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Ribullonation

Era un periodo in cui più che altro fotografavo le nuvole con il cellulare. Non avevo quella grande voglia di smanettare al computer, così coglievo l’occasione per andarmene a zonzo a piedi per la città, ottemperando tra l’altro alla prescrizione medica per la quale dovevo camminare almeno un’ora tutti i giorni. Nel contempo, andavo alla ricerca di originali scorci da immortalare.

O almeno, questo era ciò che mi raccontavo. Certamente, un’attività di carattere artistico rappresentava un’ottima copertura. E magari chissà, avrei potuto *davvero* mettere le foto su uno dei miei siti web e sperare di ricavarne qualche risultato in più nei motori di ricerca. Ma il punto non era quello. La realtà dei fatti era che mi sentivo un rottame. Una volta almeno c’erano i rigattieri, e quello che uno aveva buttato poteva rappresentare un valore per qualcun altro. Adesso c’erano solo le discariche. Capirete che per me in quanto rottame era una prospettiva assai poco brillante.

In quelle occasioni, quando sembrava che la pressione si facesse eccessiva, mi dedicavo a quello che definivo “fiero pasto”. Ovvero, mi recavo ad un bar di mia conoscenza, e mi slurpavo cinque sfoglie dolci ripiene e due hot-dog ketchup e senape. Si trattava in definitiva di uno dei tanti stupefacenti socialmente accettabili che sono in circolazione oggidì. Quella volta, stavo giusto addentando il secondo panozzo, quando, orrore degli orrori, un tizio si siede accanto a me sulla panchina.

Ora, se c’è una cosa che mi fa veramente imbestialire è quando invadono i miei spazi, specialmente nel bel mezzo del fiero pasto. Cioè, io so benissimo che alla fine uno non può prendersi tutta una panchina per sè, però che volete, mi scappa istintivamente di guardarlo male.

“Tutto a posto, – mi fa lui – sono Giacomino ‘o meccanico.”

Ma certo! Come avevo fatto a non riconoscerlo subito! Era stato per lungo tempo il mio amico immaginario, ricalcato sul personaggio di un comico della televisione. In realtà non lo si vedeva mai, ma veniva nominato spesso nelle gags. Essendo un meccanico, lo avevo immaginato con tanto di tuta e cappellino di ordinanza. E ovviamente aveva il potere di aggiustare ogni cosa, in senso figurato o meno. Solo che questa volta non era immaginazione, sembrava proprio lì. Glielo feci notare.

“Bè – rispose – stavolta avevi bisogno di un aiuto, come dire, un po’ più tangibile. Vedi – riprese dopo una breve pausa – il fatto è che adesso come adesso sei sbullonato. E chi meglio di un meccanico poteva essere adatto alla bisogna? Cosa si fa quando un bullone si allenta? Si prende la chiave inglese opportuna, e lo si stringe. In buona sostanza, devi ribullonarti.”

“No scusa – sbotto io a questo punto – non può essere così semplice. Ci ho messo dei mesi, potrei dire degli anni, a costruirmi questo stato di frustrazione. Si tratta di una paccata di energie, cazzo. Adesso arrivi tu,e mi dici bello pacifico che posso sistemare tutto in una decina di secondi, semplicemente immaginando di stringere un bullone?”

“Precisamente. Vedi, voi umani siete davvero buffi. Avete questo vostro modo di attaccarvi a certe cose anche quando vi rendete benissimo conto che vi fanno male. Secondo te, per dirne una, risolvi qualcosa standotene qui seduto a covare rancore contro il resto del mondo?”

“Rancore!? Sarebbe rancore se mi avessero rubato le caramelle. Sai cosa vuol dire sentirsi presi continuamente a calci? Sono a tappeto, altroché.”

“A tappeto non direi, visto che almeno la forza di masticare ti è rimasta. Bada, non voglio attaccarti il pippone sul fatto che non bisogna mollare mai. Qualche momento di debolezza può capitare. Ma non ci sono scuse per tirare i remi in barca.”

“Te l’ho detto. Usa la metafora che ti pare, tanto il concetto è sempre quello. Stringi i bulloni che si sono allentati, raccatta i cocci, ricuci gli strappi… basta che a un certo punto tu ricominci quantomeno a mettere un piede dopo l’altro.”

“Ma vedi, gli altri…”

“Eh, gli altri! Ecco un’altra bella scusa del cavolo. La colpa è sempre di qualcun altro, non è vero? Se ingrassi come un porco, magari è colpa della pubblicità della pizza. Se non hai un soldo, la colpa è di chi ti fa spendere. Che ti devo dire, guaglione, fa comodo pensare che tutto ti piombi addosso, e a te non tocchi altro che prenderle.”

Mentre ancora mi giravo in testa le parole di Giacomino ‘o meccanico, lui disparve. Al suo posto, accanto a me sulla panchina, stava una chiave inglese del 12. Se vera o immaginaria, restava da capirlo.

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Madonna dei popcorn

A prima vista, la spiaggia bianca era bellissima. Difficile credere che il colore fosse dovuto a degli scarichi industriali. Eppure.

Ma non c’era tempo di pensarci. Sergio non vedeva l’ora di arrivare a casa. Settecentoottantaquattro chilometri, undici ore e spicci di viaggio. Non sempre alla guida, certo. Da Spalato ad Ancona c’era il traghetto. Comunque, era stata lo stesso una follia, uno stress incredibile. Gli veniva in mente poi quella barzelletta tremenda. Un treno di gente malata, mezzi in carrozzella, che torna da Lourdes. E il tizio che da banchina urla: avete trovato chiuso?????

Loro erano in macchina e non in treno, ma si poteva in definitiva dire lo stesso. Anzi, alla fine Lourdes sarebbe stato più vicino, sicuramente più comodo da raggiungere. Ma niente, bisognava andare a Medjugorie. Che poi, lui non lo sapeva neanche pronunciare. Gli era venuto fuori Popcorn. Da allora Lia non gli aveva più rivolto la parola, e aveva la netta sensazione che tra loro le cose non sarebbero state più le stesse. Aveva provato a spiegarglielo almeno un centinaio di volte: non era stata una battuta. Quel nome proprio non lo sapeva dire. Niente, si era offesa.

Del resto, parlare con lei era sempre stato difficile quando si impuntava. Poi era successa ‘sta cosa. Dopo che Tiziana era nata, i primi mesi erano passati come sempre succede tra pappe pannolini e notti in bianco. Le avevano dato il nome della bisnonna materna, insomma la nonna di Lia, e come lei Tiziana era tranquilla, nella media dei bambini della sue età, esattamente come la bisavola. Poi, un bel giorno, era andata in arresto respiratorio. Sergio riviveva spesso quei momenti sotto forma di fotogrammi ammucchiati. Corri, corri. Chiama l’ambulanza. Mammamia mammamia. Tiziana, Tizianina! Scale. Camici. Corridoi. Palpitazioni. Odore di disinfettante.

La piccola era stata ripresa per i capelli, ma il medico di turno mise le mani avanti. Per cominciare, non si era riusciti a capire da cosa fosse dipeso l’arresto, per cui poteva succedere di nuovo in qualsivoglia momento. Nel caso, era facile che la paziente ci lasciasse le penne. Poi, la mancanza di ossigeno al cervello era durata un bel po’. Bisognava vedere cos’era successo.

Tiziana quindi rimase in ospedale per circa un mese. Dopo averla rivoltata come un calzino, si concluse che non ci si capiva nulla. Di certo, c’erano stati danni al cervello. Probabilmente la bambina non avrebbe mai camminato né parlato. Certo non si poteva dire, i neuroni sono ridondanti, e la paziente era ancora molto piccola. Magari gli impulsi nervosi sarebbero riusciti a bypassare le aree danneggiate. Insomma, qualcosa si poteva fare. C’è sempre speranza.

Da quel momento, la situazione si era fatta strana. Cioè, Sergio trovava tutto abbastanza normale. La piccola aveva bisogno di assistenza. Ebbene, avrebbe fatto tutto il possibile e anche di più. Certo, sarebbe stato meglio che non fosse successo. Ma le cose stavano così. Si poteva solo affrontare la situazione.

Lia, invece, l’aveva presa decisamente male. Come se avesse chiuso tutti i boccaporti. Passava ore a guardare il crocefisso sopra il letto in camera. Sergio aveva provato a parlare con sua moglie, ma era più facile dialogare col muro. Non riusciva più ad avvicinarla, in nessun senso. Aveva cominciato poi ad andare a messa tutte le mattine. Un bel giorno gli aveva comunicato la propria decisione di andare a Medjugorie con la bambina, a chiedere la grazia. Da sola con Tiziana in braccio. A piedi.

Non sapeva nemmeno lui come aveva fatto a convincerla, ma ce l’aveva fatta. Quantomeno, l’avrebbe accompagnata lui, in macchina. Non ci sarebbero mai arrivate, altrimenti. In un primo momento, era stato tentato di mandarla a quel paese. Ma voleva bene alla bambina, e dal momento che le cure sembravano non funzionare, chissà mai.

Ora, eccoli sulla via del ritorno. Si erano ammucchiati con innumerevoli altri disperati, avevano ascoltato un tot di messe, toccato una statua, pregato parecchio. Ovviamente, non era successo nulla di che. Nessuna luce accecante era scesa dall’alto, nè Tiziana aveva cominciato a muovere gambe e braccia o aveva proferito qualche suono. Secondo tutte le apparenze, un viaggio totalmente inutile. Peraltro, certe cose magari non sono come premere un interruttore. Era possibile che qualche misteriosa scintilla fosse davvero entrata nel corpo della piccola, e stesse lavorando in silenzio, sotto traccia, riparando ogni e qualsiasi danno. Fino a quando ci sarebbero state liete sorprese. Poteva darsi che anche lui e Lia avrebbero ricominciato a parlarsi. Tutto poteva essere.

L’Eredità

Troppo figo. Non posso descrivere in altro modo l’appartamento che mi ha lasciato mio zio. Insieme a altra roba, ovviamente, e a un sacco di quattrini se è per questo. L’appartamento però è di sicuro il giocattolino che riempie di più l’occhio. Tanto per cominciare è in una zona veramente vip, al centro del centro del centro. Uno entra lì, e si sente, come te lo devo dire, importante ecco.

Inutile dire che mi ci sono trasferito subito, senza farmi tanti pensieri, come forse invece avrei dovuto. D’altra parte, era stato un vero e proprio colpo di fortuna. Di lí a un paio di mesi mi sarebbe finito il sussidio di disoccupazione, e davvero non sapevo che avrei fatto dopo, visto che tutti tagliavano, riducevano, mandavano a casa, mettevano in cassa integrazione. Per me, comunque, il problema non c’era più. Avevo tanti di quei quattrini che per finirli ci sarebbero volute tipo una decina di vite, pure a uno come me che spendo un visibilio tra sigarette e videopoker.

Devo ammettere che non mi aspettavo tutto questo ben di dio. Intanto, con questo zio non è che avessi granché di relazione. Ci saremo visti sì e no una decina di volte, una cosa del tipo buongiorno-buonasera. Il notaio d’altronde m’aveva detto che di parenti non ne aveva più, il che spiegava un po’ tutto. Poi, non avrei mai pensato che fosse ricco sfondato a sta maniera. A vederlo non gli davi due spicci. Stava sempre trasandato, spettinato, insomma pareva un poveraccio esattamente come me. Sapevo pure che era un intellettuale, uno di questi mezzi matti che girano il mondo e poi scrivono un sacco. M’han detto che aveva pubblicato diversi libri, ma francamente non me ne sono interessato più di tanto, anche perchè dopo dieci minuti che leggo le notizie dello sport mi gira la testa.

Di certo, quando entravi nell’appartamento ti rendevi conto che avevi a che fare con un pozzo di scienza. C’erano libri dappertutto. Sugli scaffali, ovvio, ma anche sui tavoli, sulle sedie, per terra, pure sul davanzale della finestrella del bagno. Era di certo la prima cosa a cui pensare. Avrei rifatto i pavimenti, cambiato la mobilia. Insomma, tutta quella carta andava sbaraccata. A cominciare dal salone. Levando di mezzo un paio di scaffali mi ci sarebbe entrato paro paro un televisorone da cinquanta pollici.

Con mia grande sorpresa, non fu difficile trovare qualcuno che si prendesse la briga di portare via tutto quel ciarpame. Un tipo, conoscente di un mio conoscente, si dimostrò anzi entusiasta, e fece tutto a costo zero, in cambio del materiale. Un mio amico mi spiegò che probabilmente vendendo i libri anche ad un inezia l’uno ci avrebbe guadagnato abbondantemente. Buon per lui, a me bastava lo spazio sgombro.

Quella sera me ne andai a letto davvero soddisfatto. Mi feci una bella dormita sul lettone dello zio. Naturalmente avrei cambiato anche quello. Ce ne voleva assolutamente uno con il materasso ad acqua.

Però ammetto che mi ci trovai davvero bene. Magari ci potevo anche ripensare, e tenermelo. La mattina mi svegliai riposato come non mi capitava da tempo. Certo, pensai. Adesso, con il mucchio di quattrini che mi ritrovavo. di preoccupazioni ne avrei avute molte di meno. Stavo per alzarmi, ed iniziare una giornata perfetta, quando mi resi conto che sul cuscino accanto al mio c’era un libro. Tom Sawyer. Come diamine c’era arrivato? Ero straconvinto di averli buttati via tutti. Vabbè, si rimedia facilmente. Apposta c’era un cassonetto della carta giusto giusto davanti al portone.

Nel frattempo, prendeva forma il mio appartamento ideale. Avevo ingaggiato il meglio arredatore sulla piazza, ed è incredibile come tutti corrono quando sentono odore di soldi. La mattina seguente, dopo aver sognato tutta la notte come mi sarei goduto il mio piccolo castello una volta che fosse stato finito, appena sveglio mi resi conto che sul letto stavano due libri. Stavolta erano L’Idiota e Pinocchio. Che presero pure loro la via del cassonetto.

Nei giorni seguenti, le cose presero una piega che più che strana definirei inquietante. Ogni mattina trovavo dei libri sul letto. Furono quattro, poi otto, poi sedici. Insomma, ogni volta erano il doppio. Fosse stato solo quello. La loro destinazione rimaneva pur sempre la raccolta differenziata. Ma ogni volta era sempre più complicato. Non solo per la fatica fisica di portarli fin li’. E’ che mi cresceva dentro tipo una vocina. Mi diceva: guarda che stai facendo qualcosa di sbagliato. Arrivammo ad un punto che a forza di raddoppiare, i libri non stavano più sul letto, e debordarono fin sul pavimento. Nel contempo, mi trovai a considerare: dopotutto, che senso aveva buttarli via? In fondo potevano servire come oggetti di arredamento. C’è chi li mette finti, io li avevo veri. Così comprai uno scaffale, e ce li misi sopra.

L’altro giorno mi ha chiamato uno dei ragazzi del bar. Com’è che non t’abbiamo più visto? Aveva ragione. Doveva scusarmi, ma ero troppo impegnato. A giorni partivo per l’Egitto? Sharm-el Sheik? No no, Karnak. Del resto, qualche giorno prima stavo al cesso, quando di colpo mi resi conto che stavo leggendo *I Miserabili* invece di *Palloni in tribuna*. E il mattone mi piaceva pure. Senza contare che mi ero lasciato crescere la barba. E stava diventando bianca, proprio come quella dello zio.