Scuola: chi vuole studiare studia. E’ vero ragaSSi?

Ogni volta che la scuola sta per riprendere, si riaccende il dibattito. Come dovrebbe essere la scuola, soprattutto quella pubblica? Quali metodi di insegnamento usare? Come organizzare le classi? E la pianta organica? Eeeeh, la pianta organica, l’equazione a dieci incognite che ogni anno si ripresenta, puntuale come la morte e le tasse.

Quest’anno, poi, la questione si presenta anche più complessa, con le questioni sanitarie che sappiamo. Distanziamento sì, distanziamento no. Mascherine sì, mascherine no. Orari trasversali, diagonali, di sghimbescio… E le famiglie alle prese a loro volta con l’equazione a venti incognite: mandare i figli a scuola, non mandarceli, e insomma come gestire questi ragazzi in una situazione che nessuno sa come possa evolvere.

La mia personalissima opinione è che in tutto questo si vada a perdere un po’ il senso primario della scuola, che in buona sostanza dovrebbe essere: studiare. O, per essere più precisi ancora: imparare. Ancora meglio: imparare ad imparare.

Secondo me gli insegnanti di ogni livello, dall’asilo al master, dovrebbero sì spiegare i programmi (li pagano per quello) ma anche dare loro stessi con il loro comportamento un esempio di atteggiamento verso lo studio, far capire che non è poi quella “cosa bbrutta e ppesante”, che è bello imparare, conoscere, e soprattutto ragionare, su qualsiasi cosa. E serve non tanto per imparare un paio di date, ma per abituarci a capire e strutturare i problemi, trasformandoli in sfide e rendendoci capaci di affrontarle, assaporando il piacere di progredire.

Ho avuto la fortuna di trovare insegnanti, vorrei dire persone così, soprattutto al liceo, ma anche all’Università. Grande interesse non solo verso la loro materia, ma entusiasmo per la conoscenza in generale. Ed eccomi qui, a cinquantadue anni suonati, ancora desideroso di imparare e capire. Se si riesce a fare questo, tutte le discussioni infinite su “quale scuola” diventano semplicemente inutili.

In particolare, mi torna in mente il prof di spagnolo al liceo. L’ottimo docente, originario della Romagna, era solito dire: chi vuole studiare studia, èvero ragaSSi?

Trovo che in materia di studio e istruzione mai frase fu più pregnante. Mi ha sostenuto lungo tutto il liceo, l’università, il corso per agente immobiliare e infine la preparazione all’esame di stato per diventare giornalista professionista. Si tratta di un concetto che supera tutte le oggettive difficoltà del nostro sistema scolastico. Per esempio, il nostro liceo era in un ex-albergo abbastanza fatiscente. Ma questo non ha impedito alla nostra classe di raggiungere dei traguardi interessanti. A dimostrazione che chi solleva oltre le bagatelle quotidiane, da qualche parte arriva.

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