(Non) affrontare la morte

Vi ho avvisato fin dal titolo. In questo post tratterò quello che probabilmente è l’argomento più scabroso per noi, che apparteniamo a una cultura – ammettiamolo – vitalista e materialista, che considera “questa” vita come l'”unica” vita. Secondo altre culture non è così. Alcune sostengono che “dopo” ci sia una vita eterna. Altre che ci siano infinite vite a disposizione, sia in un corpo fisico che fuori.

Personalmente, non vi so dire come funziona. Nessuno può, anche perché pare che finché siamo nella “tuta-corpo” abbiamo presente solamente la vita attuale, e delle eventuali altre non ci ricordiamo nulla. Per cui all’atto pratico viviamo una vita per volta. Ciò non toglie che – anche stando così le cose – possiamo fare qualche considerazione basata esclusivamente sul mondo cosiddetto materiale.

Per esempio: come diceva Epicuro, non bisogna aver paura della morte, perché quando ci siamo noi, non c’è lei, e quando c’è lei, non ci siamo noi. E’ così semplice, davvero. C’è anche un’altra riflessione in merito che mi ronza nella testa da un po’ di annetti. Come possiamo sapere per certo che stiamo per morire? Anche qui, la risposta è abbastanza immediata: non possiamo saperlo.

Anche se in un dato momento stiamo malissimo, e magari il medico ci ha consigliato di verificare che il nostro testamento sia a posto, non possiamo essere certi di essere sul punto di morire. Anche perchè, molto banalmente, finché non siamo morti, siamo vivi, e dunque tutto può ancora accadere.

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