Film, “Bianco, Rosso e Verdone”

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verdone_bianco_rosso_e_verdoneIl 17 giugno del 1915 nasceva a Roma Elena Fabrizi, sorella del leggendario Aldo, cuoca sopraffina e straordinaria caratterista del nostro cinema, un concentrato di romanità verace e sanguigna che un regista come Carlo Verdone ha saputo esaltare come nessun altro.
Dopo il folgorante debutto in Un sacco bello, Verdone torna dietro alla macchina nel 1981 con Bianco, rosso e Verdone, un’altra commedia corale incentrata sulle sue maschere preferite e su un’Italia alla costante ricerca di se stessa. Delle tre storie, quella di Mimmo, sbarbatello romano che deve ancora diventare adulto, di Pasquale, emigrante e per amore, e di Furio, letale e logorroica macchina da guerra,  la prima è senza dubbio la più tenera e amara.
A far da contraltare al timidissimo ragazzone che si spaventa alla visione di una donna nuda, c’è di contro una nonna energica e un po’ rompiscatole a cui Elena Fabrizi dà corpo e anima in maniera prodigiosa. I battibecchi fra i due sono clamorosamente divertenti e si chiudono quasi sempre con una chiosa volgare, ma essenziale, della simpatica signora; una generosa matrona che bacchetta quel nipote troppo tonto, ma che vorrebbe per lui un futuro felice, magari al fianco di una ragazza innamorata. La sua vita si spegnerà nella tristezza di una cabina elettorale e mentre al seggio si litiga per il voto della battagliera e comunista Teresa, Mimmo piange tutte le sue lacrime.
Di Furio poco c’è da dire, è una delle creazioni più amate di Verdone che in lui ha riversato molti dei suoi tic e delle sue paure (germii, malattie, etc…), più interessante la figura del povero Amitrano, trasportatore lucano finito in Germania a causa di una giunonica bionda che cucina salsicce a colazione, perso e senza identità in una nazione che sembra volerlo respingere in tutti i modi. E’ sua l’ultima battuta del film. Epocale.
A cura della Redazione Spettacoli

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