Arte vs Business

Mi è tornata in mente una bellissima persona, Renato Corrieri, a suo tempo titolare di una galleria d’arte a Livorno a cavallo, se la memoria non mi inganna, tra gli anni Ottanta e i Duemila. Ho avuto con lui diverse gustose conversazioni, e in questa occasione mi piace ricordarne una in particolare.

Il buon Corrieri, va detto, era un piccolo Mecenate, che dava spazio ad artisti giovani, sia di età che di spirito, che sperimentavano come se non ci fosse un domani. Ne venivano fuori anche delle cosine davvero stimolanti. Soltanto, l’anziano gallerista si lamentava del fatto che “il pubblico” (cioè, in definitiva, “il mercato”) voleva opere di altro tipo.

Colsi una simpatica contraddizione in tutto questo. Pensai: ma alla fin fine, che cosa vogliamo? Fare arte o fare business?

Per carità, non che le due cose siano sempre e necessariamente in contraddizione tra di loro. Ci sono casi eclatanti che ce lo confermano. Solo che si tratta di due approcci completamente diversi. Da quel che ne capisco io, fare “arte” vuol dire sperimentare, ricercare. Attività che non prendono in considerazione i gusti di un eventuale “pubblico”, e tantomeno di un’altrettanto eventuale “mercato”.

Il business, invece, vive proprio di “pubblico” e di “mercato”. Ovvero, non puoi (o per essere più precisi non è una buona idea) fare quello che ti pare, o anche semplicemente seguire la tua ispirazione. Devi fare degli studi su quello che vuole il tuo cliente finale… e darglielo come vuole lui, non come vuoi tu.

Le due cose non si inrociano mai? Certo che sì. Ci sono casi di artisti veri che, per diversi motivi, hanno incontrato i gusti di “pubblico” e “mercato”. Penso a Picasso e Dalì, che divennero l’equivalente di quelle che chiamiamo “rockstar”. C’era magari di mezzo un po’ di marketing artigianale anche da parte degli stessi artisti, ma dal momento che anche il marketing è arte, possiamo dire che questi geni hanno usato al meglio le loro capacità comunicative.

C’è poi il business, puro e semplice. Quello dove non c’è “ricerca” nel senso artistica del termine. Il “prodotto”, l’obiettivo non è la sperimentazione, ma il profitto. Un punto di vista assolutamente legittimo, ma che almeno in generale non ha niente a che vedere con l’arte.

Quale dei due approcci deve scegliere un artista?

Prima di tutto, abbiamo visto che esiste anche la possibilità di incrociarli. Cioè: l’artista può fare il suo gioco, e poi trovare il modo di attrarre l’attenzione del pubblico, creando interesse, e possibilmente anche valore, attorno alle loro opere. E probabilmente è questa la situazione più interessante.

Oppure, come a volte succede nel cinema, si producono alcuni film cosiddetti “di cassetta”, e con una parte del ricavato si producono pellicole di spessore, ma che probabilmente non renderanno altrettanto. Così, anche l’artista può produrre opere calibrate sul gusto del pubblico per fare “cassetta”, e poi dedicarsi a quello che veramente vuol fare. Spesso succede anche con i musicisti, che producono canzonette nella prima parte della loro carriera, per poi passare alle sperimentazioni che li interessano veramente.

Possiamo quindi scegliere una delle infinite sfumature tra pura arte e puro business. Come sempre, anche qui scende in campo la respons-abilità dell’artista, unico vero gestore della propria vita e della propria arte.

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