Quando il lavoro non ci piace

In linea di massima, non dovremmo fare un lavoro che non ci piace. So che come affermazione è un po’ forte, ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, converrete con me che è vera. Un lavoro che non ci piace ci condanna a una vita di infelicità.

Semplicemente, la maggior parte delle nostre energie se ne va nel sopportare il lavoro quando ci siamo, e nel pensare a quanto è pesante il lavoro quando non ci siamo. Il che è molto ma molto peggio che passare un periodo di relativa ristrettezza economica mentre ci impegniamo affinché la nostra passione produca reddito.

Esiste naturalmente un’altra possibilità, meno drastica. Farci piacere il lavoro che stiamo facendo. Ovvero, concentrarsi sugli aspetti più interessanti e diventarne esperti. Insomma, prendersi la “respons-abilità” della nostra vita.

Questo può essere fatto in qualsiasi lavoro, per quanto lo consideriamo “disgraziato” e “umile”. Concentrarsi sugli aspetti interessanti del proprio lavoro, approfondirli e diventare sempre più abili migliora la qualità della nostra vibrazione. Siamo più energici in tutti gli ambiti della nostra esistenza.E questo ci aiuta ad avere chiarezza di intenti, e di conseguenza ad essere felici.

A volte capita che anche il lavoro che in genere ci piace, non ci piaccia. Succede in genere quando arriviamo a un pelo da un traguardo importante, tipo una promozione, e per qualche motivo lo manchiamo. Mediamente, in queste situazioni viene spontaneo covare del risentimento. La mia esperienza però mi dice che, ahimè, non è la soluzione più efficace, perché ci priva di energia, mentre per raggiungere l’obiettivo ci occorre tutta l’energia di cui possiamo disporre.

Posso dirti come reagisco io in simili situazioni.. Continuo a lavorare con il massimo dell’entusiasmo possibile, concentrandomi sul fare il lavoro meglio che posso. e staccandomi quanto posso dal risentimento che prova il mio ego, il mio bambino imbronciato perché gli hanno rubato le caramelle. Statisticamente, questo mi è sempre servito per sbloccare la situazione.

La premessa nel mio caso è che il mio lavoro mi piace a prescindere, e vedo promozioni et similia solo come un’eventuale conseguenza piuttosto che come una meta in sé e per sé.

In un punto dello spaziotempo…

Sto trovando molto utile una strategia che sto mettendo in atto da un po’ di tempo. Sono sempre più convinto che vivere bene consista nel mettere in ordine le cose da fare, mettendo in equilibrio quelle che dobbiamo fare con quelle che vogliamo fare.

Il che non è semplice, come ben sappiamo. Nella nostra società siamo costantemente bombardati dagli stimoli più svariati. Il che fa si che più spesso che no perdiamo di vista cosa vogliamo veramente.

Ebbene, la tecnica che sto usando in questo periodo – e che mi sta dando discrete soddisfazioni – può essere usata quando ci viene in mente qualcosa di importante ma non urgente, a cui in quel momento non possiamo prestare la dovuta attenzione.

Si tratta di una tecnica un po’ paradossale, nel senso che di solito la cultura dominante ci impone di fare tutto subito. Magari le prime volte che la adopereremo potrà accadere di sentirsi un po’ a disagio. Questa sensazione però verrà più che compensata dall’energia che andremo a recuperare.

Qual è dunque questa tecnica? Dato un qualsiasi obiettivo che non è possibile raggiungere in quel preciso momento, o al quale per i motivi più svariati non posso prestare attenzione, uso la mia immaginazione per figurarmi che sicuramente, in un dato punto dello spazio-tempo, verrà sicuramente realizzato.

Naturalmente, si tratta di un’opinione come un’altra, di un giudizio esattamente uguale agli altri che siamo abituati a dare nel corso della nostra vita. La differenza sta nel fatto che un giudizio, un’opinione di questo tipo attiva risorse molto più potenzianti. Aumentano infatti di parecchio le possibilità che dapprima troviamo i pezzi del puzzle, e poi che i pezzi del puzzle si incastrino a formare un’immagine chiara e definita della nostra meta.

Quando compro un’azione

Posto che secondo me non esiste un metodo perfetto per capire quando acquistare un strumento finanziario. e tantomeno quando venderlo, ecco come mi comporto personalmente quando si tratta di comprare azioni, quello che qualcuno chiama con termine molto “oh yeah” lo “stock picking”. Fondamentalmente, compro un’azione in due casi:

  1. Vado sul listino, e vedo che il titolo Tizio segna una variazione negativa consistente. Cosa vuol dire consistente? Dipende. In genere, più capitale ho investito, maggiore deve essere la variazione perché la ritenga interessante. In genere si va dal 2% in su. Il calcolo è semplice: dal momento che opero quasi solo su titoli dei listini principali (Ftse Mib in Italia, talvolta Londra, Madrid e New York) è probabile che questa oscillazione sia provocata da fattori che poco hanno a che vedere con i fondamentali dell’azienda, e che quindi il titolo ritorni, presto o tardi al suo prezzo naturale, che in genere è la media tra il massimo e il minimo
  1. Quando sui media appare la notizia che il titolo Caio “crolla”. In particolare quando l’azienda Caio ha dei buoni fondamentali (ad esempio, possiede molti immobili, molti brevetti etc.). E’ molto probabile, in quel caso, che l’azienda si riprenda più o meno velocemente dall’evento che ha provocato il crollo (e dal conseguente clamore mediatico). Il calcolo in questo secondo caso è: molti avranno venduto spinti dal panico, il prezzo sarà dunque sceso. Io nel frattempo ho comprato. Poi, quando (fatalmente) il clamore mediatico si placa, e il pubblico (altrettanto fatalmente) si sarà dimenticato dell’accaduto, l’azione tornerà a risalire.

Goldoni e la motivazione

Alessandro Longhi – Ritratto di Carlo Goldoni (c 1757) Ca Goldoni Venezia – Close-up

A volte si trovano spunti nei posti più impensati. Di solito siamo convinti che lo studio sul pensiero umano sia iniziato solo di recente, e invece… Vi propongo un estratto da una commedia di Carlo Goldoni, Il ritorno dalla villeggiatura.

ATTO SECONDO, SCENA SETTIMA

Camera in casa di Filippo.

Giacinta e Brigida, poi il Servitore.

BRIGIDA: No, signora, non occorre dire: dirò, farò, così ha da essere, così voglio fare. In certi incontri non siamo padrone di noi medesime.

GIACINTA: E che sì, che in un altro incontro non mi succederà più quello che mi è succeduto?

BRIGIDA: Prego il cielo che così sia, ma ne dubito.

GIACINTA: Ed io ne son sicurissima.

BRIGIDA: E donde può ella trarre una tal sicurezza?

GIACINTA: Senti: convien dire che il cielo mi vuol aiutare. Nell’agitazione in cui era, per cercare di divertirmi ho preso un libro. L’ho preso a caso, ma cosa più a proposito non mi potea venir alle mani; è intitolato: Rimedi per le malattie dello spirito. Fra le altre cose ho imparato questa: Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra. Per esempio, s’apre nel mio cervello la celletta che mi fa pensare a Guglielmo, ho da ricorrere alla ragione, e la ragione ha da guidare la volontà ad aprire de’ cassettini ove stanno i pensieri del dovere, dell’onestà, della buona fama; oppure se questi non s’incontrano così presto, basta anche fermarsi in quelli delle cose più indifferenti, come sarebbe a dire d’abiti, di manifatture, di giochi di carte, di lotterie, di conversazioni, di tavole, di passeggi e di cose simili; e se la ragione è restia, e se la volontà non è pronta, scuoter la macchina, moversi violentemente, mordersi le labbra, ridere con veemenza, finché la fantasia si rischiari, si chiuda la cellula del rio pensiero, e s’apra quella cui la ragione addita ed il buon voler ci presenta.

BRIGIDA: Mi dispiace non saper leggere; vorrei pregarla mi permettesse poter anch’io leggere un poco su questo libro.

GIACINTA: Hai tu pure de’ pensieri che ti molestano?

BRIGIDA: Ne ho uno, signora, che non mi lascia mai, né men quando dormo.

GIACINTA: Dimmi qual è, che può essere ch’io t’insegni qual cellula devi aprire per discacciarlo.

BRIGIDA: Egli è, signora mia, per confessarle la verità, ch’io sono innamoratissima di Paolino, ch’ei mi ha dato speranza di sposarmi; ed ora è a Montenero per servizio del suo padrone, e non si sa quando possa tornare.

GIACINTA: Eh! Brigida, questo tuo pensiere non è sì cattivo, né può essere sì molesto, che tu abbia d’affaticarti per discacciarlo. Il partito non isconviene né a te, né a lui. Non ci vedo ostacoli al tuo matrimonio; basta che, senza chiudere la cellula dell’amore, tu apra quella della speranza.

BRIGIDA: Per dir la verità, mi pare che tutte e due sieno ben aperte.

SERVITORE: Signora, vengono per riverirla la signora Vittoria, il signor Ferdinando ed il signor Guglielmo.

GIACINTA: (Oimè!). Niente, niente, vengano. Son padroni.

SERVITORE (parte.)

BRIGIDA: Eccoci al caso, signora padrona.

GIACINTA: Sì, ho piacere di trovarmi nell’occasione.

BRIGIDA: Si ricordi della lezione.

GIACINTA: L’ho messa in pratica immediatamente. Appena volea molestarmi un pensier cattivo, l’ho subito discacciato pensando al signor Ferdinando, che è persona giocosa, che mi farà ridere infinitamente.

BRIGIDA: Rida e scuota la macchina, e si diverta.

Il testo è del tardo Settecento. Eppure Giacinta ha nella sua biblioteca un libro che si intitola Rimedi per la malattia dello spirito. Wow! Siamo di fronte, né più né meno, a un testo che parla di motivazione. Non sappiamo se sia vero o inventato da Goldoni, ma se l’autore lo ha inserito, è evidente che si tratta di un tipo di testo che circolava largamente tra coloro che sapevano leggere. Che cosa insegna questo testo? A contrastare i pensieri negativi.

Quand’uno si trova occupato da un pensiere molesto, ha da cercar d’introdurre nella sua mente un pensier contrario. Dice che il nostro cervello è pieno d’infinite cellule, dove stan chiusi e preparati più e diversi pensieri. Che la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.

Ovvero: quando ci passa della spazzatura nella testa, occorre creare il pensiero esattamente opposto. Nella nostra mente si trovano “infinite cellule, dove stan preparati più e diversi pensieri”. A questo punto ” la volontà può aprire e chiudere queste cellule a suo piacere, e che la ragione insegna alla volontà a chiuder questa e ad aprire quell’altra.”. Ovvero, quando ci passa per la testa qualcosa che ci toglie energia, si può imparare ad allontanare quel tipo di pensiero, rivolgendo la mente ad un altro tipo di dialogo interiore più costruttivo.

A quanto pare, già nel Settecento avevano le idee abbastanza chiare in proposito.

Comprare o non comprare? Valore e prezzo, assoluti e relativi.

Viviamo immersi in un contesto in cui tutto ci spinge a comprare. E’ normale: le aziende puntano a vendere il più possibile, e si badi bene, non c’è niente di scandaloso in questo. Fanno soltanto il loro lavoro, che consiste nel comprendere la psicologia del cliente e muovere le leve giuste affinché acquisti.

Anche nello shopping non c’è assolutamente alcunché di male. Se ci dà piacere l’acquisto di un determinato oggetto, ben venga. L’importante è che quell’acquisto avvenga quando la disponibilità economica ce lo consente, e che in seguito non si creino ristrettezze di mezzi per i bisogni basilari. La domanda cruciale è: quando ce lo consente?

In realtà, la risposta è abbastanza semplice. Le domande che dovremmo sempre farci prima di un acquisto sono essenzialmente due:

  1. Abbiamo davvero bisogno di quel dato oggetto?
  2. Quell’oggetto, per noi, vale più del prezzo a cui lo compreremo?
  3. Se sì, il suo prezzo quanto pesa sul denaro che abbiamo a disposizione in quel dato momento?

Dobbiamo quindi andare oltre l’impulso all’acquisto, per valutare quello che davvero ci serve. Capire quindi, più che il prezzo in sé, il valore dell’oggetto che stiamo per acquistare. E una volta compreso il valore, che potremmo chiamare assoluto, dovremmo considerare il valore relativo ai mezzi che abbiamo a disposizione in quel momento.

Chiaramente, è un gioco che non sempre riesce. Siamo umani, e anche facendoci queste domande potrà capitare di ritrovarci con oggetti che non aggiungono alcun valore alla nostra vita. Nessun problema: il potere della pubblicità è notevole, e dobbiamo sentirci in colpa fino a un certo punto. L’importante è iniziare ad esercitare i nostri muscoli decisionali. Fin dall’inizio, il beneficio sarà notevole.

E’ ora di crescere?

I due lettori che mi seguono con una certa costanza (e li ringrazio per la sopportazione) sanno bene che sono un po’ fissato con il concetto di respons-abilità. Ovvero: il nostro scopo nella vita dovrebbe essere imparare sempre meglio ad essere “capaci di rispondere”. Invece di sprofondare nei problemi, dovremmo vivere cercando soluzioni.

A prima vista sembrerebbe facile. Nei fatti, sembra difficilissimo. E’ infatti palese che viviamo in un’ambiente che non facilita per nulla la presa di responsabilità da parte delle singole persone. La prima cosa che ci viene in mente quando ci troviamo in difficoltà è chiedere qualcosa a qualcuno. Che poi magari troviamo soluzioni anche da noi è un altro paio di maniche, ma il primo pensiero comunque è quello di andare da qualcuno con il cappello in mano.

Forse è ora di abbandonare atteggiamenti di questo tipo. Rendersi conto che. in definitiva, prima di prendere (o di pretendere) dobbiamo dare. Piuttosto che essere parte del problema. dovremmo essere parte della soluzione. Controintuitivo? Certamente. Mediamente, siamo abituati ad avere la pappa scodellata. E ci piace. Il piccolo problema è che in questo modo i nostri muscoli proattivi si atrofizzano. E quando poi. come a volte capita. la pappa scodellata viene a mancare, son dolori.

Dunque? Dunque, quando la pappa scodellata c’è. godiamocela pure. Ma intanto, facciamo dei piccoli passi avanti. Cominciamo ad allenarci- Ogni tanto, soffermiamoci a considerare chi siamo e cosa vogliamo veramente. A immaginare come risolvere quel problemino da soli invece di appoggiarci a qualcun altro. Sono sforzi che alla lunga ripagano parecchio. e migliorano la qualità della vita. nostra e degli altri.

Pensieri sulla Paura e sui Fortini

Ritengo che la Paura di qualcosa spesso faccia più danni della cosa in sè. Mettiamo, ad esempio, che ci sia in giro qualcosa, che ne so, un virus, il terrorismo, la prospettiva di un’invasione aliena… Quel che volete. Cominciano a circolare delle notizie, magari contraddittorie. Può anche capitare, che so, che il governo decida, per prudenza, di chiudere la popolazione in casa per un periodo, mettiamo due mesi.

Metttiamo anche che questa “cosa” effettivamente esista, per carità ci mancherebbe, ma che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia veramente idea di come sia fatta, di come funzioni e soprattutto di come affrontarla efficacemente. In scenari come questi, quale sarà mai la strategia migliore? E’ molto probabile che il nostro istinto ci dica che dobbiamo erigere un Fortino.

Sì, esattamente come quelli dei film western, che poi sono la versione moderna delle fortezze medievali. Una struttura chiusa, con delle alte mura e con delle palizzate in alto, dove sono praticate delle feritoie che permettono di sbirciare fuori e, all’occorrenza, infilarci un fucile o altra arma atta alla difesa del Fortino.

Tutto questo serve, almeno nelle intenzioni, a proteggerci. Il concetto è il seguente: se io mi creo un ambiente chiuso, dove nessuno può entrare se non lo invito io, sono protetto e non mi può succedere nulla. Di conseguenza, una volta eretto il Fortino, devo difenderlo dal Nemico. Ovvero, tutto ciò che vuole entrare nel mio Fortino senza essere invitato. O anche, tutto ciò che io penso che voglia entrare senza essere invitato.

A prima vista, la mentalità del Fortino sembra funzionare alla grande. Per un po’, possiamo anche essere convinti che sia la migliore. Se ci pensiamo bene, però, questo rinchiuderci ci porta progressivamente a vivere un po’ come Zio Paperone nel suo deposito. Dormi con un occhio solo con lo spingardino, per paura che arrivi la Banda Bassotti. Come canta il Poeta.

Quindi, come soluzione non sembra particolarmente geniale. Non era quello il tuo obiettivo. Tu volevi sentirti sicuro, ma il risultato è che invece vivi di insicurezza. Non solo. Più ti isoli, più le tue paure aumentano. E più senti la necessità d rinchiuderti nel tuo Fortino. Un enorme cane che si morde la coda, una spirale verso il basso di dimensioni cosmiche.

Purtroppo, o per fortuna, la vita è rischio. Rischio calcolato, progressivo, prudente, certamente. Ma pur sempre rischio. Ed è anche un cammino di conoscenza, per allargare la nostra mente e renderci sempre più abili e respons-abili. Sempre più capaci di risolvere problemi e affrontare situazioni. Diversamente, andiamo incontro a quella che si può a buon diritto definire una morte in vita. Più si teme quello che non conosciamo, invece di cercare di conoscerlo, più retrocediamo da esseri umani a bipedi.

Ritrovarsi

Quando ci sentiamo “smarriti” è perché abbiamo perso di vista quello che davvero desideriamo. La vita quotidiana, con i suoi numerosi impegni, attira così tanto la nostra attenzione che finiamo per pensare che esista solo quella. E dal momento che alcune volte le cose vanno “male” (cioè, diversamente da come vogliamo noi) càpita che cominciamo a pensare che la nostra vita sia brutta, inutile, scialba.

Eppure, se ci pensiamo bene, quella situazione cosi brutta, inutile e scialba l’abbiamo creata noi. Proprio così: siamo sempre respons-abili di quello che ci accade. Se la nostra vita ci appare piatta, vuol dire che abbiamo perso di vista il nostro perché. Quello che vogliamo davvero.

Siamo talmente assorbiti dalle minuzie del giorno che non riusciamo più a ricordarci chi siamo quale sia la nostra mission. Di conseguenza, facciamo cose e abbiamo pensieri che non hanno granché significato. Da qui, quella frustrazione che ci coglie di quando in quando.

Per fortuna, come tutto nell’universo, anche questo processo è reversibile. E non servono tecniche astruse o alla portata di pochi. E’ sufficiente farsi due o tre semplici domande. Qualcosa del tipo: chi sono io? Che cosa voglio? Quale potrebbe essere il mio contributo?

Facciamolo adesso, e ascoltiamo le risposte. Di qui in poi, è tutta questione di allenamento. Quando arriva la frustrazione, quando lo smarrimento bussa alle porte della nostra mente… vai con le domande.

Vedrete che presto le vostre giornate avranno molto, molto più senso.

Falla semplice

Molto spesso la strada migliore da seguire è quella più semplice.  A volte ci sembra invece che il mondo sia strutturato per rendere le cose complicatissime. Te lo dico subito: in parte è una nostra impressione, e in parte è proprio così.

Ci sono in giro persone il cui scopo nella vita è rendere complicato qualcosa. Ad esempio: ti sei mai misurato con le leggi e la burocrazia? Per qualunque iniziativa tu voglia portare avanti, ci sono moduli da compilare, documenti da mettere insieme e – soprattutto – leggi regolamenti e circolari da conoscere.

Questo ovunque, in qualunque parte del mondo e in qualunque epoca. Tanto che è complicatissimo fare da sè, e bisogna rivolgersi a dei consulenti, dal momento che all’ufficio a cui ti rivolgi per fare istanza  “non compete” darti una mano.

Come mai funziona così? Ebbene: immagina se per un caso del destino si decidesse di fare leggi semplici e chiare, e si imponesse ai funzionari degli uffici di dare la necessaria assistenza agli utenti. Sarebbe il finimondo: sparirebbero una marea di posti di lavoro. E non sarebbe bello, non trovi?

Quindi, il mondo è sicuramente un posto complicato. Poi, però, ci siamo noi. Ed effettivamente, facciamo la nostra parte per complicarlo ancora di più. La nostra mente genera a sua volta, in continuazione, leggi regolamenti e circolari non dissimili da quelle che troviamo nel mondo esterno. Dentro noi non c’è meno burocrazia che fuori. Ci mettiamo un sacco di regole, molte delle quali sono assurde esattamente come quelle che ci disturbano quando compiliamo la dichiarazione dei redditi.

Orbene: non possiamo cambiare il mondo esterno, perlomeno non in un istante. Ma, sempre nello stesso istante, possiamo cambiare noi. Cerchiamo di capire che per essere felici non occorre che tutto vada “bene” (cioè, ricordiamolo sempre, come vogliamo noi, come ci piace). Serve “farla semplice”, cioè essere felici a prescindere, sapendo che, se una strada non ci porta al nostro obiettivo, possiamo sempre trovarne un’altra meno complicata. A volte, capita anche che arriviamo alla conclusione che dopotutto quell’obiettivo non era poi così fondamentale.

Un bel risparmio di energie, non trovate?

Opinione e Verità

Viviamo immersi nelle opinioni. Spesso ci sentiamo disorientati perché, davanti a una data situazione, non sappiamo come comportarci. Da una parte ci dicono di fare così, dall’altra ci dicono di fare cosà, e non pare esserci un modo per capire quale sia “la cosa da fare”. La conseguenza è che abbiamo come una sensazione di mal di mare, che consuma tutte le nostre energie.

Se siamo sotto un certo livello, accettiamo questo stato di cose fino ad autodistruggerci, se la nostra vita è abbastanza lunga da portare a termine il processo. Se ancora conserviamo un barlume di energia, andiamo in cerca della Verità. Ovvero , di una parola definitiva che ci “indichi la Via”. Se siamo abbastanza determinati a cercare questa Verità, finiamo per trovarne una: la Religione, il Denaro, la Movida…

Il punto è che spesso, poi, queste Verità si rivelano meno definitive di quanto uno potesse pensare. La Religione senza Fede finisce per essere solo un rituale, che può rassicurare ma non soddisfa. Il Denaro senza Obiettivi si impadronisce di noi: ne vogliamo sempre di più, e non ci basta mai. La Movida senza Amore diventa un vivere aspettando la prossima occasione di Sballo… Insomma, si percepisce ben presto che c’è qualcosa che non funziona.

Quindi, a che santo possiamo mai votarci? Secondo la mia esperienza, è vero quello che funziona. Anche in questo campo, perciò, dovremmo smetterla di cercare qualcuno che ci dia la proverbiale pappa scodellata. Potrebbe essere un’idea attivare la nostra respons-abilità e sperimentare in prima persona. Ovvero: ascoltare tutti, e adoperare la nostra testa per valutare se le opinioni che sentiamo in giro sono vitali e funzionali.

Ne convengo: è certamente più faticoso che starsene con i piedi ben caldi nelle babbucce. Ma si ottengono almeno due vantaggi che secondo me sono fondamentali:

  1. Sviluppiamo i nostri muscoli proattivi. Più prendiamo decisioni, più possibilità abbiamo.
  2. Diventiamo meno attaccati ai risultati, perché abbiamo più aspetti della nostra vita per cui essere grati.

Mi pare proprio un buon affare. Come si dice, il gioco vale la candela.