Adesso siamo tutti Monaci

Di Leo Babauta, http://www.zenhabits.net, traduzione di David Di Luca L’originale è al termine della traduzione

In questa pandemia globale, siamo in un’era di isolamento e ritiro. Siamo anche in un’epoca di grande incertezza.

Il mio insegnante di Zen Susan recentemente ha detto a un gruppo di suoi studenti alla fine di un ritiro di meditazione: “Adesso siamo tutti monaci”.

Tutto ciò può essere terribile, e portarci alla solitudine e alla distrazione… o può essere un momento di pratica, riflessione e approfondimento.

Possiamo scegliere di vederci come monaci che scendono in profondità nel silenzio di un monastero-

E’ una nostra scelta.

Se rimani a casa in questo periodo. può finire col diventare un momento di infinite distrazioni su Internet… oppure puoi aprirti all’opportunità di usare questa beata solitudine per meditare, leggere, contemplare, scrivere un diario. Può essere un momento di pratica.

Se vivi questo momento con ansia, può essere un periodo di quasi-collasso e inquietudine… o un momento per rallentare e fermarsi. Praticare con consapevolezza con ogni sentimento che provi.

Puoi cercare l’ultimo meme o l’ultimo video virale (che divertimento!)… o puoi scegliere un testo e studiarlo.

Puoi arenarti nella frustrazione per come gli altri si stanno comportando durante questa crisi…. o puoi fare pratica nell’aprirti alla compassione attraverso la meditazione.

Siamo tutti monaci adesso: come userai questo tempo?

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My Zen teacher Susan recently told a group of her students at the end of a Zen meditation retreat, “We’re all monastics now.”

In this global pandemic, we’re in an era of isolation, retreat. We’re also in an era of heightened uncertainty.

This can be a terrible thing, and drive us to loneliness and distraction … or it can be a time of practice, reflection, and deepening.

We can choose to see ourselves as monks deepening into the stillness of a monastery.

It’s our choice.

If you’re staying home these days, it can be a time of endless Internet distractions … or you can open to the opportunity to use the beautiful solitude for meditation, reading, writing, contemplation, journaling. It can be a time of practice.

If you’re feeling the anxiety of the moment, it can be a time of near breakdown and freneticism … or it can be a moment to slow down and be still. Practice mindfully with whatever feelings are coming up.

You can go to the latest memes and viral videos (which are fun!) … or you can find a text and study it.

You can get caught up in frustration with how others are acting during this crisis … or you can practice opening in compassion, with compassion meditations.

This is a great opportunity to deepen into mindfulness and practice, to learn to face head-on the uncertainty and fears that arise in us, and to connect to the humanity going through this rather than disconnect from them.

We’re all monastics now — how will we use this time?

Resurrezione

Comincio a scrivere queste riflessioni la mattina di Pasqua. Un giorno, è bene ricordarlo, di Resurrezione. Gesù, morto sulla croce, torna in vita e lascia il sepolcro. Che siamo credenti o meno, è una storia molto forte. Gli evangelisti che ce la raccontano vogliono portarci a riflettere sul fatto che la morte si può vincere, ed è sempre possibile risorgere.

Un messaggio come questo, in un periodo particolare come quello che stiamo vivendo, in questo inizio del 2020 di isolamento collettivo per il Covid 19, risuona con ancora maggior vigore. Esseri come noi, portati al viaggio, al movimento e al contatto fisico in tutte le sue forme, ci ritroviamo confinati nelle nostre abitazioni.

Sappiamo bene che si tratta di una situazione che, prima o poi, avrà fine. E dopo tutto, un po’ di tempo per noi stessi e per la nostra famiglia, nonché per riflettere su chi siamo e dove stiamo andando, male non fa.

E magari, se sapremo usare bene questo tempo, cercando di crescere come persone, davvero il ritorno alla vita di prima, graduale o meno, rappresenterà davvero una sorta di resurrezione, iniziata a un certo momento durante la permanenza forzata nelle nostre case.

Soldi ed obiettivi

Non si tratta mai di soldi, si tratta sempre di obiettivi. Se ti preoccupi per la mancanza di soldi, è perché i tuoi obiettivi sono quanto meno sfuocati. Se vuoi lasciarti alle spalle la paura di rimanere “senza soldi”, comincia a pensare a cosa i soldi ti servono davvero. Perché non hai bisogno di soldi. Non sono quelli il tuo obiettivo. Generalmente, vuoi delle cose. E (1) devi chiarirti cosa vuoi e soprattutto quando (2) non necessariamente per avere queste cose servono soldi.

Il problema con i soldi è che, a torto o a ragione, tendiamo troppo spesso a considerarli il centro della nostra vita e, quel ch’è peggio, una misura del nostro successo. Più soldi abbiamo in banca, più ci sentiamo forti. In realtà, anche per i motivi che ho esposto prima, “i soldi che abbiamo in banca” sono semplicemente un numero che ci indica quante unità monetarie sono disponibili in un dato momento su un tale conto.

Un numero completamente privo di senso, perché fotografa una situazione attuale, frutto di quello che abbiamo fatto fin’ora, vale a dire nel passato. Non è un’indicazione di “quanti soldi” avremo in futuro, se non in quelli che si possono a buon diritto definire “incubi finanziari”. Ovvero, la versione “finanza personale” degli filmini dell’orrore che siamo bravissimi a crearci nei vari ambiti della nostra vita.

Se è vero quanto sopra, è evidente che la gestione del denaro dipende da che cosa intendiamo farne, e soprattutto dalle nostre emozioni al riguardo e alla nostra respons-abilità quando si tratta di sviluppare valore. Ovvero, capacità e prodotti fisici e virtuali che ci consentano di offrire valore al prossimo.

Il rasoio di Occam nel flusso informativo

L’Universo ci manda continuamente informazioni di ogni tipo. Quelle naturali, ma anche quelle artificiali. Dal cinguettio degli uccellini a quelli di Twitter. In questo marasma, dobbiamo decidere a quali di queste informazioni dedicare la nostra attenzione. Altrimenti rischiamo di essere “tirati per la giacchetta” di qua e di là, senza arrivare mai da nessuna parte.

E qui entra in scena il “Rasoio di Occam” . Ovvero, la necessità di non rendere le cose più complesse del necessario. Troppe volte infatti ci rendiamo le cose inutilmente difficili. Quando questo succede, occorre suddividere il nostro obiettivo in obiettivi sempre stimolanti ma più gestibili.

Il flusso informativo infatti può essere molto utile, perché comunque ci porta anche informazioni che normalmente non prendiamo in considerazione e che invece potrebbero essere fondamentali per il nostro sviluppo. Quindi, è un errore anche chiudersi completamente. Il Rasoio di Occam ci aiuta anche in questo senso. Impariamo a giudicare quali informazioni ci servono per crescere e quali no.

Una volta presa questa decisione, è tutta questione di allenamento. Invece di sentirci sopraffatti, stare nel flusso informativo diventa un fattore di crescita personale. E da un momento all’altro ci può arrivare quell’informazione che ci apre un mondo, o anche semplicemente ci illumina la strada.

Cronache dall’Isolamento

Stare molto in casa porta a riflettere molto su chi siamo e cosa vogliamo davvero. E’ un modo per staccarsi dal flusso “normale” delle nostre giornate, vissute spesso un tantino di fretta, fare un passo indietro e guardare da più lontano la tela della nostra vita, ciò che gli americani chiamano “the big picture”.

Di certo, le nostre abitudini in questo momento sono un po’ stravolte. Dipende dall’attrito che i percorsi mentali da attivare fanno con quelli che siamo soliti usare. Da qui, deriva una certa fatica sia fisica che emotiva, che va affrontata per quello che è, cioè un adattamento alla situazione per cui non possiamo andare (troppo) in giro?

Funzionerà tutto questo? Davvero servirà a ridurre la crisi che stiamo vivendo? Qualcuno pensa che tutto questo sia un’esagerazione. I complottisti pensano che sia una scusa per abituarci a una restrizione a prescindere delle nostre libertà. Chi ha ragione? Ce lo dirà il tempo, forse.

Di certo, come dicevo, ci sono dei percorsi mentali nuovi da attivare. Una volta superata l’inevitabile fase di attrito, acquisiremo la capacità di risolvere nuove sfide. Arricchiremo il nostro archivio di soluzioni. E, paradossalmente ma poi non più di tanto, una situazione che poteva sembrare una disgrazia ci renderà più forti.

Il Pistola

D’improvviso l’altro giorno mentre scorrevo i social mi è apparsa una visione alquanto strana. In un video c’era un tipo con la faccia truce, l’occhio grifagno, e soprattutto con in mano una pistola, brandita in direzione della webcam.

Dopo aver fatto il debito salto all’indietro davanti allo schermo, spaventato q.b. da questa immagine che si è materializzata sullo schermo del mio computer, ho avuto modo anche di ascoltare cosa questo signore avesse da dire. Il messaggio era semplice: c’è la crisi, dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è andare al supermercato a fare la spesa con la pistola in mano.

Mi sono detto: geniale. Questo signore è davvero un fulgido esempio di respons-abilità. Se lui sta male, è colpa del supermercato, mi pare ovvio. Anzi, siamo più precisi: se sta male, è colpa della cassiera del supermercato che si troverà piantato in faccia il revolver e che, io credo, non abbia la minima voglia di sperimentare se questo Passator Cortese dei tempi del Coronavirus sparerà davvero o meno.

Soprattutto, una soluzione del genere mi sembra molto vitale. Questo tipo di persone vorrebbe che “gli altri” risolvessero i “loro” problemi. E certamente si tratterà anche di problemi molto, molto seri. Ne sono sicuro: su di loro si è abbattuto tutto il campionario delle disgrazie, e ormai è troppo tardi per tutto e non ci si può fare niente.

Tipo, che so io, smetterla di pensare che il problema sono sempre gli altri, e che magari se comincio a far funzionare un attimo la testa non ho più bisogno di andare in giro a prendere il mondo a pistolettate. Tipo, che so ancora io, imparare qualcosa di nuovo, domandarsi di cosa il mondo può avere bisogno e darglielo con slancio e generosità, creando magari imprese miliardarie e posti di lavoro per noi e perché no anche per qualcun altro. Impegnarsi, crescere come persone e sapersi mettere in rete con il prossimo.

Mmmmmh naaaaaa. Troppo faticoso. Molto meglio il pistolone, da piantare in faccia a che ti guarda dai social e alla cassiera del supermercato.

Come attivare la fortuna

Si può “attivare” la fortuna? La mia esperienza dice di sì. Se è vero, come disse Randy Pausch che la fortuna è quando la preparazione incontra l’occasione, allora si tratta molto semplicemente di prepararsi e cercare occasioni.

Detto così sembra facile, e infatti si tratta di un’abitudine esattamente come le altre. Tuttavia, l’osservazione ci dice che, statisticamente, ci sono pochi fortunati in giro, e un veloce sondaggio tra i nostri conoscenti ci renderà edotti che la maggior parte della “gente” si considera sfortunata.

In realtà, in cosa consiste la sfortuna? In ultima analisi, ci consideriamo sfortunati quando “le cose” non vanno come vogliamo noi. Ne deriva che più condizioni poniamo per essere felici, più e probabile che saremo infelici. O che comunque attraverseremo dei periodi di infelicità. Per il semplice motivo che quasi mai tutto, ma proprio tutto, andrà esattamente come vogliamo noi. Ancora una volta, andiamo a sbattere contro il concetto di respons-abilità.

Tornando alla definizione di fortuna fornitaci da Randy Pausch, ecco che siamo in possesso di una sorta di formula della fortuna, che possiamo dividere essenzialmente in due fasi:

(1) Prepararsi. Vale a dire, essere curiosi. Una delle reazioni più tipiche degli “sfortunati” è che si chiudono a riccio, rinunciano a guardarsi intorno, a imparare cose nuove. Si rinchiudono nel cerchio di quello che già conoscono, e in questo modo si limitano, attivando una spirale riduttiva. Se invece si accetta quantomeno di provare ad ampliare le proprie competenze, si “rischia” di innescare una spirale produttiva.

(2) Cercare le occasioni. Un’altra reazione tipica degli sfortunati è quella di non fidarsi di niente e di nessuno. Anche qui, ci si rinchiude a riccio, evitando accuratamente ogni possibilità di nuovi incontri e nuove situazioni. Anche qui, parte la spirale riduttiva. Mentre al contrario, ovviamente, se si accetta l’idea di esplorare nuove situazioni, è ovvio che si incrementa la possibilità di centrare l’occasione giusta per attivare la “fortuna”.

Lettura consigliata: Paolo Iacci, Il fattore C

Di fronte al Cristallo

I sogni non si discutono, e probabilmente è proprio quello il bello della faccenda. Sono tra le poche cose in questo universo che possono e devono essere prese esattamente per quelle che sono. Quindi racconterò tutto esattamente com’è stato, evitando il più possibile ogni tipo di commento.

Sapevo benissimo che era notte. Diamine, si trattava di un sogno, e sapevo di essere andato a letto non molto prima. Eppure, era giorno, un fresco e piacevole giorno pieno di profumi leggeri e appena suggestivi. Ero in montagna, al centro esatto di un verdeggiante altopiano, e molto probabilmente era qualcosa di simile al primo giorno del mondo. Tutto era nuovo e carico di promesse..

C’era silenzio, e allo stesso tempo no: se ascoltavi con attenzione, potevi sentire non tanto un suono, quanto qualcosa di appena precedente: una vibrazione, un’onda che scorreva sotto traccia ma si faceva capire benissimo anche senza parole, anzi, soprattutto senza parole.

Da qui, improvvisamente, ebbi consapevolezza del Cristallo. Non sapevo dove si trovasse esattamente nello spazio fisico, ma compresi immediatamente che era come viola, e che questo non importava. Il Cristallo era percepibile ovunque, e per lui non era necessario spostarsi per farsi percepire. Era la stessa intelligenza della natura che mi circondava. E da lì in avanti sarebbe stato sempre con me, sempre raggiungibile, sempre disponibile, ogni volta che io fossi stato disposto ad ascoltarlo.

E il suo messaggio era semplice, impossibile da fraintendere: TUTTO ESISTE, TUTTO E’ POSSIBILE, IL TEMPO NON ESISTE, POSSIAMO AVERE TUTTO QUI ED ORA, L’AMORE E’ INESAURIBILE. Nessuna separazione, nessuna tristezza, nessun dolore; Siamo indistruttibili, e niente va mai perso.

La Gioia è sempre con noi, e non siamo mai soli. Possiamo svegliarci e rimanere svegli per sempre.

Non è (tutta) colpa tua

Spesso rimaniamo fregati dal fatto che pensiamo di poter controllare tutto. Non è così. Possiamo certamente scegliere come rispondere a quello che ci accade, ma non sempre possiamo controllarlo. Il punto è che spesso questo tipo di pensiero (cioè l’idea che dobbiamo essere in grado di controllare tutto) crea dei sensi di colpa totalmente inutili.

Dico davvero: parliamo di tonnellate e tonnellate di energia che vengono disperse nel nulla nel tentativo di controllare qualcosa che non possiamo controllare. E che invece potremmo usare per raggiungere risultati che neanche ci immaginiamo.

Pensare di poter controllare tutto ci blocca, mentre renderci conto che possiamo controllare alcune cose ma non altre ci facilita ad agire, ad essere respons-abili. Se vogliamo metterla in questi termini, ci toglie un sacco di scuse. Non possiamo cambiare il mondo. ma possiamo cambiare la nostra reazione al mondo, a quello che ci succede.

Non solo: il trucco, quando ci si pensa bene, è avere una vita piena di stimoli. Non sta nell’evitare i problemi. Anzi, è salutare avere qualche problema tutti i giorni, perché in questo modo possiamo esercitare i nostri muscoli proattivi. Quello che conta è saper distinguere i problemi che possiamo risolvere con un po’ di impegno da quelli che (al momento) non possiamo controllare.

Ho messo “al momento” tra parentesi, perché i muscoli proattivi sono esattamente come quelli del corpo. Se iniziamo ad esercitarli con un peso adeguato, né troppo pesante né troppo leggero, la prossima volta quel muscolo sarà in grado di sostenere un peso maggiore. Insomma, saremo diventati più “forti”.

Lo stesso succede con il nostro carattere. Se accettiamo di portare un peso che comporta un po’ di sforzo, la prossima volta saremo ancora più forti, più “respons-abili”.

Ritorno alla gioia

Stamattina ho avuto come un lampo. una frase che ha cominciato a girarmi nella testa. Mi succedeva al tempo in cui scrivevo principalmente racconti. Un’idea s’insinuava nei miei pensieri, come se bussasse alla porta per chiedere udienza. Allora sapevo che il racconto c’era. che era il momento di mettersi a scrivere.

Lo stesso è accaduto stamattina con questa semplicissima frase: Ritorno alla gioia. Ha cominiciato a bussare, e a un certo punto, sapete com’è, ho aperto. E’ stato come se il mio istinto di conservazione si fosse rotto le scatole, e avesse considerato che fosse ora di uscire da una situazione non particolarmente vitale per tornare a quello che probabilmente è il nostro stato di base, vale a dire la gioia.

Sì, perché dopo tutto anch’io ogni tanto cado nel giochino per cui la gioia risiede nelle conquiste e nei beni materiali. Cioè, alla fin della fiera, in qualcosa che (a) non sappiamo se avremo mai oppure (b) una volta che lo abbiamo rischiamo sempre di perderlo ad ogni istante. Per cui a un certo punto dovrebbe sorgerci il legittimo dubbio che la fonte della gioia non si trova lì. Perché se fosse lì non passeremmo la maggior parte del tempo a cercare la gioia, e ad aver paura di perderla una volta che pensiamo di averla trovata.

Sono sempre più convinto, invece, che la gioia sia la ragione per cui otteniamo le cose belle della vita. Quindi, spesso ci troviamo a ragionare all’incontrario. Decidiamo che proveremo gioia quando avremo un lavoro, una casa una macchina un partner. E fino ad allora? Tensione, perché tendiamo a quelle cose, e paura, perché non abbiamo nessuna garanzia che le raggiungeremo. E una volta che le abbiamo ottenute? Tensione, perché dobbiamo sforzarci di mantenerle, e paura, perché temo di perderle da un momento all’altro.

E dopo, quando le ho perse? Tensione, perché tendo a volerle indietro o a volere comunque qualcosa di simile, un surrogato. Paura, perché temo di non riuscirci, e a questo punto anche rimpianto, perché non sono stato capace di mantenerle.

In tutti questi casi, vediamo bene che la fonte della gioia non è lì. Non è nel desiderio, non è nell’ottenere, e non è certamente nel perdere quello che avevamo ottenuto. Ritorno alla gioia ci suggerisce che ciò che davvero serve raggiungere e mantenere è la stessa gioia. Uno stato di equilibrio e gratitudine che non solo è premio a se stesso, ma se ci pensiamo bene è alla base di qualsiasi aspetto positivo e vitale della nostra vita, piuttosto che effetto di aver ottenuto qualcosa di materiale.

E se l’unico, vero scopo della nostra vita fosse l’impegno costante nel Ritornare alla Gioia?