Il buon uso del malumore

Statisticamente, molti di noi sono spesso più o meno di malumore. Intanto, sgombriamo il campo: questo succede a tutti indistintamente, compresi i super-motivati a cui certo succede più sovente di svegliarsi bene la mattina e avere ben chiaro quali sono gli obiettivi di giornata. Pure loro, di tanto in tanto hanno i loro momentini.

Il perché di questo malumore diffuso ha molteplici ragioni che in questa sede, come sempre, non ci soffermeremo ad analizzare. Di certo, non si tratta di una condizione particolarmente vitale. Anzi, il malumore spesso peggiora talmente la qualità della nostra vita che ci porta a contrarre sempre di più i nostri spazi, in alcuni casi fino a ridurci a qualcosa di simile a zombie.

C’è chi si accontenta di una situazione del genere, e chi invece decide a un certo punto di fare l’ormai classico passo avanti. A costoro mi sento di proporre una mia esperienza personale. Dal momento che ci sono situazioni in cui non si riesce ad uscire dal malumore, trovo utile “spennellarne” un po’.

Proprio così: uso l’immaginazione per creare un metaforico pennello che uso per dare una mano di bianco, o di grigio se proprio il bianco non mi viene. Questa che può a prima vista sembrare una semplice fantasia funziona benissimo, almeno per me. Il malumore si riduce all’istante, e questo, come conseguenza immediata, consente lo sblocco di una notevole quantità di energia che altrimenti sarebbe stata assorbita e dissipata dal malumore.

Dal contenuto al contenitore…

Càpita a volte che ci sentiamo un po’ disorientati, che non abbiamo una idea chiara e distinta di ciò che è meglio fare. Questo spesso succede perché veniamo risucchiati dal vortice degli avvenimenti quotidiani, fatti principalmente di attività di poca importanza, e che comunque spesso hanno poco o niente a che vedere con i nostri veri obiettivi, con quello che siamo e quello che siamo veramente venuti a fare in questo mondo.

Ne deriva che ogni tanto occorre fare un passo indietro, salire di un livello, insomma allargare in qualche modo la nostra mente. Perché in definitiva c’è sempre qualcosa di altro, “là fuori”. Questo perché altrimenti rischiamo di rinchiuderci in un insieme di soluzioni che non funzionano, mentre invece può bastare un passo avanti oltre il confine dell’insieme per trovare una soluzione funzionante.

Insomma, si tratta di smetterla di confondere la nostra opinione sul mondo con la verità. Se ci identifichiamo con le nostre convinzioni finiamo per trascurare aspetti della realtà che potrebbero essere molto più in sintonia con noi e quello che siamo e vogliamo realmente.

Ritorno alla Causa

Spesso siamo talmente assorbiti dalla routine quotidiana, al “cosa” facciamo, da perdere di vista non solo quello che stiamo facendo, ma “perché” lo facciamo. Ovvero, finiamo per agire non solo senza consapevolezza, ma anche senza scopo. Il che, naturalmente, comporta una frammentazione delle nostre energie. Può capitare così di sentirsi stanchi, disorientati, a volte anche un po’ arrabbiati, senza peraltro che di questa rabbia riusciamo a comprendere il motivo.

Orbene, la rabbia mi sembra proprio il più inutile dei sentimenti. Non so se la pensate come me, ma la mia esperienza mi dice che arrabbiarsi non solo non risolve i problemi ma ci dispone a una vibrazione di scarsa qualità, che a sua volta ci porta a notare (alcuni dicono “attrarre”) solo gli aspetti negativi della nostra situazione. Così, in casi del genere, la cosa migliore da fare sembra proprio tornare al “perché” facciamo quello che facciamo, ovvero alla causa, con la minuscola, oppure alla Causa, con la maiuscola.

Come sempre, non si tratta di un cambiamento che possiamo fare da un giorno all’altro, bensì di un’abitudine da acquisire. Ogni giorno, dedichiamo cinque minuti a chiederci quali sono le nostre motivazioni. Col tempo, esattamente come succede ai muscoli fisici con l’esercizio, svilupperemo i nostri muscoli proattivi, uscendo gradualmente dalla corsa del criceto.