Ritrovarsi

Quando ci sentiamo “smarriti” è perché abbiamo perso di vista quello che davvero desideriamo. La vita quotidiana, con i suoi numerosi impegni, attira così tanto la nostra attenzione che finiamo per pensare che esista solo quella. E dal momento che alcune volte le cose vanno “male” (cioè, diversamente da come vogliamo noi) càpita che cominciamo a pensare che la nostra vita sia brutta, inutile, scialba.

Eppure, se ci pensiamo bene, quella situazione cosi brutta, inutile e scialba l’abbiamo creata noi. Proprio così: siamo sempre respons-abili di quello che ci accade. Se la nostra vita ci appare piatta, vuol dire che abbiamo perso di vista il nostro perché. Quello che vogliamo davvero.

Siamo talmente assorbiti dalle minuzie del giorno che non riusciamo più a ricordarci chi siamo quale sia la nostra mission. Di conseguenza, facciamo cose e abbiamo pensieri che non hanno granché significato. Da qui, quella frustrazione che ci coglie di quando in quando.

Per fortuna, come tutto nell’universo, anche questo processo è reversibile. E non servono tecniche astruse o alla portata di pochi. E’ sufficiente farsi due o tre semplici domande. Qualcosa del tipo: chi sono io? Che cosa voglio? Quale potrebbe essere il mio contributo?

Facciamolo adesso, e ascoltiamo le risposte. Di qui in poi, è tutta questione di allenamento. Quando arriva la frustrazione, quando lo smarrimento bussa alle porte della nostra mente… vai con le domande.

Vedrete che presto le vostre giornate avranno molto, molto più senso.

Falla semplice

Molto spesso la strada migliore da seguire è quella più semplice.  A volte ci sembra invece che il mondo sia strutturato per rendere le cose complicatissime. Te lo dico subito: in parte è una nostra impressione, e in parte è proprio così.

Ci sono in giro persone il cui scopo nella vita è rendere complicato qualcosa. Ad esempio: ti sei mai misurato con le leggi e la burocrazia? Per qualunque iniziativa tu voglia portare avanti, ci sono moduli da compilare, documenti da mettere insieme e – soprattutto – leggi regolamenti e circolari da conoscere.

Questo ovunque, in qualunque parte del mondo e in qualunque epoca. Tanto che è complicatissimo fare da sè, e bisogna rivolgersi a dei consulenti, dal momento che all’ufficio a cui ti rivolgi per fare istanza  “non compete” darti una mano.

Come mai funziona così? Ebbene: immagina se per un caso del destino si decidesse di fare leggi semplici e chiare, e si imponesse ai funzionari degli uffici di dare la necessaria assistenza agli utenti. Sarebbe il finimondo: sparirebbero una marea di posti di lavoro. E non sarebbe bello, non trovi?

Quindi, il mondo è sicuramente un posto complicato. Poi, però, ci siamo noi. Ed effettivamente, facciamo la nostra parte per complicarlo ancora di più. La nostra mente genera a sua volta, in continuazione, leggi regolamenti e circolari non dissimili da quelle che troviamo nel mondo esterno. Dentro noi non c’è meno burocrazia che fuori. Ci mettiamo un sacco di regole, molte delle quali sono assurde esattamente come quelle che ci disturbano quando compiliamo la dichiarazione dei redditi.

Orbene: non possiamo cambiare il mondo esterno, perlomeno non in un istante. Ma, sempre nello stesso istante, possiamo cambiare noi. Cerchiamo di capire che per essere felici non occorre che tutto vada “bene” (cioè, ricordiamolo sempre, come vogliamo noi, come ci piace). Serve “farla semplice”, cioè essere felici a prescindere, sapendo che, se una strada non ci porta al nostro obiettivo, possiamo sempre trovarne un’altra meno complicata. A volte, capita anche che arriviamo alla conclusione che dopotutto quell’obiettivo non era poi così fondamentale.

Un bel risparmio di energie, non trovate?

Opinione e Verità

Viviamo immersi nelle opinioni. Spesso ci sentiamo disorientati perché, davanti a una data situazione, non sappiamo come comportarci. Da una parte ci dicono di fare così, dall’altra ci dicono di fare cosà, e non pare esserci un modo per capire quale sia “la cosa da fare”. La conseguenza è che abbiamo come una sensazione di mal di mare, che consuma tutte le nostre energie.

Se siamo sotto un certo livello, accettiamo questo stato di cose fino ad autodistruggerci, se la nostra vita è abbastanza lunga da portare a termine il processo. Se ancora conserviamo un barlume di energia, andiamo in cerca della Verità. Ovvero , di una parola definitiva che ci “indichi la Via”. Se siamo abbastanza determinati a cercare questa Verità, finiamo per trovarne una: la Religione, il Denaro, la Movida…

Il punto è che spesso, poi, queste Verità si rivelano meno definitive di quanto uno potesse pensare. La Religione senza Fede finisce per essere solo un rituale, che può rassicurare ma non soddisfa. Il Denaro senza Obiettivi si impadronisce di noi: ne vogliamo sempre di più, e non ci basta mai. La Movida senza Amore diventa un vivere aspettando la prossima occasione di Sballo… Insomma, si percepisce ben presto che c’è qualcosa che non funziona.

Quindi, a che santo possiamo mai votarci? Secondo la mia esperienza, è vero quello che funziona. Anche in questo campo, perciò, dovremmo smetterla di cercare qualcuno che ci dia la proverbiale pappa scodellata. Potrebbe essere un’idea attivare la nostra respons-abilità e sperimentare in prima persona. Ovvero: ascoltare tutti, e adoperare la nostra testa per valutare se le opinioni che sentiamo in giro sono vitali e funzionali.

Ne convengo: è certamente più faticoso che starsene con i piedi ben caldi nelle babbucce. Ma si ottengono almeno due vantaggi che secondo me sono fondamentali:

  1. Sviluppiamo i nostri muscoli proattivi. Più prendiamo decisioni, più possibilità abbiamo.
  2. Diventiamo meno attaccati ai risultati, perché abbiamo più aspetti della nostra vita per cui essere grati.

Mi pare proprio un buon affare. Come si dice, il gioco vale la candela.

Odiare l’odio… O amare l’amore?

Sono sempre più convinto che l’amore sia meglio dell’odio. L’odio fa perdere tempo, mentre l’amore lo moltiplica, perché alza i nostri livelli energetici, ci libera e sblocca la nostra creatività. Il che non è poco, considerando che, per motivi che non stiamo ad analizzare e che francamente neanche mi interessano, il mondo sembra essere tutto impostato sull’odio, che al contrario abbassa i nostri livello di energia, spingendoci dentro un circolo vizioso, nel quale a un certo punto sembra impossibile trovare una via d’uscita.

E invece la via d’uscita c’è, eccome. Come sempre, si tratta di prenderci la nostra respons-abilità, ovvero di diventare capaci di rispondere agli stimoli che riceviamo. Nel caso specifico, è utile sviluppare la capacità di essere amorevoli. cioè di pensare in termini di amore, e “inviare” pensieri amorevoli a noi stessi e agli altri.

Mi spingerò oltre: più la situazione e le persone intorno a noi sono (=ci sembrano) odiose e sgradevoli, più amore dobbiamo inviare a quelle persone e a quelle situazioni. Capisco bene che può essere molto complicato. Non dimentichiamo però che si tratta di acquisire un’abitudine, nello specifico un’abitudine che è in netto contrasto con le nostre abitudini quotidiane. Quindi va introdotta gradualmente, usando la consapevolezza.

“Gradualmente” vuol dire che anche questa abitudine va acquisita un po’ come quella all’attività fisica. Se si pretende di passare di botto dal nulla più assoluto ai sei allenamenti da tre ore l’uno in palestra, tutto quello che otterremo sarà un bel po’ di doloretti sparsi per il corpo, accompagnati da una gran voglia di mollare. Occorre dunque andare per gradi.

Per esempio, si può anche cominciare mettendo una sveglia con promemoria sul cellulare. Tutti i giorni a una data ora… bling! Ci ricorda di amare qualcosa o qualcuno, possibilmente qualcosa o qualcuno che ci dà veramente ma veramente fastidio. In questo modo inizieremo un cammino che ci porterà a migliorare sempre di più la nostra vibrazione.

I risultati saranno molto interessanti. Tanto per cominciare, potremo recuperare il tempo che finora abbiamo perso nell’odiare il prossimo. Tempo che potremo utilizzare per creare qualcosa di costruttivo, per esempio contemplare la bellezza della natura o di un’opera d’arte, se non creare opere d’arte noi stessi o comunque domandarci, per esempio, quale può essere il nostro contributo al mondo.

L’arte di andare via

Bisogna essere capaci di andar via dalle situazioni. Naturalmente non sto parlando dell’omino delle barzellette che esce a comprare le sigarette e non torna più. Non si risolve nulla lasciando moglie e figli per trasferirsi a Tahiti. Anche perché comunque ci portiamo via noi stessi, con tutte le nostre convinzioni, e presto o tardi creeremo di nuovo una situazione che ci porterà a uscire per comprare le sigarette.

Cosa significa quindi “andare via”? E’ ovvio che non si “va via” fisicamente. O almeno, non solo. Bisogna infatti considerare che la realtà non esiste, o per essere più precisi è frutto di una nostra percezione, è chiaro che se ci troviamo in una situazione “negativa”, (cioè, che non ci piace) pensare continuamente a quella situazione non ci porterà molto lontano.

Occorre appunto “andare via”, cioè cominciare ad esplorare alternative. Il mondo, infatti, è decisamente vasto. C’è sempre qualcosa di nuovo da imparare. Anzi, direi che il nostro compito come esseri umani è proprio quello: apprendere e comprendere il più possibile. Non esiste un punto d’arrivo che ci consenta di sederci sugli allori.

Siamo qui per comprendere

L’apparente caos e la complessità del mondo a volte sembrano sul punto di sopraffarci. Ci son momenti in cui regole e paletti sembrano essere ovunque, e ancora di più in periodi come questo (maggio 2020) in cui ci si prospetta quantomeno per i prossimi mesi un mondo se possibile ancora più complesso e impegnativo.

Tuttavia, occorre superare questa complessità che è del tutto apparente. E questo può essere fatto creandoci un mindset, un atteggiamento di comprensione. Siamo qui per comprendere, per conoscere, e per utilizzare questa comprensione e questa conoscenza per evolvere, per ampliare le nostre potenzialità.

Anche perché il caos e la complessità spesso sono una nostra personalissima opinione. Pensiamo che sia necessario conoscere tutto per realizzare la nostra vita. Cosa ovviamente impossibile, e che spesso diventa una enorme fonte di stress. La cosa migliore che possiamo fare dopo di quella, e che invece di stress può portarci una bella energia, è che siamo qui per comprendere, gradualmente, secondo le nostre capacità. Con un pizzico di amore.

Coltivare la propria vibrazione

Molti pensano che la felicità derivi dai risultati che si ottengono, mentre è vero invece che si ottengono risultati quando siamo felici. La felicità, cioè, è quello stato che si ottiene quando siamo grati di quello che abbiamo.

Può sembrare un po’ paradossale come concetto, però seguitemi. Se abbiamo tantissime cose, ma non siamo grati di averle, entriamo in uno stato vibrazionale negativo nel quale aumentiamo di parecchio la possibilità di perderle.

Viceversa, se siamo grati, se cioè apprezziamo quello che abbiamo, ne vediamo le qualità piuttosto che i difetti, ecco che la qualità della nostra vibrazione si innalza, e massimizziamo le possibilità di ottenere risultati soddisfacenti.

Da questa riflessione deriva la necessità di osservare costantemente la qualità della nostra vibrazione e provvedere se necessario a migliorarla. Anche questa è una nostra respons-abilità.

I modi di migliorare la propria vibrazione sono moltissimi. Davvero, c’è soltanto l’imbarazzo della scelta. Si va dalla meditazione nelle sue varie sfumature alla Programmazione Neuro Linguistica (Pnl). Anche qui, prendiamoci la responsabilità della ricerca e del test in prima persona.

Il nesso, comunque, è concentrarsi sugli aspetti della nostra situazione che funzionano, ci piacciono e/o ci danno più forza.

Spirito ragazzino

Quando siamo bambini, tutto sembra possibile. Il mondo intero è nostro. Possiamo dire che vogliamo diventare medico, pilota di aerei, astronauta… e crederci. Cosa succede poi?

Succede che diventiamo grandi, e che in un certo qual modo ci trasformiamo in qualcosa di molto simile alle pulci ammaestrate. Ci chiudono dentro la scatola delle responsabilità. Noi, da brave pulci, continuiamo a saltare, ma battiamo delle solenni capocciate sul soffitto.

Per non sentire dolore, saltiamo più basso. Dopo un po’, il soffitto scende ancora, e noi saltiamo ancora più basso. Finché non saltiamo più. Nemmeno quando il soffitto viene tolto. Il gioco è fatto. Siamo diventati degli adulti annoiati, noiosi, del tutto privi di fantasia.

Pensiamo che sognare sia una cosa per gente che vuole sfuggire alle responsabilità. O si sta al gioco o si scappa a Tahiti mollando tutto. Non ci sfiora nemmeno il sospetto che il nostro spirito ragazzino possa tranquillamente risvegliarsi un po’ per volta. Che i sogni possano comunque essere coltivati anche in una vita carica di coniugi figli lavoro. E che anzi il dono più bello che possiamo fare al prossimo e risvegliare quello che eravamo da bambini. Far capire al mondo che sognare non vuol dire essere degli irresponsabili.

Anzi, semmai può essere vero il contrario. Il sogno e la fantasia possono aiutarci a trovare delle soluzioni valide ad ogni tipo di sfida. Basta diventare un po’ meno pulci ammaestrate, e un po’ più bambini.

L’origine del male

Tutto il nostro male nasce dall’idea di essere inadeguati. E la nostra idea di essere inadeguati nasce dall’eccessivo perfezionismo, nonché dal desiderio di controllare ogni cosa. Pensiamoci bene: il nostro cosiddetto stress non è altro che la tensione verso il controllo totale di tutto ciò che esiste.

Il punto è che possiamo controllare davvero poco. Certo, possiamo fare dei piani, porci degli obiettivi. E questa è cosa buona, giusta, vitale e desiderabile. Senza piani e obiettivi rischiamo di non vivere una vita nostra ma di essere in qualche modo “vissuti” da quello che succede e dagli altri, che magari con le migliori intenzioni del mondo spesso si “occupano” di noi proponendoci obiettivi che loro ritengono buoni per noi.

Tuttavia, la vita ha sempre molta più fantasia di noi, e ci pone delle sfide impreviste. Davanti a queste sfide, è necessario essere flessibili, avere una mente creativa. Non si tratta di rinunciare ai nostri obiettivi. Semplicemente, lungo il nostro percorso da A a B, abbiamo trovato un’interruzione, una deviazione. E’ opportuno, come direbbe il nostro navigatore, un “ricalcolo del percorso”.

Se invece siamo rigidi mentalmente, come purtroppo spesso capita, ecco che emerge “il male”, come viene definito per esempio dai filosofi greci come Platone, ma anche cristiani come Agostino. Il male come negazione del bene, ovvero la “non vita” contrapposta alla “vita”, se consideriamo la vita come Amore: amore verso noi stessi, verso gli altri, verso la conoscenza e la creatività.

Ci comportiamo come bambini, anzi come bambini che fanno le bizze, perché spesso i bambini applicano benissimo quella che possiamo chiamare “filosofia del bene”, e sono perfettamente che “ce n’è per tutti”, che si può ottenere quello che vogliamo in modo creativo, senza fare del male a nessuno ed anzi spesso facendo del bene.

Noi invece, abbracciamo spesso la “filosofia del male”, dell’egoismo, della distruzione. Perché è comoda, ci de-respons-abilizza. Se “le cose non funzionano” la colpa è sempre degli “altri”, questa entità fantasmatica di cui, a ben vedere, facciamo parte anche noi, perché siamo “gli altri” per tutto il resto dell’umanità.

Ci conviene? Secondo me no, perché in questo modo è molto improbabile che riusciamo a trovare delle soluzioni alle nostre sfide. Ma fosse solo questo, mal di poco. Il punto è che diventiamo noi stessi il male degli altri. Smettiamo di sperare, di essere creativi, e in buona sostanza riduciamo “il bene” che c’è nel mondo.

Naturalmente, se ne può sempre uscire. Ribadisco che nell’Universo tutto è reversibile, non esistono sentenze passate in giudicato. Decidiamo di seguire “il bene” (l’amore, la creatività, la speranza) e alleniamoci tutti i santi giorni per sviluppare questo particolare tipo di “muscoli proattivi”.

Il quadro oggettivo

Una delle necessità imprescindibili per vivere in modo vitale è farsi un quadro oggettivo della situazione, specialmente quando il mondo intorno a noi sembra perdere la bussola, trascinato da chi, per vari motivi, crea situazioni di disagio.

Naturalmente non è affatto semplice, perché anche noi siamo umani. Chi vuole influenzarci, spesso ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi. Quindi, riesce a muovere le leve giuste per farci fare quello che vuole lui.

E’ questo il problema. Non conosciamo noi stessi. E per questo ci lasciamo trascinare dal primo pifferaio magico che passa. Diventa difficile, se non impossibile, capire cosa sta succedendo davvero. La nostra mente si riempie di detriti, di informazioni confuse e/o strillate. Perdiamo, come diceva il Poeta, il Ben dell’Intelletto.

Fortunatamente, c’è la possibilità di uscirne. Basta decidere di conoscere se stessi, e continuare a deciderlo giorno dopo giorno. E’ una questione di allenamento. Giorno dopo giorno, prendiamo sempre più le distanze (non sociali, ma mentali) dal fracasso del mondo, facendolo diventare un brusio.

Ascoltiamo sempre tutto e tutti, ma impariamo a mettere insieme i pezzi e a farci un’opinione equilibrata, non dettata dal panico ma dalla riflessione e dalla consapevolezza. Con un pizzico di amore fraterno nei confronti del prossimo.