L’ ABC dei pensieri

Parlando di qualità dei pensieri, sto trovando molto utile una classificazione alfabetica e, perché no, anche un po’ calcistica. Ritengo che esistano pensieri di serie A, B e C.

In Serie A troviamo i pensieri che ci stimolano. Quelli che ci forniscono energia e vitalità. Quando la nostra mente processa pensieri di serie A, sappiamo benissimo dove stiamo andando e cosa stiamo facendo. I nostri obiettivi sono chiari, la focalizzazione è massima, il tempo e le risorse vengono gestite nel migliore dei modi, e ci sentiamo bene. Siamo per così dire “in flusso”.

In Serie B troviamo i cosiddetti “pensieri oziosi”. Ovvero, pensieri che non sono esattamente negativi, ma che peraltro non ci portano da nessuna parte. Possiamo classificare nella Serie B le cosiddette “distrazioni”. Rientrano in questa serie pensieri del tipo: cosa facciamo stasera per cena, dove andiamo in vacanza quest’estate, cosa c’è di bello stasera in Tv, eccetera eccetera. Un po’ di pensieri oziosi possono pure andare bene, se sono funzionali a ricaricare le nostre batterie. Bisogna stare solo attenti che non diventino preponderanti rispetto a quelli di serie A.

Arriviamo così ai pensieri di serie C, quelli che a buon diritto potremmo definire “infernali”, perché ci privano delle nostre energie, annullano le nostre intenzioni e, se non stiamo bene attenti, possono anche portarci verso situazioni che davvero somigliano all’inferno sulla terra. Rientrano in questa categoria pensieri del tipo: che giornataccia, non ce la posso fare, sbaglio sempre, e via discorrendo.

Risulta evidente che conviene coltivare principalmente pensieri di Serie A, limitare allo stretto indispensabile quelli di Serie B ed evitare come la peste quelli di Serie C. Naturalmente, anche in questo tipo di lavoro non si ottiene tutto subito. Anzi, ve lo dico subito: si tratta di un lavoro piuttosto impegnativo. Che però, curiosamente, non costa più fatica che sopportare le conseguenze dei pensieri di Serie C.

Aspettative troppo alte possono schiacciare la creatività

Di Leo Babauta, www.zenhabits.net. Traduzione di David Di Luca. Testo originale a seguire.

Ho dei clienti che si pongono degli standard molto alti: vogliono scrivere post meravigliosi per i loro blog, creare musica che ispiri, opere d’arte profonde, un business di successo che raggiunga centinaia di migliaia di persone.

Sono belle aspirazioni, e adoro mete di questo tipo. E’ meraviglioso!

Tuttavia, se ti proponi di creare un capolavoro…come ci rimani quando ti trovi davanti a una tela o una pagina vuota? Può capitare di provare un’immensa paura di non essere capace di produrre quel capolavoro, o di temere di non essere all’altezza dei nostri sogni o delle nostre speranze.

Questo tipo di aspettative può spesso schiacciare la creatività che avevamo inizialmente.

Quindi, dovremmo piuttosto non avere alcun obiettivo o aspettativa, nessuno standard, nessun sogno, nessuna speranza? O non dovremmo neanche tentare?

Mi sento di dirvi: provateci, e create con un atteggiamento vitale, giocoso, avventuroso, creativo, gioioso. Un atteggiamento simile alla danza, alla musica, e di delizia davanti al caos della vita. Un atteggiamento che attinga all’abbondanza e all’ispirazione.

Quando siamo nella creatività, non appesantiamoci con delle aspettative alte. Percepite ciò che fluisce dal vostro cuore, dalla vostra immaginazione, dal vostro stato di gioia.

Verrà il tempo in cui ci dovremmo mettere al lavoro per raffinare, editare, togliere e discernere. Ma non mentre stiamo creando – in quel momento diamoci il permesso di essere abbondanti e aperti.

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The High Bar of Expectations Can Crush Our Creativity

I have clients who really set high standards for themselves: they want to write amazing blog posts, create inspiring music, profound works of art, a thriving business that reaches hundreds of thousands of people.

These are beautiful aspirations, and I love what we are aiming for. It’s amazing!

And yet, if you are setting out to create a masterpiece … what does that do to you when you show up at the blank page or canvas? It can bring immense fear of not being able to produce that masterpiece, or worries of falling short of our hopes and dreams.

These kind of expectations can often crush any creativity we start out with.

So should we have zero goals or expectations, have no standards, and no hopes and dreams? Or should we just not even try?

I say let yourself show up and create, from a place of aliveness. Of play, adventure, creativity, joy. From a place of dance, music, and delight in the chaos of life. From abundance and inspiration.

In the place of creation, we don’t need to burden ourselves with high expectations. See what flows from your heart, imagination, and joyful being.

At some point, we’ll need to bring in our craft, and refine. Edit, toss out, and discern. But not when we’re creating — let that be free and abundant and open!

Ri-Creazione e Attaccamento

Spesso ci capita di essere impauriti per il timore di perdere quello che abbiamo. Qualunque cosa: la nostra casa, la nostra persona speciale, la nostra salute, la nostra auto…Metteteci quello che volete. Buona parte della nostra vita viene spesa a proteggere spasmodicamente i nostri beni, materiali o immateriali poco importa.

Questo timore si chiama attaccamento, e spesso si rivela una delle peggiori iatture che possano colpire l’essere umano. Il perché é molto semplice: preso un elemento qualsiasi (la casa, l’automobile, la persona amata, il nostro stesso corpo) è matematicamente certo che siamo destinati a perderlo in un certo punto dello spaziotempo. Il cambiamento continuo in atto in questo universo muterà prima o poi quell’elemento, o noi stessi.

Stabilito questo, ci si rende conto facilmente di come sia futile preoccuparsi per una perdita che certamente – col tempo – si verificherà. Quindi, occorre cambiare punto di vista rispetto a questa situazione. A questo proposito, mi sento di proporre uno spunto su cui riflettere. Una domanda che personalmente mi ha aiutato molto per superare questo tipo di impasse: che cosa significa per me quello che temo di perdere? Ovvero: qual è la sua essenza?

Quando ci facciamo domande di questo tipo, ci rendiamo conto che quello che cerchiamo non si trova solo ed esclusivamente in quell’elemento che temiamo di perdere. In effetti, può essere ritrovato in molti altri elementi. Se non ci rendiamo conto di questo è perché la nostra mente si è come ristretta, e non è capace di concepire che, appena “là fuori” esistono elementi che hanno la stessa essenza di quelli che attualmente si trovano all’interno della nostra esperienza. In buona sostanza, quello che abbiamo (e che temiamo di perdere) può sempre essere ri-creato.

Proprio così: ogni aspetto della nostra vita che eventualmente ci venisse a mancare può essere ricreato in ogni momento. l’Universo è talmente vasto e variegato che è possibile ritrovare qualsiasi cosa pensiamo d aver perso. Questo recupero passa attraverso un allargamento e – se vogliamo – un’evoluzione della nostra mente. Come per ogni cosa, anche l’allargamento della nostra mente si ottiene allenandosi, vale a dire decidendo di esprimere il più spesso possibile l’intenzione di espandere la nostra comprensione.

Questo allenamento ci porta a considerare le infinite possibilità a nostra disposizione. Questo dato ci consente di lasciar andare ogni timore di perdere quello che abbiamo in questo momento. Ha anche un effetto curioso: non temendo più di perdere quello che abbiamo – perché ormai non lo perderemo più – siamo portati a goderci maggiormente quello che abbiamo nel qui ed ora, e soprattutto ad esserne grati. Questo stato di gratitudine, a sua volta, ci rende felici. E la felicità chiama ancora gioia, gratitudine, felicità.

Due domande fondamentali

A mio parere, ci sono due domande che è opportuno farsi spesso. Due domande che possono davvero cambiare il nostro focus, rendendolo molto più acuto. E’ un modo come un altro, in definitiva, per vedersi da fuori, per prendere coscienza di come siamo fatti e, eventualmente, decidere di lavorarci su.

Le due domande sono:

  1. Che cosa stiamo facendo? 2. Perché lo stiamo facendo?

Il primo passo, ovviamente, è prendere coscienza di quello che stiamo facendo. Può sembrare banale, ma non lo è. La maggior parte del tempo la passiamo a compiere azioni e avere pensieri in modo del tutto automatico, per abitudine. Intendiamoci, questo fatto non è del tutto negativo. Le abitudini ci aiutano a non diventare come il millepiedi della favola che a un certo punto si rovinò la vita cominciando a pensare a quale piede doveva mettere avanti per primo. Tuttavia, accade spesso un fatto strano assai: anche quando le condizioni cambiano, e certe abitudini diventano non solo inutili, ma addirittura dannose, tendiamo a mantenerle. Occorre, dunque, che ogni tanto procediamo a una revisione della routine.

La revisione della routine di cui sopra ci porta inevitabilmente al secondo passo: chiederci perché facciamo le cose, ovvero a riesaminare le nostre motivazioni, ma soprattutto i nostri valori, cioè, quello che andiamo cercando, quello che maggiormente vogliamo dalla nostra vita. Già, perché è importante capire chi siamo e cosa vogliamo. Pare che da queste verifiche dipenda un tantino la qualità della nostra vita. Se seguiamo i nostri valori, “rischiamo” di essere felici. Se invece li perdiamo di vista, può arrivare un momento in cui ci sentiamo come nel film Il giorno della marmotta. Ovvero, abbiamo l’impressione che le giornate si ripetano pressoché uguali l’una all’altra, senza grande costrutto.

Ovviamente, si tratta di una nostra impressione, dovuta al fatto che abbiamo perso di vista l’ideale. Non sappiamo, o meglio non siamo più coscienti di quello che vogliamo, magari perché, presi dalla corsa del criceto, disperiamo di poterlo mai ottenere. Le due domande di cui abbiamo parlato possono aiutarci a riallineare le nostre energie, facendoci riprendere il cammino verso la realizzazione di noi stessi.

Il potere del Boh?

Certe volte siamo troppo sicuri di sapere come andranno le cose. Tanto da chiuderci alle lezioni che ci possono arrivare dall’Universo. Già, perché ormai dovremmo averlo capito: Costui ha molta, molta più fantasia di noi. La nostra abitudine di trarre conclusioni affrettate sull’esito degli eventi fa più danni della grandine.

Allora, potrebbe essere una buona idea decidere di coltivare quella che ormai trovo molto preciso definire la Sana Perplessità, nei confronti delle nostre succitate conclusioni affrettate. Soprattutto se queste decisioni affrettate comportano un senso di impotenza e spossatezza, indice del fatto che si tratta di conclusioni sbagliate, oltre che affrettate.

Le conclusioni giuste, ça va sans dire, sono quelle che al contrario ci potenziano. Ovvero, che moltiplicano le nostre opzioni, rendendoci possibile vedere quello che c’è oltre le nostre limitazioni autoimposte.