigliare…. 


Atlante delle emozioni umane di Tiffany Watt Smith. Con la traduzione di Violetta Bellocchio.

Siamo tutti in grado di riconoscere la differenza tra rabbia e paura, tra desiderio e invidia. Sappiamo anche che è meglio non confondere l’affetto con l’amore, il rimpianto con il rimorso, l’euforia con la felicità.

Quello di cui non ci rendiamo conto, però, è che lo spettro delle emozioni umane è ancora più sfumato di così: esistono sensazioni che tutti noi abbiamo provato, stati d’animo molto precisi e inconfondibili, a cui però spesso non abbiamo saputo dare un nome.

Eppure in qualche angolo del mondo, in qualche lingua a noi ignota esiste una parola precisa che li definisce: per esempio solo gli eschimesi chiamano iktsuarpok il miscuglio di ansia, nervosismo, eccitazione e felicità che prova chi aspetta l’arrivo di ospiti a casa; per i finlandesi, kaukokaipuu è l’inspiegabile nostalgia per un posto dove non siamo mai stati; gli spagnoli chiamano vergüenza ajena l’imbarazzo empatico di chi assiste alle figuracce altrui.

Tiffany Watt Smith attraversa storia, antropologia, scienza, arte, letteratura e musica in cerca delle espressioni con cui le culture di tutto il mondo hanno imparato a definire le proprie emozioni.

Tiffany Watt Smith, storica culturale, dal 2012 insegna Culture of Sleep presso la School of English and Drama dell’università Queen Mary di Londra. Attualmente è ricercatrice presso il Centre for the History of the Emotions. Ha collaborato con “BBC Magazine”, “The Guardian”, “The New Scientist” e “BBC radio”.

(Fonte: Ufficio Stampa Utet)

Lavorare per la pagnotta?

kiyosaki_quadrantiNel suo I quadranti del Cashflow Robert Kiyosaki ci parla di diversi atteggiamenti possibili nei confronti del modo in cui ci procuriamo da vivere.

Possiamo avere una mentalità da Dipendente, e quindi cercare uno stipendio sicuro. Possiamo pensare come lavoratori Autonomi, e cercare di massimizzare quello che possiamo incassare con il nostro lavoro, con le nostre capacità.

E’ possibile poi operare invece come Titolari, cioè il nostro lavoro diventa organizzare il lavoro degli altri. Infine possiamo comportarci come investitori, cioè imparare a far lavorare il denaro per noi.  

Ora, ci stavo giusto pensando stamani.  Sono sempre più convinto che si puo’ “cambiare quadrante” in qualsiasi momento. Vale a dire, anche se in un dato momento stiamo lavorando come dipendenti niente ci vieta di pensare come Autonomi, Titolari o Investitori. Anzi, credo che sarebbe auspicabile allenarsi a mantenere attivi tutti e quattro i punti di vista.

Questo può essere fatto, secondo me, anche mentre facciamo un lavoro da dipendenti. Anzi, è auspicabile, perché in  questo modo sviluppiamo quella che gli esperti definiscono intelligenza finanziaria, ovvero la comprensione di come funzionano i meccanismi che regolano l’entrata e l’uscita del denaro dal nostro orizzonte.

Ne deriva che non si dovrebbe mai lavorare per la pagnotta. Ogni nostra occupazione, ma vorrei quasi dire ogni nostro pensiero, dovrebbe essere diretto a incrementare il nostro patrimonio netto, o comunque la nostra capacità di incrementarlo.

Quindi, dovremmo avere sempre in testa una visione complessiva di quello che vogliamo fare. In questo modo possiamo focalizzare meglio le nostre energie.