Sei centro o periferia?

Si sente spesso parlare di “periferie“. Ovvero. luoghi disagiati dove vive, guarda un po’, gente altrettanto disagiata, disadattata. Ma alla fine, sono i luoghi o le persone ad essere “periferia”? A mio parere, la seconda. Spesso siamo noi per primi, con il nostro atteggiamento, a porci alla periferia di qualcosa.

Qualcuno potrà obiettare: ma non è vero, in periferia ci si nasce, è un fatto concreto. Ci sono “situazioni disagiate”, contorte, ardue da districare. Quando nasci in “certi posti” è “difficile tirarsene fuori”. Contro l’ambiente, “nulla si può”. Mi pare evidente che quanto precede non sia altro che una serie di convinzioni, di opinioni, che in quanto tali sono, appunto, opinabili.

Prima di tutto, credo che bisognerebbe capire rispetto cosa vuol dire sentirsi “periferia”. E soprattutto rispetto a che cosa. Così a spanne, sentirsi “periferia” a mio parere significa sentirsi esclusi. La domanda successiva è: esclusi da che cosa? Qual è, in definitiva, il “centro” rispetto al quale ci si sente “periferia”?

Normalmente, almeno dalle nostre parti, in Europa, mi risulta che ci si sente “periferia” rispetto al “centro” dell’abbondanza di beni materiali. Si osserva che cosa possiedono coloro che costituiscono il “centro”, e se non possediamo altrettanto ci sentiamo “periferia”.

Una volta presa coscienza del fatto che siamo “periferia”, in genere, succede che cominciamo a sviluppare un risentimento nei confronti di coloro che hanno quello che noi vorremmo avere, ma che riteniamo di non poter avere. Attenzione, ho scritto “riteniamo di non poter avere”, perché – ripetiamolo che fa bene – si tratta di un’opinione, di una convinzione.

Succede però spesso che questa convinzione sia così pervasiva che ci identifichiamo con essa e la prendiamo per verità oggettiva. In alcuni casi il risentimento contro “chi ha” si trasforma in vero e proprio odio, e ci si cala nel ruolo della Vittima. Tutte le energie vengono convogliate nell’odio verso quello che diventa, a sua insaputa, il nostro Carnefice.

Finché l’odio rimane dentro di noi, si rivela solamente un grandissimo spreco di tempo e di energie. Il che già è un danno notevole. Il vero problema è che spesso il pensiero si trasforma in azione. Andiamo a scontrarci fisicamente con quello che ci siamo scelti come idolo polemico. E questo può avere delle conseguenze devastanti. Si commettono magari dei reati, anche gravi. Si diventa a tutti gli effetti dei criminali.

L’alternativa, ovviamente – chi mi conosce l’ha già capito – è diventare, essere “centro” anziché “periferia”. Praticare l’invidia creativa. Ovvero, anziché limitarsi ad invidiare chi ha quello che vorremmo avere, cercare di comprendere come l’ha ottenuto, quali azioni ha compiuto, che tipo di qualità e di competenze ha sviluppato e messo in pratica. Insomma, capire qual è stato il suo percorso e… copiarlo.

Molto meglio che starsene in un angolo a farsi venire un fegato così, o peggio ancora, che so io, mettersi a spaccare qualche vetrina per sentire che abbiamo inciso (forse) sulla realtà.

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