E’ ora di crescere?

I due lettori che mi seguono con una certa costanza (e li ringrazio per la sopportazione) sanno bene che sono un po’ fissato con il concetto di respons-abilità. Ovvero: il nostro scopo nella vita dovrebbe essere imparare sempre meglio ad essere “capaci di rispondere”. Invece di sprofondare nei problemi, dovremmo vivere cercando soluzioni.

A prima vista sembrerebbe facile. Nei fatti, sembra difficilissimo. E’ infatti palese che viviamo in un’ambiente che non facilita per nulla la presa di responsabilità da parte delle singole persone. La prima cosa che ci viene in mente quando ci troviamo in difficoltà è chiedere qualcosa a qualcuno. Che poi magari troviamo soluzioni anche da noi è un altro paio di maniche, ma il primo pensiero comunque è quello di andare da qualcuno con il cappello in mano.

Forse è ora di abbandonare atteggiamenti di questo tipo. Rendersi conto che. in definitiva, prima di prendere (o di pretendere) dobbiamo dare. Piuttosto che essere parte del problema. dovremmo essere parte della soluzione. Controintuitivo? Certamente. Mediamente, siamo abituati ad avere la pappa scodellata. E ci piace. Il piccolo problema è che in questo modo i nostri muscoli proattivi si atrofizzano. E quando poi. come a volte capita. la pappa scodellata viene a mancare, son dolori.

Dunque? Dunque, quando la pappa scodellata c’è. godiamocela pure. Ma intanto, facciamo dei piccoli passi avanti. Cominciamo ad allenarci- Ogni tanto, soffermiamoci a considerare chi siamo e cosa vogliamo veramente. A immaginare come risolvere quel problemino da soli invece di appoggiarci a qualcun altro. Sono sforzi che alla lunga ripagano parecchio. e migliorano la qualità della vita. nostra e degli altri.

Pensieri sulla Paura e sui Fortini

Ritengo che la Paura di qualcosa spesso faccia più danni della cosa in sè. Mettiamo, ad esempio, che ci sia in giro qualcosa, che ne so, un virus, il terrorismo, la prospettiva di un’invasione aliena… Quel che volete. Cominciano a circolare delle notizie, magari contraddittorie. Può anche capitare, che so, che il governo decida, per prudenza, di chiudere la popolazione in casa per un periodo, mettiamo due mesi.

Metttiamo anche che questa “cosa” effettivamente esista, per carità ci mancherebbe, ma che nessuno, e sottolineo nessuno, abbia veramente idea di come sia fatta, di come funzioni e soprattutto di come affrontarla efficacemente. In scenari come questi, quale sarà mai la strategia migliore? E’ molto probabile che il nostro istinto ci dica che dobbiamo erigere un Fortino.

Sì, esattamente come quelli dei film western, che poi sono la versione moderna delle fortezze medievali. Una struttura chiusa, con delle alte mura e con delle palizzate in alto, dove sono praticate delle feritoie che permettono di sbirciare fuori e, all’occorrenza, infilarci un fucile o altra arma atta alla difesa del Fortino.

Tutto questo serve, almeno nelle intenzioni, a proteggerci. Il concetto è il seguente: se io mi creo un ambiente chiuso, dove nessuno può entrare se non lo invito io, sono protetto e non mi può succedere nulla. Di conseguenza, una volta eretto il Fortino, devo difenderlo dal Nemico. Ovvero, tutto ciò che vuole entrare nel mio Fortino senza essere invitato. O anche, tutto ciò che io penso che voglia entrare senza essere invitato.

A prima vista, la mentalità del Fortino sembra funzionare alla grande. Per un po’, possiamo anche essere convinti che sia la migliore. Se ci pensiamo bene, però, questo rinchiuderci ci porta progressivamente a vivere un po’ come Zio Paperone nel suo deposito. Dormi con un occhio solo con lo spingardino, per paura che arrivi la Banda Bassotti. Come canta il Poeta.

Quindi, come soluzione non sembra particolarmente geniale. Non era quello il tuo obiettivo. Tu volevi sentirti sicuro, ma il risultato è che invece vivi di insicurezza. Non solo. Più ti isoli, più le tue paure aumentano. E più senti la necessità d rinchiuderti nel tuo Fortino. Un enorme cane che si morde la coda, una spirale verso il basso di dimensioni cosmiche.

Purtroppo, o per fortuna, la vita è rischio. Rischio calcolato, progressivo, prudente, certamente. Ma pur sempre rischio. Ed è anche un cammino di conoscenza, per allargare la nostra mente e renderci sempre più abili e respons-abili. Sempre più capaci di risolvere problemi e affrontare situazioni. Diversamente, andiamo incontro a quella che si può a buon diritto definire una morte in vita. Più si teme quello che non conosciamo, invece di cercare di conoscerlo, più retrocediamo da esseri umani a bipedi.

Ritrovarsi

Quando ci sentiamo “smarriti” è perché abbiamo perso di vista quello che davvero desideriamo. La vita quotidiana, con i suoi numerosi impegni, attira così tanto la nostra attenzione che finiamo per pensare che esista solo quella. E dal momento che alcune volte le cose vanno “male” (cioè, diversamente da come vogliamo noi) càpita che cominciamo a pensare che la nostra vita sia brutta, inutile, scialba.

Eppure, se ci pensiamo bene, quella situazione cosi brutta, inutile e scialba l’abbiamo creata noi. Proprio così: siamo sempre respons-abili di quello che ci accade. Se la nostra vita ci appare piatta, vuol dire che abbiamo perso di vista il nostro perché. Quello che vogliamo davvero.

Siamo talmente assorbiti dalle minuzie del giorno che non riusciamo più a ricordarci chi siamo quale sia la nostra mission. Di conseguenza, facciamo cose e abbiamo pensieri che non hanno granché significato. Da qui, quella frustrazione che ci coglie di quando in quando.

Per fortuna, come tutto nell’universo, anche questo processo è reversibile. E non servono tecniche astruse o alla portata di pochi. E’ sufficiente farsi due o tre semplici domande. Qualcosa del tipo: chi sono io? Che cosa voglio? Quale potrebbe essere il mio contributo?

Facciamolo adesso, e ascoltiamo le risposte. Di qui in poi, è tutta questione di allenamento. Quando arriva la frustrazione, quando lo smarrimento bussa alle porte della nostra mente… vai con le domande.

Vedrete che presto le vostre giornate avranno molto, molto più senso.

Falla semplice

Molto spesso la strada migliore da seguire è quella più semplice.  A volte ci sembra invece che il mondo sia strutturato per rendere le cose complicatissime. Te lo dico subito: in parte è una nostra impressione, e in parte è proprio così.

Ci sono in giro persone il cui scopo nella vita è rendere complicato qualcosa. Ad esempio: ti sei mai misurato con le leggi e la burocrazia? Per qualunque iniziativa tu voglia portare avanti, ci sono moduli da compilare, documenti da mettere insieme e – soprattutto – leggi regolamenti e circolari da conoscere.

Questo ovunque, in qualunque parte del mondo e in qualunque epoca. Tanto che è complicatissimo fare da sè, e bisogna rivolgersi a dei consulenti, dal momento che all’ufficio a cui ti rivolgi per fare istanza  “non compete” darti una mano.

Come mai funziona così? Ebbene: immagina se per un caso del destino si decidesse di fare leggi semplici e chiare, e si imponesse ai funzionari degli uffici di dare la necessaria assistenza agli utenti. Sarebbe il finimondo: sparirebbero una marea di posti di lavoro. E non sarebbe bello, non trovi?

Quindi, il mondo è sicuramente un posto complicato. Poi, però, ci siamo noi. Ed effettivamente, facciamo la nostra parte per complicarlo ancora di più. La nostra mente genera a sua volta, in continuazione, leggi regolamenti e circolari non dissimili da quelle che troviamo nel mondo esterno. Dentro noi non c’è meno burocrazia che fuori. Ci mettiamo un sacco di regole, molte delle quali sono assurde esattamente come quelle che ci disturbano quando compiliamo la dichiarazione dei redditi.

Orbene: non possiamo cambiare il mondo esterno, perlomeno non in un istante. Ma, sempre nello stesso istante, possiamo cambiare noi. Cerchiamo di capire che per essere felici non occorre che tutto vada “bene” (cioè, ricordiamolo sempre, come vogliamo noi, come ci piace). Serve “farla semplice”, cioè essere felici a prescindere, sapendo che, se una strada non ci porta al nostro obiettivo, possiamo sempre trovarne un’altra meno complicata. A volte, capita anche che arriviamo alla conclusione che dopotutto quell’obiettivo non era poi così fondamentale.

Un bel risparmio di energie, non trovate?

Opinione e Verità

Viviamo immersi nelle opinioni. Spesso ci sentiamo disorientati perché, davanti a una data situazione, non sappiamo come comportarci. Da una parte ci dicono di fare così, dall’altra ci dicono di fare cosà, e non pare esserci un modo per capire quale sia “la cosa da fare”. La conseguenza è che abbiamo come una sensazione di mal di mare, che consuma tutte le nostre energie.

Se siamo sotto un certo livello, accettiamo questo stato di cose fino ad autodistruggerci, se la nostra vita è abbastanza lunga da portare a termine il processo. Se ancora conserviamo un barlume di energia, andiamo in cerca della Verità. Ovvero , di una parola definitiva che ci “indichi la Via”. Se siamo abbastanza determinati a cercare questa Verità, finiamo per trovarne una: la Religione, il Denaro, la Movida…

Il punto è che spesso, poi, queste Verità si rivelano meno definitive di quanto uno potesse pensare. La Religione senza Fede finisce per essere solo un rituale, che può rassicurare ma non soddisfa. Il Denaro senza Obiettivi si impadronisce di noi: ne vogliamo sempre di più, e non ci basta mai. La Movida senza Amore diventa un vivere aspettando la prossima occasione di Sballo… Insomma, si percepisce ben presto che c’è qualcosa che non funziona.

Quindi, a che santo possiamo mai votarci? Secondo la mia esperienza, è vero quello che funziona. Anche in questo campo, perciò, dovremmo smetterla di cercare qualcuno che ci dia la proverbiale pappa scodellata. Potrebbe essere un’idea attivare la nostra respons-abilità e sperimentare in prima persona. Ovvero: ascoltare tutti, e adoperare la nostra testa per valutare se le opinioni che sentiamo in giro sono vitali e funzionali.

Ne convengo: è certamente più faticoso che starsene con i piedi ben caldi nelle babbucce. Ma si ottengono almeno due vantaggi che secondo me sono fondamentali:

  1. Sviluppiamo i nostri muscoli proattivi. Più prendiamo decisioni, più possibilità abbiamo.
  2. Diventiamo meno attaccati ai risultati, perché abbiamo più aspetti della nostra vita per cui essere grati.

Mi pare proprio un buon affare. Come si dice, il gioco vale la candela.

Odiare l’odio… O amare l’amore?

Sono sempre più convinto che l’amore sia meglio dell’odio. L’odio fa perdere tempo, mentre l’amore lo moltiplica, perché alza i nostri livelli energetici, ci libera e sblocca la nostra creatività. Il che non è poco, considerando che, per motivi che non stiamo ad analizzare e che francamente neanche mi interessano, il mondo sembra essere tutto impostato sull’odio, che al contrario abbassa i nostri livello di energia, spingendoci dentro un circolo vizioso, nel quale a un certo punto sembra impossibile trovare una via d’uscita.

E invece la via d’uscita c’è, eccome. Come sempre, si tratta di prenderci la nostra respons-abilità, ovvero di diventare capaci di rispondere agli stimoli che riceviamo. Nel caso specifico, è utile sviluppare la capacità di essere amorevoli. cioè di pensare in termini di amore, e “inviare” pensieri amorevoli a noi stessi e agli altri.

Mi spingerò oltre: più la situazione e le persone intorno a noi sono (=ci sembrano) odiose e sgradevoli, più amore dobbiamo inviare a quelle persone e a quelle situazioni. Capisco bene che può essere molto complicato. Non dimentichiamo però che si tratta di acquisire un’abitudine, nello specifico un’abitudine che è in netto contrasto con le nostre abitudini quotidiane. Quindi va introdotta gradualmente, usando la consapevolezza.

“Gradualmente” vuol dire che anche questa abitudine va acquisita un po’ come quella all’attività fisica. Se si pretende di passare di botto dal nulla più assoluto ai sei allenamenti da tre ore l’uno in palestra, tutto quello che otterremo sarà un bel po’ di doloretti sparsi per il corpo, accompagnati da una gran voglia di mollare. Occorre dunque andare per gradi.

Per esempio, si può anche cominciare mettendo una sveglia con promemoria sul cellulare. Tutti i giorni a una data ora… bling! Ci ricorda di amare qualcosa o qualcuno, possibilmente qualcosa o qualcuno che ci dà veramente ma veramente fastidio. In questo modo inizieremo un cammino che ci porterà a migliorare sempre di più la nostra vibrazione.

I risultati saranno molto interessanti. Tanto per cominciare, potremo recuperare il tempo che finora abbiamo perso nell’odiare il prossimo. Tempo che potremo utilizzare per creare qualcosa di costruttivo, per esempio contemplare la bellezza della natura o di un’opera d’arte, se non creare opere d’arte noi stessi o comunque domandarci, per esempio, quale può essere il nostro contributo al mondo.

L’arte di andare via

Bisogna essere capaci di andar via dalle situazioni. Naturalmente non sto parlando dell’omino delle barzellette che esce a comprare le sigarette e non torna più. Non si risolve nulla lasciando moglie e figli per trasferirsi a Tahiti. Anche perché comunque ci portiamo via noi stessi, con tutte le nostre convinzioni, e presto o tardi creeremo di nuovo una situazione che ci porterà a uscire per comprare le sigarette.

Cosa significa quindi “andare via”? E’ ovvio che non si “va via” fisicamente. O almeno, non solo. Bisogna infatti considerare che la realtà non esiste, o per essere più precisi è frutto di una nostra percezione, è chiaro che se ci troviamo in una situazione “negativa”, (cioè, che non ci piace) pensare continuamente a quella situazione non ci porterà molto lontano.

Occorre appunto “andare via”, cioè cominciare ad esplorare alternative. Il mondo, infatti, è decisamente vasto. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Anzi, direi che il nostro compito come esseri umani è proprio quello: apprendere e comprendere il più possibile. Non esiste un punto d’arrivo che ci consenta di sederci sugli allori.

Ti conosco mascherina: distanziamento fisico e distanziamento sociale

L’uomo si conferma animale sociale. Se qualcuno paventava che andare in giro con mascherine e guanti potesse inficiare i rapporti umani, credo che si possa rilassare. La mia esperienza durante questi primi giorni della “fase 2” è che non si sta materializzando la “società senza volto” che veniva ipotizzata da più parti.

La mascherina sembra non porre eccessivi problemi per la comunicazione interpersonale. Semplicemente, la mimica facciale viene sostituita da quella fisica, e la naturale tendenza dell’essere umano all’empatia fa il resto. Il nostro cervello trova nuove vie per interpretare il prossimo, e si conferma la nostra resilienza comunicazionale.

Lo stesso vale per il cosiddetto “distanziamento sociale”. Tanto per cominciare, qualcuno ha cominciato a chiamarlo “distanziamento fisico”. Si tratta di una rietichettatura, come si direbbe in termini di Programmazione Neuro Linguistica, che mi trova perfettamente d’accordo. Perché anche quella crescita della diffidenza che alcuni avevano ipotizzato sembra proprio non esserci.

Dal punto di vista sociale, si nota anzi una maggiore voglia di stare insieme. Ovviamente, e almeno per ora, in modi certamente diversi da quelli a cui siamo abituati. Ma d’altronde, come specie, l’uomo è un animale che sopravvive adattandosi. E anche in questo caso, a parte qualche disorientamento iniziale, sembra proprio che abbiamo la strada per sopravvivere anche alla pandemia. Almeno dal punto di vista della tenuta dei rapporti interpersonali e sociali in genere

Siamo qui per comprendere

L’apparente caos e la complessità del mondo a volte sembrano sul punto di sopraffarci. Ci son momenti in cui regole e paletti sembrano essere ovunque, e ancora di più in periodi come questo (maggio 2020) in cui ci si prospetta quantomeno per i prossimi mesi un mondo se possibile ancora più complesso e impegnativo.

Tuttavia, occorre superare questa complessità che è del tutto apparente. E questo può essere fatto creandoci un mindset, un atteggiamento di comprensione. Siamo qui per comprendere, per conoscere, e per utilizzare questa comprensione e questa conoscenza per evolvere, per ampliare le nostre potenzialità.

Anche perché il caos e la complessità spesso sono una nostra personalissima opinione. Pensiamo che sia necessario conoscere tutto per realizzare la nostra vita. Cosa ovviamente impossibile, e che spesso diventa una enorme fonte di stress. La cosa migliore che possiamo fare dopo di quella, e che invece di stress può portarci una bella energia, è che siamo qui per comprendere, gradualmente, secondo le nostre capacità. Con un pizzico di amore.

Coltivare la propria vibrazione

Molti pensano che la felicità derivi dai risultati che si ottengono, mentre è vero invece che si ottengono risultati quando siamo felici. La felicità, cioè, è quello stato che si ottiene quando siamo grati di quello che abbiamo.

Può sembrare un po’ paradossale come concetto, però seguitemi. Se abbiamo tantissime cose, ma non siamo grati di averle, entriamo in uno stato vibrazionale negativo nel quale aumentiamo di parecchio la possibilità di perderle.

Viceversa, se siamo grati, se cioè apprezziamo quello che abbiamo, ne vediamo le qualità piuttosto che i difetti, ecco che la qualità della nostra vibrazione si innalza, e massimizziamo le possibilità di ottenere risultati soddisfacenti.

Da questa riflessione deriva la necessità di osservare costantemente la qualità della nostra vibrazione e provvedere se necessario a migliorarla. Anche questa è una nostra respons-abilità.

I modi di migliorare la propria vibrazione sono moltissimi. Davvero, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta. Si va dalla meditazione nelle sue varie sfumature alla Programmazione Neuro Linguistica (Pnl). Anche qui, prendiamoci la responsabilità della ricerca e del test in prima persona.

Il nesso, comunque, è concentrarsi sugli aspetti della nostra situazione che funzionano, ci piacciono e/o ci danno più forza.