Così come sta

Quando sono incerto su come procedere in una data situazione, trovo molto proficuo impegnarmi a lasciare le cose così come stanno. Si tratta in buona sostanza dello sviluppo di quella che ho imparato a chiamare Sana Perplessità.

Sviluppare un atteggiamento del genere può sembrare semplice, ma non lo è poi così tanto. Tanto per cominciare, viviamo in una società che, per motivi che qui non stiamo ad analizzare, ci spinge a fare, fare, fare e volere, volere, volere. Il che, si badi, non è negativo in sé. Volere e fare sono anzi i pilastri della nostra crescita personale, e perfino spirituale. Il problema sorge al momento in cui non siamo noi a dirigere questo volere e questo fare.

Può capitare infatti che il nostro volere e fare sia eterodiretto, cioè guidato da qualcun altro (o qualcos’altro). In effetti, se non abbiamo sviluppato un progetto coerente per la nostra vita, è facile che finiamo dentro il progetto di qualcun altro. Il che ci può anche andar bene, come no. Succede che i nostri obiettivi coincidano in pieno con quelli di questo qualcun altro. Resta il fatto che bisogna stare ben attenti a non abdicare alla nostra respons-abilità. E qui può essere utile una periodica Revisione della Routine.

Facendoci di tanto in tanto due domande fondamentali, cioè: 1.Che cosa stiamo facendo 2. Perché lo stiamo facendo? cominceremo a distinguere tra le opinioni e i fatti, tra i giudizi e ciò che effettivamente è. A prima vista, infatti, la Revisione della Routine può sembrare a sua volta un giudizio, ma si tratta in effetti di un primo passo per scardinare le nostre abitudini di pensiero e rendere più oggettive le situazioni che stiamo vivendo.

Che lo Sforzo sia con Te

Scartabellando su Internet durante una sessione di modalità ricerca mi sono imbattuto in un interessante articolo del quotidiano spagnolo El Pais sul valore dello Sforzo. Concetto che mi ricorda un po’ quello della Forza nella saga di Guerre Stellari (ma anche lo Sforzo di Balle Spaziali) .

L’articolo in questione (che ovviamente vi invito a leggere nella sua interezza) si sofferma sull’opportunità da parte dei genitori di insegnare ai figli l’importanza di sforzarsi un po’ nei vari campi della vita, allo scopo di sviluppare i “muscoli proattivi”, e godere poi della soddisfazione di essere riusciti a cavarsela, che a volte conta anche più del risultato in sé.

L’autore dell’articolo cita dieci “chiavi” che possono aiutare a raggiungere l’obiettivo di insegnare ai pargoli il piacere dell’impegno. Vale la pena di rammentarle.

Anche perché, a mio parere, queste regolette valgono non solo per i figli, ma anche per tutti noi.

  1. Dare mille e un motivo per sforzarsi, proponendo piccole sfide quotidiane. Aiutandoli a identificare i loro sogni e le loro mete, a cercare la motivazione spiegando loro che ogni difficoltà rafforza, e ogni risultato raggiunto espande l’anima. Occorre dominare l’impazienza e l’impulsività.
  2. Dimostrare ogni giorno fiducia e amore incondizionato. Offrire pazienza e affetto, valorizzando ogni loro risultato, e dare loro forza con parole incoraggianti e lasciando loro il tempo di cui hanno bisogno per imparare.
  3. Spiegare loro che la perseveranza è la virtù grazie alla quale le altre virtù danno i loro frutti, e la pratica quotidiana diventa il migliore dei maestri. Educarli a valori come il rispetto, la gratitudine e l’onorabilità.
  4. Educarli con l’esempio con il nostro atteggiamento verso la vita. Contagiarli con la nostra energia, il nostro ottimismo e la nostra volontà. Mostrarsi perseveranti davanti alle nostre sfide ed eliminando le lamentele dal nostro linguaggio.
  5. Spiegare che le difficoltà e gli insuccessi diventano grandi opportunità per imparare. Insegnare a mpegnarsi per realizzare i propri sogni, specialmente quando le cose si complicano.
  6. Parlare loro del successo intendendolo nel senso positivo, come qualcosa che si raggiunge con l’impegno quotidiano, attraverso il coraggio e la passione. Il successo che ti permette di trarre soddisfazione dalla vita quotidiana e non ha a che fre con l’avere, bensì con l’essere.
  7. Aiutarli a gestire correttamente le loro emozioni, a dominare l’indecisione e l’impazienza, così come il malumore o la tristezza quando le cose vanno storte. A non dipendere dalla fortuna, ma dal lavoro e dall’impegno.
  8. Insegnare loro ad essere orgogliosi del loro impegno, delle loro conquiste quotidiane, di tutto cioò che ottengono. A scegliere i migliori alleati per percorrere il cammino, persone che li rendano migliori, che remino nella stessa direzione e li incoraggino ad andare avanti.
  9. Potenziare la loro autonomia, la capacità di prendere decisioni e la conoscenza di se stessi. Insegnare loro a guardarsi con rispetto e realismo, a non sentire la necessità di essere perfetti e a non dipendere dalle valutazioni degli altri.
  10. Stabilire aspettative adeguate su di loro, a livelli tali che li facciano sentire amati e valorizzati. Rafforzarli in questo processo senza concentrarsi soltanto sul risultato.

Vincere con leggerezza

Riflettendo su un evento come la finale dei recenti Europei di Calcio (Luglio 2021) e gli ori italiani alle Olimpiadi di Tokyo (Agosto 2021) viene fuori un concetto che mi pare interessante. Ci sono vari modi di vincere, e in particolare le due nazionali giunte in finale agli Europei di calcio, l’Italia e l’Inghilterra, ce ne mostrano due: vincere con aggressività vs vincere con leggerezza.

Vincere con aggressività vuol dire che vogliamo battere l’avversario. Battere a qualunque costo. Anzi, non solo dobbiamo semplicemente batterlo, ma annullarlo, annichilirlo, asfaltarlo. Yeeeeeh! Grido di battaglia! Danza su macerie e cumuli di cadaveri. Facciamoci una domanda: si tratta veramente di una vittoria? O piuttosto è qualcosa di simile a quando il bambino, dopo aver spaccato i timpani ai genitori, ottiene il dolcetto e/o il giocattolo che tanto bramava. E che, dopo averlo ottenuto e sentito suo, non lo interessa più.

Quindi, occorre un nuovo giocattolo, e per ottenerlo dovrai “asfaltare” un altro avversario. Insomma, passerai la vita a triturarti il fegato alla ricerca di nuovi giocattoli e di avversari, nemici da asfaltare. Non so voi, ma a me questa sembra una prospettiva di carattere infernale. Chi segue questa strada è destinato a non essere mai soddisfatto e sempre incazzato nero con il mondo. Uno dei tanti aspetti della figura del carnefice. Che in questo caso (ma solo in questo caso?) diventa anche un po’ vittima, di sè stesso e del demone asfalta-avversari.

Molto diverso è l’atteggiamento di chi si rende conto che l’unico avversario da battere… siamo noi stessi. Il fondatore delle moderne olimpiadi Pierre de Coubertin affermò che “l’importante non è vincere ma partecipare”. Molti intendono questa frase nel senso che qualunque cosa facciamo va bene, anche starsene in tribuna a guardare quelli che sono in campo. Le cose stanno un tantino diversamente. Si tratta di scendere dalle tribune, entrare in campo, e fare ciò che di meglio siamo capaci di fare, con un atteggiamento vincente, di crescita.

Questo anche se non abbiamo la certezza di diventare dei campioni. Semplicemente, impegnarsi per fare dei passi avanti. Perché sono quei passi che conducono alla vittoria più importante, l’unica che conta davvero: quella con noi stessi. Una vittoria che serve da stimolo per porsi obiettivi ancora più ambiziosi, ma senza l’ansia di dover “asfaltare” qualcuno. Si tratta di sperimentare il puro e semplice piacere di crescere.