Archivio mensile:marzo 2016

Credere di potercela fare: il pensiero indipendente

covey_sette_regole

La dipendenza è il paradigma del “tu”…tu sei responsabile dei risultati…L’indipendenza è il paradigma dell'”io”… io sono padrone di me stesso… L’interdipendenza è il paradigma del “noi”: noi possiamo farlo, noi possiamo collaborare. (Stephen Covey)

———————

In Le sette regole per avere successo, Stephen Covey illustra tre fasi dello sviluppo personale: dipendenza, indipendenza, interdipendenza. 

Indipendenza vuol dire essere mossi da principi, ovvero valori che consideriamo importanti, tanto da farci dire di no a tutto quello che non è coerente con essi.

 

Pensiero indipendente vuol dire pensiero che non dipende dai risultati. Qualunque cosa ci capiti, dobbiamo rimanere convinti di poter riuscire. Altrimenti diventa un cane che si morde la coda. Vediamo un risultato mediocre, o che pensiamo sia mediocre, cominciamo a pensare di poter ottenere solo risultati mediocri e, indovina un po’? Continueremo ad ottenere risultati mediocri.

Viceversa, le cose cambiano un bel po’ se pensiamo, tipo: bene, questa volta ho ottenuto un risultato che secondo me, o peggio ancora secondo qualcun altro,  è mediocre. Ammesso e non concesso, come posso fare meglio la prossima volta, anche solo di un’inezia?

Pensiero indipendente vuole anche dire che la nostra autostima non dipende da quello che altri pensano di noi.

Naturalmente, non è bene ignorare del tutto l’opinione di chi ci circonda, perché rischiamo di perdere delle idee che ci possono essere utili. Ma in genere cerco di non lasciare che gli altri definiscano quello che sono.

Anche perché l’autostima ci è assolutamente necessaria, in particolar modo quando le cose si fanno complicate.  E’ allora che dobbiamo credere di potercela fare, di avere la testardaggine necessaria per imparare dagli errori e riprovarci, riprovarci, riprovarci.

Annunci

Film, “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino

A cura di Francesca Fiorentino

Thetarantino_hateful_eight Hateful Eight su Amazon.it

Durante una funesta tempesta di neve, una diligenza con a bordo due cacciatori di taglia, una “preda” e il futuro sceriffo di Red Rock, approda all’emporio di Minnie, un luogo che ospita altri viandanti. In un clima irreale si consuma un “uno contro tutti” di portata colossale.

Sì, abbiamo atteso The Hateful Eight sin dai titoli di coda di Django Unchained e sì, dobbiamo ancora digerirlo. Succede sempre così con i film di Quentin Tarantino. Alla prima visione restiamo spiazzati, quasi sfibrati da tanta potenza. Poi, piano piano, le storie cominciano a farsi strada e ci ritroviamo a canticchiare il motivo principale della colonna sonora (in questo caso firmata da Ennio Morricone) o a ripensare a quel dettaglio che pareva inutile e invece si rivela essenziale alla comprensione del racconto.

Secondo “western” della gloriosa carriera di Tarantino, The Hateful Eight a detta di molti è l’opera più matura e risolta del regista. Di certo non possiede quell’allure citazionista e quello spirito “pop” a cui eravamo abituati, e per questo sembra austero, quasi noioso; ma l’opera è un ritratto nerissimo di un’America affatto pacificata, che proprio nel momento di massimo splendore del suo mito, alla fine della Guerra di Secessione, con la sconfitta dello schiavismo e l’inizio dell’era democratica di Abraham Lincoln, pianta le radici di una violenza senza fine e senza scopo.  La violenza non sembra nascere da una risposta a un’offesa, ma è logica conseguenza di una pace infranta, costruita su presupposti lacunosi.

Il film è girato magnificamente, con una maestria rara. Da vedere nonostante tutto.

Come rimanere poveri per sempre

roma-mendicanteIeri a Milano ho avuto modo di vedere alcuni mendicanti. Direte voi: e che ci sono soltanto a Milano? Certo che no, ci sono ovunque, e nella stessa misura. Però ieri mi è venuto un pensiero un po’ particolare. E cioè: queste persone mendicano perché attraversano, diciamo così un periodo difficile, oppure sono davvero poveri dentro?

La differenza non è indifferente. In particolare, mi ha colpito una ragazza. Se ne stava seduta, o meglio dire abbandonata, contro una colonna, con lo sguardo vacuo. Esibiva un cartello con scritto: HO FAME:

Ora, non vorrei passare per insensibile, ma mi vengono di getto alcune considerazioni. Tanto per cominciare, la tipa mi pareva piuttosto in forma, non particolarmente in sofferenza.Viene da dire: ma se invece di starsene appoggiata alla colonna si muovesse per cercare una soluzione al suo problema?

Perché qui sta il nesso, secondo me. La mia esperienza mi dice che il filo del rasoio, la differenza tra successo e insuccesso la fa la volontà di affrontare la sfida qualunque essa sia .

Appoggiarsi alla colonna significa aver rinunciato. E quando si rinuncia, allora veramente siamo morti. Per noi, quando siamo in quello stato, non c’è alcuna possibilità di riscatto. Siamo poveri in termini di risorse, e quindi finiamo per esserlo anche in termini di denaro.

Viceversa, se prendiamo coscienza del fatto che per ogni problema esiste sempre una soluzione, ecco che si attivano risorse che neanche sapevamo di avere. A quel punto possiamo aver poco denaro, ma non siamo più poveri.