Livorno, tramonto nel Quartiere Venezia…

Uno scorcio al tramonto del Quartiere Venezia, nella mia natia Livorno, lo scorso 11 Dicembre…

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Il potere del perdono

Uno dei modi più sicuri di perdere energia è essere risentiti verso qualcosa o qualcuno. E’ anche uno dei modi più facili per togliersi la respons-abilità di quello che ci succede. Trasferiamo all’esterno qualcosa che molto spesso è invece una nostra valutazione. 

Ecco perché il perdono ha una forza incredibile. Al di là del fatto che “l’altro” sia o meno davvero responsabile del nostro problema, riconosciamo che continuare ad odiarlo deforma la nostra vibrazione, la fa scivolare verso l’odio, e odiando è fatale diventare odiosi. Il che non ci rende certamente più facile la vita. 

Diversamente, se perdoniamo chi ci ha fatto del male (o pensiamo che ce lo abbia fatto) sblocchiamo la nostra energia, riportiamo la nostra vibrazione verso l’amore e la gioia. Il che amplia la nostra mente e ci rende aperti verso le opportunità che altrimenti non vedremmo, persi come siamo nel recriminare cose ormai passate. 

Monopoli per millennials

Arriva una sorta di reboot anche uno dei giochi più classici del mondo, il Monopoli (o Monopoly, come viene commercializzato attualmente). Hasbro ha infatti annunciato una versione pensata per i Millennials, che notoriamente hanno un pessimo rapporto con il denaro.

Monopoly for Millennials sarà incentrato più sull’ accumulo di esperienze che di denaro.  Ad esempio, Parco della Vittoria è diventato un “Festival musicale di tre giorni”. Ironica la confezione, dove Mr. Monopoly si fa un selfie, e il motto  “Dimenticate il mercato immobiliare, tanto non potete permettervelo”.

E’ bene precisare che Monopoly for Millennials non sostituirà il gioco originale. Fa solo parte delle ormai tantissime versioni alternative che Hasbro produce ogni anno. La differenza sta nel ribaltamento del senso del gioco, in linea con la filosofia un po’ new age secondo la quale le esperienze e la conoscenza del mondo valgono più del denaro.

Idea che mi trova completamente d’accordo.Più si impara, più possibilità abbiamo di cavarcela nella vita. Con il denaro o senza. 

Fantasmini

Boooooooooooo!

Prendo spunto dall’ormai consolidata festa di Halloween per una piccola riflessione sulla natura dei fantasmi. Lasciamo perdere il dibattito sull’effettiva esistenza dell’anima. I fantasmi, anzi i fantasmini di cui voglio parlare non sono là fuori ma piuttosto dentro di noi.

Ovviamente, sto parlando dei ricordi, cioè delle esperienze che abbiamo vissuto. Molte passano senza lasciare traccia. Altrettante modellano i nostri percorsi mentali.

Proprio come i fantasmi della letteratura e dei film, questi particolari fantasmi non sempre sono spaventosi. Anzi, ce ne sono alcuni che hanno come mission rammentarci momenti piacevoli e che rafforzano la nostra autostima. Ci fanno sentire più forti, più abili. Incrementano le nostre risorse.

In genere, questi fantasmini sono un po’ come il Natale di Renato Pozzetto. Quando arrivano, arrivano. Esattamente come tutto il resto, come tutta quanta la cosiddetta realtà. Stiamo guidando e siamo di ottimo umore, quando improvvisamente cogliamo con la coda dell’occhio un cartellone pubblicitario.  La faccia del testimonial del profumo Phetor ci ticorda vagamente quella del capufficio. Zac! Ecco che il suo fantasma ci viene a far visita. Il tono del nostro umore precipita.

Oppure. Abbiamo avuto una giornata di quelle da dimenticare. Pioveva, faceva freddo, l’autobus ha tardato, facendoci arrivare tardi anche in ufficio. Il capo aveva a sua volta le balle in giostra e ci ha propinato una lavata di capo di proporzioni epiche, tirando giù tutte le madonne possibili e immaginabili. Dopo un pomeriggio pieno di pratiche più complesse di un’equazione a cinquanta incognite, usciamo dal lavoro più incazzati di un toro nell’arena. Mentre rincasiamo, da un altoparlante posizionato chissà dove ci arriva una canzone. Non una qualsiasi, ma una che ci ricorda una bellissima serata, un momento piacevolissimo passato da soli o in gradevolissima compagnia.

La visita di questo benevolo fantasma ci riempie di gioia. Di colpo il capo non è più così cattivo. Anche lui è umano, con i suoi problemi. Le pratiche saranno sì anche complesse, ma dopotutto si tratta del nostro lavoro, e si tratta soltanto di entrarci un po’ più addentro. Ogni cosa complessa alla fin fine è fatta di cose semplici. Gli autobus, si sa che a volte possono tardare. Magari sarebbe il caso di organizzarsi meglio, uscire in po’ prima  e prendere il precedente. Così magari scendo anche un paio di fermate prima, e faccio due passi a piedi. Morale: ci ritroviamo a fischiettare.

Siamo stati visitati da due fantasmi diversi. Che sono arrivati un po’ quando volevano loro. Ma quel che più conta è che abbiamo dato loro immediato ascolto. Eh si, perché – è attenzione, ora arriva la botta – noi abbiamo scelto di accogliere questi fantasmi. Lo abbiamo fatto inconsapevolmente, dandoli per scontati. Però, però… Pensandoci bene, non sarebbe una buona idea decidere consapevolmente a quali fantasmini dare ascolto? Io sceglierei il secondo. E voi? 

Sicuri nell’insicurezza

Essere sicuri vuol dire accettare l’insicurezza. Lo so che può sembrare un po’ un controsenso, ma facciamo un attimo mente locale. Quando possediamo qualcosa, spesso abbiamo paura di perderlo, specialmente se per ottenerlo abbiamo fatto degli sforzi notevoli. Ci siamo costruiti una sicurezza, ma questa sicurezza finisce per generare insicurezza. Da una parte ci siamo comprati la macchina o la casa, ma nello stesso istante in cui diventa nostra cominciamo a porci il problema di come mantenerla, perché abbiamo paura di perderla. Il che ci rende paradossalmente più insicuri di quando la casa o la macchina non la possedevamo.

Il punto è che in realtà niente è del tutto sicuro. E questo per un motivo ben preciso: tutto nell’universo cambia continuamente, o detto in altri termini, tutto è processo. Non esiste nulla di statico. Tutto cambia in continuazione. Anche se, putacaso, noi ci imponiamo di stare fermi, tutto cambia intorno a noi. Non solo: noi possiamo essere fermi come posizione, ma il nostro corpo, essendo fatto di atomi, cambia comunque. Ne deriva che è follia pura pensare di ottenere qualcosa per tenerlo per sempre.

Ora, siamo portati a pensare che tutto questo sia negativo. In effetti, è neutro. Può anche portare conseguenze che possiamo considerare piacevoli. Magari si chiude una porta e si apre un portone. Il punto è che non sappiamo cosa deriva dal cambiamento, e chi lascia la via vecchia per la nuova, sa quel che lascia ma non sa quel che trova. Il cambiamento implica rischio, e noi non vogliamo rischiare. Di conseguenza ci attacchiamo a quello che abbiamo, ma quello che abbiamo è sempre possibile che ci sfugga. Ed ecco che siamo fregati.

Se invece abbiamo voglia di accettare che tutto cambia e si evolve, se facciamo lo sforzo di diventare abbastanza flessibili mentalmente da accettare che ogni cosa è processo, ci si potrebbero aprire delle porte totalmente inaspettate. Impareremo come affrontare sfide nuove. Saremo sicuri nell’insicurezza.

La mente a fisarmonica

Quando ci sentiamo “stanchi” è perché la nostra mente si è ristretta. Il mondo, infatti, anzi diciamo pure l’universo, è talmente vasto che sicuramente da qualche parte esiste il verso di affrontare la sfida che stiamo affrontando e che ci fa sentire la “stanchezza”, poiché pensiamo di non poterla vincere.

La realtà è che le sfide non solo possono essere vinte, ma vincerle vuol dire anche acquisire nuove abilità che ci aiuteranno in futuro ad affrontarne di ancora più grandi. Come si può dunque procedere quando sentiamo che una sfida “appare”, e ripeto appare, come dire, più grande di noi?

Possiamo allargare la mente. Ed il primo passo è prendere coscienza del fatto che la pesantezza della sfida è solo una nostra opinione. E’ dentro di noi. In realtà ci sono persone per le quali la nostra “sfida epocale” è qualcosa che non prenderebbero nemmeno in considerazione.

Quindi, possiamo guardarci intorno con fiducia, ed essere creativi. Sicuramente ci sono più soluzioni in giro di quelle che abbiamo preso in considerazione. Alziamo il sedere dalla sedia. Prendiamo la sfida e facciamoci amicizia. Informiamoci, leggiamo, chiediamo ed ascoltiamo. A un certo punto, ecco che la nostra mente si allargherà così tanto che “inciamperemo” nella soluzione. E di colpo, la nostra sfida non ci sarà più. O, per essere più precisi, l’avremo superata.

Homo Distractus

Penso che molto spesso non raggiungiamo i nostri obiettivi perché viviamo in quella che potremmo chiamare era della distrazione. Facciamoci caso, veniamo distratti in continuazione.

Per esempio, amo tantissimo la musica, ma ormai la trovi in qualsiasi posto: bar, supermercati, stazioni, aeroporti… a volte discreta, a volte a volume altissimo.

Al bar o al ristorante a volte rende difficoltoso capirsi da una parte all’altra del tavolo. Al supermercato, incrementa il curioso fenomeno per cui quando arrivi a casa ti rendi conto di aver comprato tutto… tranne quello che volevi davvero comprare. In stazione, dopo un po’ non ti ricordi più neanche a quale binario dovevi andare a prendere il treno.

Altro esempio, i telefonini e internet. Premesso che adoro entrambi, anche qui le distrazioni sono numerose. Quando i cellulari non navigavano, poco male, c’erano solo le telefonate. Adesso, con gli smartphone ci sono anche un sacco di app, ognuna con le sue brave notifiche dotate di simpatici campanellini. Ognuno dei quali vuol dire un’interruzione del flusso dei nostri pensieri, e quindi una distrazione.

Lo stesso, in definitiva, fanno le insegne al neon, i manifesti, e così via. Tutte fonti di distrazione che nel tempo stanno sempre di più portando alla nascita di una vera e propria nuova specie. Dall’Homo Sapiens all’Homo Distractus.

Naturalmente, non c’è nulla di male nè nella musica, nè negli smartphone, nè tantomeno nelle insegne al neon e nei manifesti. Però è vero che tutte queste cose frantumano la nostra attenzione, rendendoci meno focalizzati e quindi rendendo meno probabile che raggiungiamo quello che vogliamo veramente raggiungere.

Ovviamente, non sempre è possibile ritirarsi in Tibet per ritrovare il proprio focus. Di certo, è utile addestrarsi per fare in modo che quanto sopra ci distragga il meno possibile. Anche qui, è importante fare dei piccoli passi avanti. Il rischio infatti è quello di aspettarsi dei miracoli quando si comincia una pratica di consapevolezza.

In realtà, è esattamente come quando si comincia ad allenarsi in palestra. Se pensiamo di portare a termine una tabella di quelle toste e magari non ti sei allenato per anni (o non ti sei allenato mai) sarà difficile che tu ottenga soddisfazione in questo senso, almeno soddisfazione immediata.

Se però ci armiamo di pazienza e cominciamo a notare le distrazioni a cui siamo soggetti, a prenderne coscienza, e quindi ove possibile a ridurle, ecco che facendo un passo avanti potremo focalizzarci meglio e quindi, un po’ alla volta, arrivare molto lontano. Insomma, come spesso succede bisogna decidere di fare leva. Cominciare con piccole cose, piccoli cambiamenti, così da attivare un effetto palla di neve che ci porterà col tempo a cambiare secondo i nostri desideri.

 

L’effetto Palla di Neve.

Vivendo in Valle d’Aosta ormai da un po’, sto cominciando a prendere confidenza con l’elemento neve. Per la verità ci guardiamo ancora un po’ in cagnesco, ma sicuramente il dialogo è iniziato e promette bene.

A parte questo, la neve mi ispira una metafora che secondo me è interessante dal punto di vista della crescita personale. Abbiamo presenta come si forma una palla di neve. Inizia con pochi fiocchi, ma rotolando ingrossa sempre di più. Potenzialmente, può diventare una vera e propria valanga.

Così,anche piccoli passi, piccolissimi se vogliamo, possono portarci molto lontano. Del resto, la situazione che stiamo vivendo non è altro che il risultato delle “palle di neve” che abbiamo messo in azione in passato.

Ne deriva che se facciamo partire delle palle di neve nuove di zecca, anche piccolissime, conviene farne partire di positive. Cominciamo a prendere il controllo dei nostri pensieri, scartiamo quelli che ci limitano e concentriamoci su quelli che ci aiutano a stare bene con noi stessi e con gli altri. All’inizio sembrerà che non succeda niente. Ma più passa il tempo, più la palla di neve si ingrossa, e a un certo punto la valanga abbatterà le baracche dove abitano i nostri pensieri negativi.

 

Elogio dell’imperfezione

Secondo la mia esperienza il perfezionismo fa più danni della grandine. Il perfezionismo è la tendenza a pretendere che tutto sia “perfetto”, ovvero, dal momento che una perfezione assoluta non esiste, che tutto sia come vogliamo noi. In pratica, come afferma Roberto Re in Smettila di incasinarti, ci diamo una sola possibilità di essere felici, contro molte di non esserlo.

Non solo. Se non accettiamo di esporci alla possibilità di sbagliare, non potremo neanche imparare alcunché. Quindi non potremo mai evolverci. E fosse solo questo. Non accettando di esporci, non eserciteremo i nostri muscoli proattivi. E cosa succede a un muscolo se non viene esercitato? Esatto, si affloscia. Quindi, meno facciamo cose che ci sembrano scomode, più ci rinchiudiamo nel nostro guscio.

Allora, forse è meglio accettare il fatto che non sempre le cose possono essere perfette, ed anzi è un bene che non lo siano, perché in questo modo ci spingono ad imparare qualcosa, a fare esperienza.