Il peso della cultura

Ho trovato questa foto su Internet, e subito qualcosa ha risuonato dentro di me. Delle tante leve con cui ci troviamo ad aver a che fare durante la nostra vita, la cultura, o per essere precisi la conoscenza, è sicuramente una delle più importanti.

Questo da sempre, ma in particolare in un tempo come il nostro, estremamente articolato e complesso e soprattutto in cui, per motivi che qui non staremo ad indagare, la tendenza sembra essere quella di tenere la gente in uno stato di paura, confusione e ignoranza.

Coloro che invece si prendono la respons-abilità di costruirsi un baluardo fatto di cultura, distacco e riflessione escono da questa specie di cerchio magico e cominciano a pensare alle soluzioni piuttosto che ai problemi. Vivono nel mondo, spesso anche in modo molto operativo, ma non sono del mondo. Un risultato non da poco.

Così, la ragazzina seminascosta da una pila di libri più alta di lei rappresenta la voglia di approfondire, di penetrare le cose. Una curiosità che, una volta attivata, non si ferma più. Diventa una specie di valanga che aumenta a dismisura il livello della nostra vibrazione, fino a farci vedere il mondo non solo come è ma, cosa molto più importante, come potrebbe essere.

Precisiamo che ho una certa simpatia anche per il ragazzone sull’altro lato della bilancia. Un po’ perché somiglia a me quando avevo la sua età, un po’ perché nella scultura si è distolto dal videogame e guarda la ragazzina con curiosità. Probabilmente qualcosa ha risuonato dentro di lui. Magari l’imnata voglia dell’essere umano di capire e imparare, che si prepara a sbocciare superando la programmazione sociale. 😊

La Nuvola bianca, la Nuvola nera…

L’ammucchiata dei problemi a volte si fa così spessa e intricata che possiamo immaginarla come un nuvolone, un enorme cirronembo nero nero che occupa il cielo della nostra mente.

Le nostre energie, in presenza della Nuvola Nera, vengono dissipate da pre-occupazioni, totalmente inutili in quanto non ci si può pre-occupare di qualcosa, ma solo occuparsene. Come diceva Qualcuno: se c’è soluzione, perché ti preoccupi? Se non c’è soluzione, perché ti preoccupi?

La Nuvola Bianca ha un carattere completamente diverso. Tanto per cominciare, essendo appunto bianca, è luminosa, irradia luce. Questo stesso fatto tende a spazzare via molte vibrazioni della Nuvola Nera. Magari non tutte, ma una parte sufficiente a far sì che il nostro spirito recuperi abbastanza energie da ripartire.

“D’accordo – ci diciamo – i problemi sono tanti, ma possiamo scegliere quelli più semplici e cominciare a gestirli. E poi dividere i problemi complessi in problemi semplici. Un passo alla volta, possiamo farcela.

Le seccature ci salveranno?

Molta della nostra frustrazione deriva dal fatto che il mondo non è perfetto, e di conseguenza spesso “le cose” vanno “male”, cioè diversamente da come ci piacerebbe che andassero. Molti dei nostri sforzi non raggiungono l’obiettivo, o quanto meno l’obiettivo che ci eravamo prefissi.

Il Principio di Pareto è ineludibile: l’80% dei nostri risultati deriva dal 20% delle azioni che mettiamo in opera. Ne deriva che più azioni mettiamo in campo, più ci avviciniamo al nostro obiettivo, anche se a momenti sembra di vagare nella nebbia, perché i pezzi del puzzle ci sono, ma sono ancora scompagnati.

Quando si ha questa impressione di “vagare nella nebbia” ci pare che la vita sia fatta di seccature, ovvero di aspetti e avvenimenti che non incontrano il nostro gusto. Il piccolo problema è che più facciamo resistenza a quelle che chiamiamo “seccature”, più queste hanno la strana tendenza ad aumentare di dimensione e di numero.

Eh già, perché questi avvenimenti hanno una funzione ben precisa, quella di servirci come esperienze di apprendimento. Ovvero, sono lì per insegnarci qualcosa. E il bello è che finché quel qualcosa non lo avremo imparato, tenderemo a ritrovarci ripetutamente “seccature” dello stesso tipo.

Se invece accetteremo di “amare” le seccature, cioè di imparare qualcosa da esse, succederà qualcosa di molto interessante. Diventeremo più abili a gestirle, e in generale a gestire la nostra vita. Ci sentiremo molto più sicuri del fatto nostro… e pronti a gestire seccature più complesse, che a loro volta ci insegneranno qualcosa di ancora più interessante.

Come ho vinto la timidezza

Quelle che seguono sono alcune riflessioni con le quali ho commentato un post sul gruppo Facebook di Efficacemente.com. Un membro aveva chiesto consigli su come superare la timidezza. Ed ecco ciò che mi sono sentito di scrivere in proposito.

Prima di tutto, ho dovuto capire il significato del termine timidezza. Secondo Wikipedia si tratta di “un tratto della personalità che caratterizza in varia misura il comportamento di un individuo improntato a esitazione, ritrosia, impaccio e pudore superiori a quanto manifestano in analoga situazione altri soggetti, ovvero a una minor socievolezza“.

Ahaaaaa! Tanto per cominciare, quindi, non si tratta solamente di me. Si tratta di qualcosa che coinvolge in generale le relazioni con le persone, la cosiddetta socievolezza. Il che finisce per tirare in ballo un concetto che ritengo fondamentale nelle relazioni, non solo umane, ovvero quello di risonanza. E qui veniamo alla mia personalissima esperienza.

Quando ero ragazzo, si parla degli anni 80 del secolo ventesimo, la socialità era sostanzialmente la discoteca. Ora, io ho sempre odiato la discoteca. Si tratta di una vera e propria repulsione per un mondo dove in teoria si sarebbe dovuto socializzare (=”conoscere le fighe”), mentre invece a me è sempre parso si trattasse di un ambiente dove si faceva di tutto per separare le persone e rinchiuderle in un mondo tutto loro, con luci accecanti rumori che ti assordano alcolici e droghe che ti mandano fuori di melone. Insomma, se la socialità scorre attraverso il dialogo, trovavo la che la discoteca era il posto meno indicato per socializzare.

Per questo andare in discoteca con il mio gruppo di ragazzi equivaleva nella mia esperienza ad un turno alla catena di montaggio. Aggiungiamo che il tipo di persone che si poteva incontrare in quel posto proprio non mi interessava. In particolare, le ragazze erano mediamente delle fotocopie di Madonna, convinte, scusate l’espressione, di avercela dorata o di avercela solo loro. Certo, parliamo di un range di età tra i sedici e i diciotto, per cui ci poteva stare. Ma rimaneva il fatto che proprio non mi coinvolgeva per nulla aver a che fare, perdonatemi, con delle sciacquette.

Il ballo? Anche quello lo trovavo palloso. Senza contare che la gente in pista mediamente era tutta tesa ad esibirsi, cosa per la quale com’è noto serve un sacco di spazio, che veniva ricavato a forza di spintoni nei confronti di gente tipo me che invece magari voleva solo ballare. Alla fine ti rompevi di essere spintonato e uscivi dalla pista. Senza contare che il mio fisico un tantino corpulento, ancora oggi ma all’epoca ancora di più, non mi faceva danzare esattamente come Nurejev. Per cui, sistematicamente o quasi, arrivava qualcuno che ti motteggiava, chiedendoti se eri stato a scuola di ballo. Anche qui, alla fine ti rompevi e uscivi dalla pista.

Il risultato di tutto quanto sopra era che passavo le nottate a dormire sui divanetti. Con effetti anche curiosi. Spesso capitava che qualche ragazza, colpita evidentemente dal mio essere un po’ diverso dagli altri, mi si avvicinava, e magari si riusciva a dialogare per qualche minuto. A volte ho perfino ballato con qualcuna. Nella quasi totalità dei casi, comunque, la cosa finiva lì, perché in definitiva non risuonavamo l’uno con l’altra. Un modo per dire che i nostri mondi erano talmente diversi che non c’era possibilità di andare oltre un dimenarsi insieme sulla pista per qualche decina di minuti.

Nel corso del tempo gli aspetti di cui ho detto sopra, e anche considerazioni economiche mi portarono ad abbandonare l’idea di andare in discoteca. Si trattava tra l’altro di sborsare una cifra sostanziosa per entrare in un posto del quale in definitiva non me ne poteva importare di meno. Senza considerare che i soldi me li dava babbo, il quale faceva due lavori per campare la famiglia.

Quindi, dopo attenta riflessione, decisi che era molto meglio passare il sabato sera in casa a leggere, e la domenica pomeriggio magari uscire con gli altri per andare in giro da qualche parte – questo in estate, perché in inverno anche il pomeriggio della domenica era discotecaro. In questo caso, andavo in radio a mettermi dei dischi, in compagnia di una bibita, e dei miei sogni e delle mie divagazioni.

Col tempo, persi di vista anche gli amici, e si potrebbe pensare che quindi rimanessi solo. Tuttavia, guardando indietro a quasi quarant’anni di distanza, mi rendo conto che quell’apparente chiusura nei confronti del mondo non mi ha impedito di essere felice -anzi, per la verità lo sono stato moltissimo, perché ho potuto fare quello che volevo, e che ritenevo giusto per me.

Quanto alla timidezza, ho concluso che non esiste. Semplicemente, quando abbiamo difficoltà nel rapportarci con qualcuno, è perché non risuona con noi. Il nostro spirito, che sa di cosa abbiamo veramente bisogno, rifiuta la relazione con tipi di persone che non hanno niente a che vedere con noi. Non che siano peggiori – intendiamoci – perché non esiste qualcosa di migliore o peggiore. Sono diversi da noi, camminano su un sentiero diverso dal nostro.

A noi non resta che cercare qualcuno che sia sul nostro sentiero. Allora, la timidezza scompare, perché la relazione è facile, immediata, direi quasi come se ci fosse un’attrazione reciproca. Parlo per esperienza, perché la mia felicità coniugale di oggi (2022) è scaturita da un incontro nell’ambito dei miei interessi, nello specifico dalla musica e dalla radio. Senza alcun bisogno di mettermi in mostra, fare il macho, rompere le scatole a destra e a mancina come il maschio medio – la persona media – sembra sentirsi obbligato a fare.

L’azione è periferica

Di solito si pensa che la vita si identifichi con le azioni che compiamo. Personalmente, invece, sono sempre più convinto che prima dell’azione debba esserci il pensiero, e possibilmente un pensiero etico, cioè vitale.

Pensare prima di agire, nella mia esperienza, ha sempre portato ad un’azione di qualità superiore, dal punto di vista della vitalità, rispetto ad un’azione pura e semplice realizzata giusto perché “dovevo fare qualcosa”.

Non necessariamente, insomma, agire è la scelta migliore in un dato momento. L’azione, in generale, si configura come una periferia rispetto al centro che è rappresentato dal pensiero, e in particolare dal pensiero etico, vitale, costruttivo.

Pensiamo per esempio a una situazione in cui trovo una persona sgradevole o irritante. Può passarmi per la testa, che so io, di darle un pugno nel tentativo di farla smettere. Sarebbe senza dubbio un’azione, coerente con una cultura che ci spinge sempre ad agire. Ma sarebbe una buona idea? Quali sarebbero le conseguenze di un’azione del genere, basata su una reazione puramente emotiva?

E’ facile immaginarlo. Le relazioni con quella persona sicuramente non migliorerebbero, ed è quasi certo che quella persona non diventerà magicamente più simpatica. Ecco che allora – ne dubitavate? – entra in gioco la nostra respons-abilità. Decidiamo di allontanarci dalla persona, di ignorarla. Se ne siamo capaci, potremmo addirittura inviarle pensieri positivi, sforzandoci magari di notare qualche sua qualità. Sicuramente ne avrà qualcuna.

Credo sia facile cogliere la differenza. Non solo eviteremo probabilmente di scatenare una rissa, che porterebbe a complicare la situazione, ma altrettanto probabilmente rafforzeremo la nostra capacità di amare, migliorando sia la nostra vita che quella dell’altra persona, che non solo non si sentirà giudicata, ma addirittura amata incondizionatamente, forse per la prima volta in vita sua. Magari, per quella persona potrebbe anche iniziare un percorso di consapevolezza

Vocette stridule

Stamattina mentre mi vestivo e tenevo aperta la finestra per il caldo – ho sentito una vocetta stridula. Non distinguevo bene le parole – e del resto forse non erano importanti – anzi di sicuro non lo erano. Più del contenuto , ho notato la forma – una vera e propria esplosione di scontento, che constatava come la realtà fosse diversa da quella desiderata.

Chissà da quanto tempo covava, quell’esplosione. In genere, manifestazioni di questo tipo rappresentano. lo sfogo di un accumulo di energia, in questo caso, purtroppo, energia limitante. Lo sfogo non cambia alcunché, non rende più vitale la situazione per nessuno. Anzi, in molti casi la rende molto più oppressiva.

Ora, domandiamoci: quante vocette stridule si aggirano nella nostra testa? Moltissime. Ogni giorno, tutto il giorno, qualcosa dentro di noi si sfoga sui soggetti più svariati. Giudizi che si succedono continuamente ad altri giudizi. Piccolo particolare: questi giudizi raramente sono adeguati. Cioè, spesso finiamo per giudicare in modo sbagliato. ù

Questo perché la vocetta stridula ci coinvolge, proprio per il fatto di essere stridula e insistente. Se non siamo presenti a noi stessi, finiamo per pensare che quello ci dice sia anche quello che pensiamo. Tendiamo quindi ad agire sulla base di questa scimmietta petulante, in base a giudizi quantomeno incompleti… e così spesso facciamo delle colossali cazzate. Che a loro volta danno luogo ad altre vocette stridule.

Il rimedio? Cominciare a notare queste vocette stridule quando arrivano, e dirsi “ok, questo è un giudizio affrettato”. Possiamo anche ascoltarla, perché no, ma smettiamo di considerarla un pensiero nostro. Un po’ alla volta, le vocette diventeranno meno stridule, meno fastidiose, e ne guadagneremo molto in qualità della vita, conservando energie per obiettivi dal carattere più costruttivo.

Faccia al muro

Esiste un tipo di meditazione che consiste semplicemente nello stare seduti. Sembra semplice ma – fidatevi – non lo è per niente. Dopo un tot di tempo viene immancabilmente voglia di muoversi. Se siete come me, per esempio, sentirete l’esigenza di andare in bagno, o a prendervi un bel bicchierone d’acqua.

Un caso particolare di questo tipo di meditazione, poi, prevede di stare non solo fermi a sedere, ma di farlo di fronte a un muro. Naturalmente, lo scopo è quello di distrarsi il meno possibile durante la meditazione, dal momento che non si ha niente da guardare che possa in qualche modo distoglierci. Insomma, un bel muro, preferibilmente bianco, è quanto di più simile al nulla si possa trovare sulla faccia della Terra.

C’è chi ha praticato questa particolare meditazione per la bellezza di dieci anni. Lode a lui che c’è riuscito. Magari un giorno ci proverò anch’io. Nell’attesa, vi rendo partecipi della mia esperienza, un po’ più circoscritta, di qualche minuto alla volta, rubato alla ruota del criceto, che include anche momenti in cui il muro me lo sono semplicemente immaginato, non avendolo a disposizione in quel preciso istante.

Dunque, dopo una ventina di giorni in cui ho rubacchiato qua e là delle fettine di tempo, vi posso già dire che qualche risultato l’ho ottenuto. Il solo fatto di interrompere il flusso dei pensieri che ci si aggroviglia continuamente nella testa porta a un recupero di energie non indifferente.

Energie che peraltro, non vengono più risucchiate dal marasma delle minuzie quotidiane. ma restano a disposizione per una visione più ampia del mondo e del nostro scopo nella vita. Insomma, per lo sviluppo della nostra spiritualità.

Azioni… atomiche

Premessa: naturalmente non stiamo parlando dell’accezione dell’aggettivo “atomico” come sinonimo di “esplosivo” o “nucleare”, bensì dell’accezione che rende “atomico” sinonimo di “elementare”. Come ormai sa chi magari mi segue da diverso tempo sono un convinto fan della politica dei piccoli passi, e non a caso ho dato a questo blog il titolo Fai un passo avanti.

In effetti, spesso non iniziamo qualcosa perché ci sentiamo sopraffatti. Prendiamo in considerazione un obiettivo, magari anche importante per noi, ma per qualche motivo lo percepiamo come troppo grande, e rinunciamo all’idea. Ci dimentichiamo spesso che ogni progetto complesso può essere suddiviso in parti più semplici.

Questo un po’ per pigrizia, un po’ perché rinunciare ci toglie il “peso” della repons-abilità, rendendoci più facile pensare che se siamo infelici è “colpa del mondo”. Ovvero, di forze esterne a noi che non siamo in grado di controllare.

Così ci mettiamo belli comodi e ci godiamo la nostra vita che va un po’ a casaccio, e un po’ come vogliono gli altri. Perché, possiamo contarci: se noi non abbiamo un progetto nostro, finiremo quasi certamente dentro al progetto di qualcun altro.

Molto cambia se invece decidiamo di lavorare respons-abilmente al progetto della nostra vita, dividendo l’obiettivo in passi sempre più piccoli fino a trovare qualcosa che possiamo realizzare subito o a breve termine. Allora ci sentiamo motivati e carichi di energia, disposti a fare ciò che abbiamo deciso che è necessario.

Beh, ripensandoci, alla fine non è così sballato dire che le azioni “atomiche” sono anche “esplosive”, nel senso di “dirompenti”. Ci aiutano ad uscire dalla ruota del criceto, a prendere le distanze dalla situazione attuale e a valutare se quella situazione fa ancora per noi oppure è il caso di rivedere la nostra routine.

Quanti soldi servono per investire?

Naturalmente, nelle righe che seguono parlerò delle mie esperienze personalissime, come sempre faccio quando tratto l’argomento investimenti.

Per investire non occorrono grandi cifre. Basta che siano soldi che non vi servono nel breve termine, tipo per mangiare o per le spese correnti. Questo per un motivo molto semplice: dobbiamo usare il tempo come nostro alleato. Ovvero: uscire dalle posizioni quando sono in positivo e non prima.

E’ evidente infatti che se i soldi ci servono con urgenza ci potremmo trovare ad uscire da una posizione quando siamo in perdita. In pratica, a svendere il nostro investimento. E’ quello che càpita a molti, che poi vanno a dire in giro che “a investire si perdono soldi”.

Tutto questo è un corollario di un atteggiamento secondo il quale “con gli investimenti si diventa ricchi alla svelta”. A parte il fatto che bisognerebbe capirsi bene sul significato del termine “ricco“. Come nell’articolo che vi ho linkato, è ricco chi sa governare. Sa governare che cosa? Essenzialmente, il proprio tempo, il proprio spazio e soprattutto le proprie risorse.

Nel caso specifico, cioè per iniziare ad investire, può bastare veramente uno spostamento minimale rispetto alle proprie abitudini. Se partite da zero, potete anche iniziare dal più classico dei barattoli del risparmio, che sia fisico o (adesso è possibile anche questo) virtuale.

Quali soldi vanno messi nel barattolo? Qui possiamo dire che esiste una risposta differente per ciascuno di noi. Qualcuno a questo punto potrà dire: “ma dove li trovo i soldi per investire proprio io che tra un po’ non arrivo nemmeno a fine mese/non ho un lavoro?”

Qui entra in gioco la creatività. Vi lancio una sfida: siete capaci di avanzare un euro al giorno? Ebbene, fanno 365 euro l’anno. 30 euro circa al mese, che potete usare per iniziare i vostri investimenti. Lo so che possono sembrare cifre irrisorie, ma vi garantisco che non lo sono affatto.

Quello che conta, comunque, è che il barattolo, fisico o virtuale che sia, rappresenta un punto di partenza. La decisione di prendere in mano la vostra situazione economica, e di cominciare a comprendere come funzionano gli investimenti. Insomma, di iniziare a sviluppare la vostra intelligenza finanziaria.